Oggi abbiamo il piacere di intervistare Ilaria Costi, autrice de “L’ultima parca”, un romanzo che porta il lettore al cuore di un tema tanto complesso quanto intimo: la linea sottile tra la vita e la morte, esplorata attraverso il lavoro e le riflessioni di Marco Calestani, un neurofisiologo in crisi. Il protagonista vive un tormento personale che lo spinge a interrogarsi sul proprio ruolo nel confine ambiguo tra vita e morte, un tema che per Ilaria Costi, medico neurofisiologo con quasi trent’anni di esperienza, è parte del quotidiano. In questa intervista ci racconta di più su cosa ha ispirato questo suo primo romanzo, nato anche grazie a un percorso di consapevolezza sulla vita e sulla morte, promosso dall’Unione Buddhista Italiana.
“L’ultima parca” è un titolo evocativo e profondo. Cosa rappresenta per te questa figura mitologica nel contesto del romanzo?
Ho avuto la fortuna di fare il liceo classico. Ma ancora prima di studiarle a scuola le parche mi erano già in un certo senso familiari. Mio padre era medico, come poi sarei diventata io. Quando raccontava la storia di qualcuno che aveva avuto un incidente banale e poi era morto per delle complicazioni quasi imprevedibili, commentava “le Parche hanno tagliato il filo”. Ecco, se si fa il medico, si impara che molte, forse troppe volte, le cose non vanno come ci si aspettava. Un’infezione all’apparenza lieve che si trasforma in qualcosa di intrattabile. Ma anche un caso giudicato disperato che improvvisamente decide di non morire nonostante i pronostici. Questo è ben raccontato nel secondo film del Decalogo di Kieslovsky, non pronunciare il nome di Dio invano. Una donna chiede a un primario di oncologia che abita nel suo palazzo di esprimersi sulla prognosi del marito, ricoverato nel reparto. Lei è incinta di un altro uomo, e il marito è sterile. Lei non vuole ingannarlo. Se il marito morirà, porterà a termine la gravidanza. Altrimenti, abortirà. Il medico rifiuta di fornire una prognosi. Ne ho visti troppi, signora, di quelli che dovevano vivere e sono morti, e di quelli che dovevano morire e sono vivi. Non racconto il resto, Undicesimo, non spoilerare. Ecco, la parca è l’immagine di qualcosa al di sopra di noi, Di un destino ineluttabile di cui noi siamo solo testimoni o a volte esecutori riluttanti (come un boia che esegue la sentenza dettata da un giudice al di sopra di lui.
Marco, il protagonista, si trova costantemente a contatto con la vita e la morte. Quanto c’è di autobiografico nel suo personaggio e nelle sue riflessioni sul senso del proprio compito?
È curioso che tutti mi chiedano di Marco. È certo che Marco Calestani e io abbiamo molto in comune. Eppure, mi ritrovo molto anche in Anita. E anche in Sean. Marco fa lo stesso mestiere che faccio io, e sicuramente le sue domande sono le mie. Eppure, lui è un uomo e io una donna, come Anita. E da bambina, il mio sogno era di fare qualcosa di simile al veterinario. Se la vita non me lo avesse impedito, credo che mi sarei ritrovata presto in una situazione simile a quella di Sean, probabilmente senza avere una donna come Ginevra al mio fianco. Io li amo tutti.
Il tema della consapevolezza di vita e morte è centrale nel romanzo. Come ha influito su di te il corso dell’UBI nella stesura di questo libro?
Il corso dell’Ubi è stato un dono che è difficile descrivere. Ho avuto la fortuna di avere per compagni altri medici, veterinari, monaci. Il bello è stato di poter fare domande insieme ad altri sul problema della morte senza doversi nascondere. Fare domande è di aiuto incredibile. Anche quando le risposte non ci sono.
Nel romanzo, vediamo che il conflitto interiore di Marco finisce per influenzare anche il rapporto con sua moglie, Anita. Quanto è importante, secondo te, affrontare i propri dubbi e le proprie paure per mantenere un equilibrio nelle relazioni personali?
Direi che sarebbe fondamentale risolvere i propri problemi interiori, non solo per il rapporto con gli altri ma anche per quello con noi stessi. Purtroppo, spesso ci manca anche la consapevolezza di riconoscere il problema e trovare i mezzi per uscirne può occuparci per tutta la vita. Spesso le persone a noi più vicine sono anche quelle cui ci vergogniamo di mostrare i nostri punti fragili per paura di perderle. Insomma, un bel casino.
Quale messaggio vorresti che i lettori portassero con sé dopo aver letto “L’ultima parca”?
Il messaggio dell’autore? Mi piacerebbe che chi legge il libro si facesse le domande che si fa Marco, che comprendesse Marco. Direi che mi basterebbe questo.
Grazie mille, Ilaria, per aver condiviso con noi il tuo percorso e le tue riflessioni. “L’ultima parca” invita a guardare più da vicino il significato della vita e della morte, e il peso delle decisioni che gli operatori sanitari affrontano ogni giorno. Siamo certi che i lettori troveranno nel tuo romanzo spunti profondi e coinvolgenti.
