Oggi abbiamo il piacere di intervistare Luca Signorini, giovane autore di “Code. Numeri e maschere”, un romanzo ambientato in un futuro non troppo lontano, dove il potere delle grandi corporazioni e il controllo della vita dei cittadini si intrecciano con misteri inquietanti. Con una narrazione che richiama il mondo del cinema e della televisione, Luca ha saputo unire la sua passione per gli enigmi e il fascino della mente umana in un’opera avvincente e ricca di colpi di scena. Scopriamo insieme cosa si cela dietro “Code. Numeri e maschere” e il percorso che ha portato Luca alla sua realizzazione.
Luca, il tuo romanzo è ambientato in un futuro distopico dominato da una grande corporazione. Cosa ti ha ispirato a creare questo scenario e come pensi che rifletta il nostro presente?
La storia è ambientata nel 2040. Non siamo tanto distanti. Di fatto, il quando che ho deciso di raccontare è più simile ad oggi che ad un futuro in stile Blade Runner. Quella di una grande corporazione è stato il punto di partenza. Guardiamo al mondo oggi, alla società che abbiamo costruito. Come potremmo definire il senso di ambizione? Tutti aspiriamo ad essere grandi. È una caratteristica umana, sogniamo. Ognuno nel proprio ambito e a proprio modo. L’ aspirante cuoco punta al proprio locale. L’ attore al premio Oscar. L’ artista all’opera prima. Uno studente al suo primo lavoro. Un’ uomo o una donna alla propria famiglia. È soggettivo, cambiano forme e misura, ma il desiderio, quello di essere qualcuno di grande o speciale per un altro, rimane lo stesso. Nella società odierna compaiono grandi aziende in diversi settori, si parla spesso dei nomi dei più ricchi sulla Terra, di come essi possano dettare il futuro del pianeta. Per la storia serviva qualcuno di estremamente grande. Mentre scrivevo, mi era ricapitato tra le mani un film: “Il Lupo di Wall Street”. Guardavo il protagonista, interpretato da un fantastico Leonardo Di Caprio e pensavo: “Ho bisogno di quella figura, ho bisogno di un Jordan Belfort”. Mi serviva quindi un colosso al pari degli uomini e delle donne più influenti al mondo. Era necessario esasperare quella grandezza, per renderla tale. Poteva essere un attore, un presidente, un imprenditore. Qualcuno in grado di smuovere la folla. Sempre al centro dell’attenzione. Serviva una sorta di Elon Musk. Più grande sarebbe stato, più il contrasto con il mio protagonista sarebbe stato evidente. Un uomo grande a dominare ed un’azienda d’assicurazioni, tra le più ricche al mondo. Così sono nati Arthur Ward e la Ward Corporation.
Arthur Ward, sembra rappresentare il potere e l’illusione di controllo. Quali sono gli aspetti del personaggio che ti hanno più affascinato mentre lo sviluppavi?
Arthur Ward doveva solo SEMBRARE un uomo potente. Come ogni persona, anche lui indossa la propria maschera. Tutti noi ci comportiamo in maniera diversa con persone diverse ed in situazioni differenti. Con la famiglia in un modo, con gli amici in un altro e poi con noi stessi in un altro ancora. Nella storia ho giocato molto col significato di maschera, fisica e morale. Il fatto che la vita di Arthur fosse verità e menzogna allo stesso tempo, mi ha permesso di giocare molto con le sue emozioni. È praticamente diventato il secondo protagonista. Arthur prova paura, rabbia, euforia… arriva a dubitare persino di sé stesso. Mi sono divertito ad esplorare e a tagliuzzare la sua psiche un po’ come in “Delitto e Castigo”. Più proseguivo, più mi incuriosiva il personaggio. Volevo conoscerlo ed ero io a scriverlo. Ciò che più mi affascina di lui è il contrasto tra grandezza ed inferiorità. Perché Arthur è entrambe le cose. È realmente potente, influente, potrebbe esserlo davvero, ma qualcosa o qualcuno lo ostacola.
Nel romanzo, i numeri e i codici giocano un ruolo fondamentale. Cosa rappresentano per te questi elementi e come si intrecciano con i temi principali della storia?
Credo che la citazione de “Il Piccolo Principe” a inizio libro dica tutto. “I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle? Ma vi domandano: Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre? Allora soltanto credono di conoscerlo”. Con i numeri e i codici mi piace fare un gioco simpatico. Sai che interagiamo con numeri e codici ogni giorno? Te lo dimostro. Parliamo a distanza con persone dall’altra parte del mondo. I messaggi che inviamo, la mail, le foto, i file, sono codici, informatica. Le persone le identifichiamo in rubrica con un numero di telefono. Ognuno di noi è stato classificato con un codice…fiscale. Siamo ossessionati dai numeri. Quando muore qualcuno, la prima domanda è: “Quanti anni aveva?” oppure sono andato in vacanza: “Quanti giorni? Quanto hai speso?” È un gioco, se ne trovano altri sicuramente. “Quante pagine hai scritto?” Nella storia però il concetto di numero mi è piaciuto associarlo al denaro, alla ricchezza come numero più grande. Quello dell’essere ricchi è un desiderio piuttosto comune, chi più chi meno. CODE fa leva su questo aspetto e desiderio per andare contro Ward e realizzare il suo scopo. Paradossalmente anche i codici che lui crea si basano su numeri.
La tua passione per gli enigmi e i rompicapi è evidente nell’opera. Quanto ha influenzato il tuo modo di scrivere e costruire la trama?
È nato prima l’uovo o la gallina? Se dicessi che è nato prima l’enigma? L’idea di partenza prevedeva un protagonista intelligente alla Sherlock Holmes. La storia riguardava un personaggio scaltro, ma dal passato oscuro ed un enigma da risolvere. Pensavo ad un giallo, ad un detective alle prese con un architettato codice da decifrare oppure un’avventura in stile Tomb Raider o Uncharted. Poi ho ribaltato tutto. La mente e quello che può fare mi ha sempre affascinato. Facciamo un viaggio nella mia libreria. Possiedo una collezione modesta di cubi di Rubik, circa una ventina. Alcuni classici, professionali, e altri dalle forme strane, davvero strane. Oltre che a svariati rompicapi, di quelli in metallo e legno. Quindi mi sono detto: Perché non crearne uno da zero? Da lì ho iniziato a costruire. Il nome del protagonista in primis, ad esempio. CODE ha un buon impatto sonoro, ma essenzialmente nasce proprio da quella passione. È una semplice traduzione dall’ inglese che vuol dire “codice”. L’enigma di Times Square finito è diventato il centro nevralgico del libro solo dopo. Credo di essere riuscito a scrivere una storia in grado di sfidare. Sia negli enigmi che propongo, sia nei temi trattati. CODE è un semplice ragazzo che sfida il sistema e Arthur Ward sfruttando un enigma, attirando l’attenzione solo per provocare. Io sono un semplice ragazzo che con un libro prova a raccontare e a sfidare il lettore con un enigma e qualche codice, solo per provocare. Tra l’altro ci sono dei segreti dietro ai nomi di alcuni personaggi. Ma solo chi leggerà lo saprà.
Hai dichiarato di immaginare la tua storia come una sequenza cinematografica. Ci sono registi o film che ti hanno particolarmente ispirato durante la stesura di questo libro?
Dalle risposte precedenti credo si evinca la passione verso film e serie televisive. Sono un grande appassionato di film in generale. Da quelli d’autore, più introspettivi, fino a quelli supereroistici. Tutto il lavoro sulle “Maschere” nasce anche da quello. La serie di “The Boys” ad esempio mi ha fatto impazzire per come sviscera il concetto di eroe, o il film di “Joker” per come viene esplorata la mente di Arthur Fleck. Credo ci siano state tante diverse influenze. Per le scene d’esplosione andrei da Michael Bay. Potrei dire, volevo una storia che fosse un cerchio che sul finale si chiude, in pieno stile “Interstellar” di Christopher Nolan, che gli ambienti che immaginavo erano frutto della fotografia di Wes Anderson, o che avevo creato una scena degna di Avengers Endgame. Credo che il processo creativo, del come sono arrivato a determinate scelte, venga ben descritto analogamente in un episodio di “The Bear”. In quel caso la protagonista immagina un piatto per il menù del proprio ristorante. Visivamente parlando, viene reso molto bene quel passaggio e lo si potrebbe espandere ad altre mansioni. Per ogni sequenza che scrivevo, mi prendevo il tempo per visualizzarmela nella mente. A volte mi sedevo e chiudevo gli occhi, altre volte vagavo per la stanza mimando ed interpretando uno dei personaggi per cercare di descriverla al meglio.
Grazie, Luca, per averci portato nel mondo affascinante e complesso di “Code. Numeri e maschere”. La tua capacità di combinare passione per l’enigmistica, narrativa cinematografica e riflessioni sociali crea un’opera unica e coinvolgente. Non vediamo l’ora di scoprire cosa ci riserverai nei tuoi prossimi lavori!
