Benvenuti nel nostro blog! Oggi abbiamo il piacere di dialogare con Claudio Fochi, autore de La bella forza cieca, un romanzo intenso che intreccia introspezione, relazioni familiari e ricerca di sé attraverso un racconto denso di simbolismo e riflessioni profonde. Con una narrazione che si muove tra Napoli, Ferrara, Barcellona e alcune città francesi, Claudio ci accompagna in un viaggio tra passato e presente, tra razionalismo e trascendenza, esplorando le fragilità e le forze che ci definiscono come esseri umani.
Claudio, qual è stata la scintilla che ti ha portato a scrivere La bella forza cieca e cosa ti ha affascinato di più nel raccontare la storia di Giorgio e della sua complessa paternità?
La consapevolezza che ogni crisi può essere l’inizio di una crescita interiore. Deve essere così. È per questo che siamo al mondo. Da quando abbiamo coscienza di noi stessi, comincia un percorso di crescita personale, psicologica, fisica e intellettuale, che può anche assumere anche connotazioni spirituali. Giorgio, nella sua ricerca introspettiva – che a mio avviso è l’essenza e nello stesso tempo motivazione della storia – scavando nella memoria, lotta per sublimare il dramma di una paternità non voluta né cercata e arriva a trovare, attraverso diverse gradazioni e declinazioni di bellezza, un suo percorso di redenzione o un qualcosa che gli appare molto simile. È proprio tale ricerca che, come narratore, mi ha maggiormente affascinato nel raccontare. Ricerca non scevra di sfida.
Il simbolismo dell’acqua è centrale nel tuo romanzo, così come il personaggio di Océane. Puoi raccontarci come hai costruito questa metafora e cosa rappresenta per te?
Che bella domanda. Grazie. È proprio vero. Nelle sei parti sulle quali si articola il romanzo, l’acqua agisce come una sorta di luminoso e fluido sottofondo, a volte sotteso e a tratti fisicamente presente, che riflette la luce. Dall’acqua dell’Oceano Atlantico e del Mediterraneo a quella che scorre solenne nei grandi fiumi d’oltralpe – ma anche nel nostro grande fiume padano – fino ad arrivare ad una monumentale cascatella nella città estense. Panthalassa. La corrente che scorre in eterno, alle origini del mito, all’inizio di tutto. Océane la cerca, vi si immerge continuamente, ne fa parte. Da essa deriva e ad essa tende. Da vittima incolpevole e ingiustamente trascurata, grazie al suo flusso vitale, ella assurge, suo malgrado, a strumento di redenzione. Solo contemplando il pacifico scorrere della Garonna, a Bordeaux, dalla banchina sul lungo fiume, Giorgio placa momentaneamente la sua ricerca, fra elucubrazioni, rimuginamenti e ansie, osservando quell’acqua che, come notò Eraclito, non è mai la stessa a scorrere in un dato punto e continua a fluire verso mari ed oceani, per poi evaporare e ritornare agognata sotto forma di pioggia, perpetuando un ciclo che pare tendere all’infinito e che, alla fine del romanzo, scorre in una minuscola cascata da una statua monumentale, dall’alto, quasi come acqua battesimale, simbolo di una piena accettazione e foriera di una redenzione che solo Océane – metafora stessa dell’acqua generatrice di tutto – potrà incarnare. Proprio lì, nella sua Ferrara – città d’acqua par excellence – ai piedi di una statua antropomorfa che rappresenta il Po ed i suoi affluenti, Giorgio intuisce, attraverso una visione ariostesca, di essere approdato ad una virtuosa consapevolezza che lo porterà ad incontrare nuovamente Océane in un luogo dove l’acqua dovrà costituire parte integrante e imprescindibile del territorio. Tutti i luoghi d’acqua, ai primordi della storia e del culto, nascono sotto l’egida di una figura o divinità femminile, anche se vantano santi patroni maschi. Non è forse Partenope la vera fonte della città di San Gennaro? San Cassiano, patrono di Comacchio, non è forse egli stesso, assieme a tutti gli abitanti delle valli d’acqua, protetto e amato dalla vera divinità della città lagunare, la Madonna del Popolo, autentico nume tutelare, il cui culto si sovrappone, in epoca cristiana, a quello di antiche dee della fertilità? Del resto, Venere Anadiomene – nel romanzo metaforicamente incarnata dalla bellezza di Nadia che seduce Giorgio determinando l’evoluzione del suo percorso – non è forse nata dalle acque, nella Grecia di Apelle, dalle quali sgorga trionfante raccogliendosi i capelli bagnati?
Nel romanzo, i luoghi sembrano avere una valenza emotiva e simbolica molto forte. In che modo Napoli, Ferrara, Barcellona e le città francesi influenzano i personaggi e il loro percorso?
Attraverso lo spiritus loci, a volte possente e sfacciato come nella città partenopea o catalana, a volte più discreto ma non meno caratterizzato, come nelle città francesi e nella città natale del protagonista. Il percorso in salita ma arricchito di bellezza del personaggio principale sarebbe impensabile senza le magiche e sottili sinergie che fanno interagire i personaggi con i luoghi che frequentano e nei quali si interrogano sul mistero dell’esistenza. Il paesaggio sublime – in senso estetico letterario- di Cabo de Roca, gli spazi e le seducenti architetture di Salamanca, l’incanto di Capri, l’attraente teatralità della capitale partenopea, la pregevole gradevolezza di Bordeaux, la policroma, raffinata e creativa meraviglia esibita di Barcellona corroborata da un’intensa luce mediterranea e, infine, l’elegante e misterioso fascino della città estense sono tutte tessere imprescindibili di una generale idea di bellezza che permea e fa da sfondo all’interazione dei personaggi, con alcune eccezioni, come le percepite incongruità di Lione, che però trovano piena giustificazione nello svolgersi della trama. L’amato e frequentato terrapieno alberato delle mura rinascimentali di Ferrara, patrimonio Unesco, tendenti ad un percorso circolare attorno alla città, assurge a dinamico palcoscenico di una amena riflessione religiosa sulle parabole di Cristo, nel contesto di un innamoramento. Le eclettiche, ampie strade e piazze di Barcellona, in un momento di notturna calma, sollecitano ai personaggi drammatiche riflessioni sulla sofferenza umana, non prive di speranza, ma in altri frangenti costituiscono la nobile e moderna scenografia di autentici istanti di gioia sentimentale e godimento estetico. Le anime dei personaggi dialogano costantemente con i luoghi che testimoniano le loro vicende. Che essi ne siano consapevoli o meno, fanno parte di loro e giocano un ruolo nella percezione delle loro emozioni.
La narrazione intreccia diverse personalità femminili, come Brigitte e Nadia, che sembrano rappresentare poli opposti nella vita di Giorgio. Come hai sviluppato queste figure e il loro impatto sulla storia?
La presenza femminile, a volte ingombrante, a tratti sublime, è lo spirito vitale che anima la vicenda narrativa, pervade la memoria, determina il cammino, sollecita, anche attraverso la forza della bellezza, l’aspirazione al raggiungimento di un traguardo, presunto o reale. Prendendo spunto da una notissima composizione poetica di Robert Frost (The Road Not Taken), il personaggio principale riflette sulla difficoltà di operare una scelta quando, di fronte ad un bivio in un bosco, non si ha la minima cognizione di dove portino i due sentieri, che appaiono peraltro molto simili e il cui orizzonte è celato. Consapevole che, poiché “strada porta a strada”, molto difficilmente si potrà ripresentare la possibilità di operare una tale scelta. La dicotomia fra la forza esercitata dalla seducente bellezza di Nadia, che ha peraltro una situazione familiare complessa e il richiamo sollecitato dalla razionale e materiale fisicità di Brigitte, che attrae e nello stesso tempo, attraverso parole e comportamenti, respinge. E’ Proprio in quel difficile contesto di opzione e dilemma irrompono segrete spinte, oscuri impulsi che inducono Giorgio, più o meno inconsciamente, ad operare una scelta la cui bontà è tutta da dimostrare e che implica, inevitabilmente, un potenziale rammarico per la “strada non presa”. Nelle due relazioni sentimentali nelle quali si tuffa Giorgio, la forza della bellezza, lato sensu, trionfa, al di là di razionali o ragionevoli considerazioni etiche, anche se non si tratta necessariamente di una bellezza basata su armonia ed equilibrio. Un processo o un percorso che si concretizza con una connotazione più affine al karma orientale che al concetto greco di kàllos, non privo di conseguenze drammatiche, che lasciano comunque uno spazio di redenzione.
Lo stile del tuo romanzo è ricco di rimandi letterari e riflessioni profonde. Quali sono stati i tuoi riferimenti letterari o le influenze che hanno ispirato il tuo approccio alla scrittura?
Jorge Luis Borges, praticando con arguzia il paradosso, disse che un grande scrittore crea i suoi precursori. Al di là dei giudizi di qualità, cos’è quel senso di dejà vu che proviamo quando scopriamo all’interno di noi stessi, e nella nostra scrittura, pensieri, sensazioni, emozioni, riflessioni che condividiamo con scrittori che ci hanno preceduto e nei quali ci riconosciamo? Memoria sì, certo, anche selettiva o involontaria. Ma che lezione si può trarre dalla memoria!! Soprattutto se ad essa si aggiunge un’aspirazione alla verità e un desiderio di capire, attraverso i ricordi, ciò che ha plasmato il proprio destino. È ciò che, impresa titanica, cerca di fare Giorgio. Marcel Proust, con delicatezza irripetibile, scrisse che “il ricordo di una certa immagine non è che il rimpianto di un certo istante”. Se non avessi fatto il possibile, in questa storia, per elevare la connotazione della memoria al di là di nostalgici rimpianti o rammarichi, assegnandole un ruolo anche cognitivo, difficilmente Giorgio, il personaggio principale – che rappresenta la coscienza del racconto – sarebbe arrivato a credere di avere raggiunto almeno un barlume di redenzione, impossibile, tuttavia, senza la costante presenza della bellezza, che pervade luoghi – anche i più ameni – persone, ricordi, situazioni, con una forza tutta sua, per chi la sa vedere, virtuosa, abbagliante, consolatoria e, a volte, cieca, poiché la bellezza non ha nulla da insegnarci, tranne la gioia contingente che proviamo quando la riconosciamo.
Grazie, Claudio, per aver condiviso con noi i retroscena e le emozioni che hanno dato vita a La bella forza cieca. Questo romanzo è un invito a immergersi nelle profondità dei legami umani, affrontando le domande più intime della nostra esistenza. Invitiamo i nostri lettori a lasciarsi trasportare da questa straordinaria opera e a scoprire un mondo ricco di sfumature e significati. Alla prossima intervista, con nuove storie e autori pronti a ispirarci!

Splendido articolo.
Davvero centrata l’analisi della metafora dell’acqua in relazione ai personaggi principali
"Mi piace""Mi piace"