GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: LA LEGGENDA DEL PESCATORE PENTITO – Carlo Farina Dusmet

Cari lettori, oggi vi portiamo nelle profondità di una storia intensa e riflessiva, raccontata da Carlo Farina Dusmet nel suo romanzo d’esordio La Leggenda del Pescatore Pentito. Attraverso le vicende di Sergio, chirurgo di successo e appassionato pescatore subacqueo, veniamo trascinati in un viaggio che va oltre la superficie delle acque e delle emozioni. Un percorso di trasformazione che parla di controllo, fragilità, amore per il mare e rispetto per la natura. Scopriamo insieme all’autore come questa narrazione, ispirata anche a esperienze reali, ci invita a rivedere il nostro rapporto con il mondo marino e con noi stessi.

Che cosa l’ha ispirata a scrivere un romanzo che intreccia la professione medica con la passione per la pesca subacquea?

La mia esperienza personale. Non avrei potuto scrivere La leggenda del pescatore pentito se non fossi stato un medico, un appassionato pescatore subacqueo e, soprattutto, un amante degli animali. Ogni pagina nasce da ciò che ho vissuto o osservato da vicino. Credo che una storia, per toccare il lettore, debba contenere verità — anche quando si affida alla fantasia. Nel mio caso, le emozioni, i dubbi e le riflessioni scaturiscono da esperienze reali: dal mare, dalla sala operatoria, da un rapporto incredibile con una cernia di nome Cecilia. Ho scelto di raccontare la storia di un chirurgo che somiglia a me solo nelle competenze, ma è il mio opposto per indole: freddo, arrogante, predatore. Un personaggio estremo, che ho potuto descrivere proprio perché conosco bene quel mondo.

Il protagonista Sergio vive una profonda trasformazione interiore: quanto di autobiografico c’è in questo percorso?

Nel mio vissuto ci sono stati momenti duri, fratture vere. Ho avuto incidenti in mare, esperienze forti legate alla mia professione, a contatto quotidiano con la sofferenza e con la fine della vita, ma che non sono bastate per farmi cambiare. Serviva uno scossone più profondo, una rottura tra un “prima” e un “dopo”. E quando ho davvero sfiorato la morte, quando un motoscafo mi ha investito in mare, ho imparato a dare il giusto significato alla vita e ad ascoltare anche chi non ha voce. Nel romanzo ho cercato di raccontare proprio questo passaggio. Sergio, da predatore sicuro di sé, diventa un uomo ferito, che impara a sentire. A guidarlo ci sono due figure: Lia, la sua amica, la voce della coscienza, e una cernia — Cecilia — ispirata a un animale reale, che ho allevato per anni in un acquario mediterraneo. Cecilia non era un semplice pesce. Mi riconosceva, si faceva accarezzare, giocava con le palline, prendeva il cibo solo dalle mie mani. Quando non le davo attenzione, sputava pietre contro il vetro per farsi notare. Io sentivo toc toc, e mi avvicinavo alla vasca dove mi aspettava. Aveva un modo tutto suo per comunicare affetto, presenza. Quando è cresciuta troppo per il mio acquario, l’ho dovuta trasferire in uno più grande, ma anche lì non accettava altri che me. E quello che è accaduto dopo… è scritto nel libro. Ha qualcosa di incredibile. Forse di miracoloso. Cecilia ha cambiato il mio modo di vedere i pesci, e la vita.

Nel libro emerge un forte messaggio sul rispetto della natura e delle creature marine. Come pensa che la letteratura possa contribuire a sensibilizzare su questi temi?

Uno dei motivi per cui ho scritto La leggenda del pescatore pentito è proprio questo: dare voce a chi voce non ha. Ai pesci, che facciamo soffrire in silenzio. Ci commuoviamo davanti a un cane abbandonato, a un gatto ferito… ma restiamo indifferenti davanti a un pesce morente. Pensate solo con quanta indifferenza osserviamo i pesci agonizzanti nel secchiello di un bambino. I pesci non urlano, non ci guardano negli occhi. E allora ci convinciamo che non provino nulla. Io stesso mi sono reso conto della mia ipocrisia: provavo orrore per le foto dei cacciatori in posa accanto agli animali uccisi, ma poi mi ritrovavo con lo stesso sorriso soddisfatto in una foto in cui mi mostravo con una ricciola arpionata in testa. Ecco, è lì che qualcosa si è spezzato dentro di me. Da quel momento ho voluto raccontare un’altra verità: quella che ho conosciuto allevando Cecilia, la mia cernia, che mi riconosceva, si affezionava, giocava, si voleva fare accarezzare, mi chiamava. Era un essere vivente capace di emozioni. Con questo romanzo ho voluto trasmettere tutto ciò. Non con un saggio o un trattato, ma con una storia che potesse toccare il cuore come ha fatto con me. La letteratura ha questo potere: può farci vedere l’invisibile, può darci nuovi occhi. Se anche una sola lettrice o un solo lettore, dopo aver letto questo libro, si chiedesse: “Un pesce prova qualcosa?”, allora avrò raggiunto il mio scopo e Cecilia avrà nuotato anche dentro di lui o di lei come ha fatto con me.

Quali sono state le sfide più grandi nel raccontare la fragilità di un personaggio abituato al controllo assoluto, come un chirurgo?

Sergio, il protagonista, incarna l’arroganza del successo e il culto del controllo. È un uomo che vive tutto — la professione, le relazioni, la passione per il mare — con freddezza e distacco, finché un evento traumatico lo costringe a guardarsi dentro. Raccontare la sua caduta e la sua trasformazione non è stato facile, perché Sergio è l’opposto di quello che ho cercato di essere come medico e come uomo. Il chirurgo, per mestiere, deve controllare ogni cosa: l’ambiente sterile, il tempo, il corpo umano. Deve decidere in pochi secondi, sotto pressione. Ma la vera sfida — anche nella vita reale — è non diventare schiavi di quel controllo. È non perdere l’empatia, non dimenticare che dietro ogni organo c’è una persona. Sergio questa umanità l’ha smarrita. Vive come un predatore, anche fuori dalla sala operatoria. Per raccontare la sua fragilità, ho dovuto portarlo al limite, fargli perdere tutto. Solo così può riscoprire cosa significa essere umano: sentire, ascoltare, cambiare. Ecco la sfida più grande: mostrare che la vera forza non sta nel potere assoluto, ma nel crollo che apre la strada alla compassione. È lì che Sergio — e forse anche noi — possiamo iniziare a guarire davvero.

Quale emozione o riflessione vorrebbe che i lettori portassero con sé dopo aver letto La Leggenda del Pescatore Pentito?

Vorrei che i lettori si portassero dentro una domanda semplice, ma potentissima: un pesce può provare qualcosa? Può amare, soffrire, riconoscere un volto? Cecilia, la cernia protagonista del romanzo, non è solo un animale. È il simbolo di una sensibilità che esiste anche dove non la vediamo. Io l’ho cresciuta davvero: si faceva accarezzare, giocava, e mi chiamava se non le davo attenzioni. Era un essere capace di legame. Eppure era “solo un pesce”. Questo è il cuore del mio romanzo: dare voce a chi non ce l’ha. Raccontare che anche le creature marine — così lontane da noi, così spesso ignorate — possono trasformare il nostro sguardo. Possono toccare corde profonde, sciogliere l’arroganza, far nascere compassione. Se chi legge, alla fine, si ferma a riflettere su quel silenzio del mare — così pieno, così fragile — allora il viaggio di Sergio non sarà stato solo suo. Sarà diventato anche nostro. E se vi incuriosisce scoprire cosa succede tra Sergio e Cecilia, se anche solo per un momento vorrete guardare un pesce con occhi diversi, allora forse vale la pena immergersi in questa storia.

Ringraziamo Carlo Farina Dusmet per averci accompagnato in questo tuffo profondo dentro la sua storia e la sua visione. La Leggenda del Pescatore Pentito non è solo un romanzo, ma un invito a guardare oltre le apparenze e ad aprire il cuore a nuove possibilità di ascolto, rispetto e amore per il mondo che ci circonda. Speriamo che questa intervista vi abbia incuriosito e spinto a scoprire il libro. Continuate a seguirci per altre storie capaci di emozionare e far riflettere.

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