GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: La chiave dei sotterranei – Anita Vincenzi

Oggi abbiamo il piacere di parlare con Anita Vincenzi, autrice del romanzo “La chiave dei sotterranei”, un’opera avvincente che ci porta tra i paesaggi della Costiera amalfitana, dove mistero, avventura e sentimenti si intrecciano. La storia di Mia, una ragazza che si trasferisce a vivere dai nonni, si anima di emozioni contrastanti e colpi di scena mentre lei e Peter, un giovane del posto, si lanciano in un’indagine che svelerà verità nascoste. Scopriremo qualcosa in più sulla genesi di questa storia e sull’intreccio di amicizia e coraggio che ne costituisce il cuore.

Come è nata l’idea di ambientare “La chiave dei sotterranei” nella suggestiva Costiera amalfitana? C’è un legame personale con questo luogo?

Per prima cosa volevo ambientare la storia in una località marittima, perché credo che l’estate sia legata soprattutto ad uno sfondo di sabbia e di acqua salata; dopodiché ho provato ad immaginare l’Italia e pensare al mare. Nella mia mente si è fatta strada l’idea del sud della penisola, delle coste e dell’acqua limpida, del lungomare e del profumo di salsedine. Ricordo ancora quando stavo buttando giù una bozza e ho chiesto a mio padre il nome di una costiera bella e lui ha snocciolato un po’ di nomi. Mi ha colpito molto la costiera Amalfitana e sono andata a cercare delle immagini: mi sono sempre piaciute le cittadine formate da case colorate e arroccate su se stesse. Penso, però, di aver scelto un paese che non ho mai visitato per non dover essere “incatenata” con le descrizioni. Ho deciso di prendere il nome di una città e stravolgerla, immaginandola. Ma non l’ho costruita da zero, bensì mi sono ispirata molto alla cittadina di Misano Adriatico, che vado a trovare ogni anno con la mia famiglia da quando sono piccola. È così pacifica e graziosa che mi sono disegnata nella mente Mia e Peter in bicicletta, o con i borsoni, camminare lungo il viale coperto di pini, da cui io sono passata tante volte. Pertanto, l’ambientazione del libro è una specie di fusione tra Romagna e Campania, tra nord e sud Italia. Per molti anni so che c’è stata una sorta di “rivalità” o “discriminazione”, se si può chiamare così, tra le due zone, ed è anche per questo forse, che ho deciso di unire la vita di una ragazza di Bologna con un paese ugualmente bello e tanto distante. Per rafforzare una famiglia numerosa e donarle un clima e un paesaggio mozzafiato, ma anche un po’ di dialetto Modenese e un po’ di me.

Mia è un personaggio che attraversa molte sfide personali in un momento di cambiamento importante. Cosa volevi trasmettere attraverso il suo percorso?

Mi sono sempre domandata cosa si deve provare a cambiare casa, città, regione… amici, scuola, sport… Mi sono detta: “Sarei triste, sì, ma non sarei anche emozionata?”. Mi ritengo una persona abbastanza empatica e credo di riuscire ad immedesimarmi bene negli altri. Ho fissato un punto e sono volata altrove: davanti ad una casa diversa dalla mia, in un luogo totalmente sconosciuto, vicino ai miei parenti, a disagio con alcuni; ho immaginato me, con la consapevolezza di non poter più buttarmi sul mio letto nella mia stanza, senza più le serate in compagnia dei miei amici, senza il solito percorso in macchina fino alla palestra, senza più la biblioteca in cui ho letto praticamente tutti i libri, senza più… senza più la mia solita vita. Poi, mi sono vista nei panni di una ragazza forte e che si riprende presto dallo shock, e che pensa a come deve essere emozionante ricominciare da capo; nuova casa, nuove persone: nuove regole, forse meno noia. Nuova camera, nuovi amici, nuovo sport: nuovo colore, nuovi nomi, nuove compagnie. E soprattutto nuova biblioteca: nuovi libri! Certo, Mia ha altre passioni, altre idee, ma è molto quadrata e allo stesso tempo molto energica e fantasiosa. Ho creduto fino in fondo sul fatto che cambiando tutto, la protagonista potesse arrivare a tanto così da superare il limite. Superando la soglia della frustrazione, la nostalgia e la tristezza, tanto che si arrabbiasse per un nonnulla, perché credo che, quando ti impegni e ti sforzi di trovare il lato bello delle cose, spesso riesci a sorridere, ma non mancano i sorrisi falsi, finti. Creati dalla nostra più profonda delusione, piccola o grande che sia. So che probabilmente, leggendo il libro non si arriva a ragionare su questo punto di vista, perché molto più profondo di come è descritto, ma credo che un accenno prima, poi uno dopo, poi uno dopo ancora, inizino ad innescare un ragionamento più interno e più personale, e sta a soprattutto a noi scoprirlo. Ho voluto trasmettere questo, perché a volte siamo solari, o sembriamo isterici, quando, alla fine, cosa siamo veramente? Una via di mezzo? No, siamo entrambe le cose, che in un modo o nell’altro riescono a convivere e a superare le apparenze, dimostrando di essere molto più di questo.

L’intesa tra Mia e Peter è centrale per la trama e dona alla storia una dimensione di profonda amicizia. Come hai sviluppato il loro rapporto e cosa speri che i lettori ne traggano?

Ho sempre adorato leggere libri che si sviluppano intorno ad una profonda amicizia. Tra due ragazzi o anche un grande gruppo. E’ divertente sfogliare un libro e scorrere battute, frecciatine, osservazioni o scherzi tra due amici. Trovo che alleggerisca la storia, trasformandola in qualcosa di più grande. Mi sono basata soprattutto su questo e sul fatto che con delle belle fondamenta al lettore non sfiori l’idea che questa amicizia possa finire, così da creare più tensione ad ogni accenno di litigio. So che il modo in cui diventano amici Mia e Peter è un po’ inverosimile, ma mi piace pensare che lo sia tutta la storia. Nella nostra vita, quando ci capita di investire una persona in bici, e poi chiedergli così, di punto in bianco, se ha un posto di lavoro? Quando la seguiamo senza pensarci e ci stringiamo amicizia in una settimana? Questo dimostra, se ci sforziamo di osservare bene, che, quando si sono incontrati, nei due ragazzi è scattato qualcosa, qualcosa che li ha fatti fidare dall’inizio l’uno dell’altro, qualcosa che è passato nella loro mente senza spiegargli certi fatti. Perché Mia in un momento non si fida? O perché Peter insiste tanto sul fatto che può contare su di lui? Forse è un istinto, o forse, è indispensabile per due amici. Stringere amicizia è fidarsi, ma anche dubitare. Se non vacilliamo certe volte, non potremo mai dire di esserci fidati. Ma se non ci fidiamo non potremo dire di essere amici e, di conseguenza, ci ritroviamo in una bolla impossibile da rompere da soli, ma troppo fragile se uniamo le forze. Credo che l’amicizia sia un equilibrio naturale che si può rompere in un istante, ma senza il quale saremo chiusi per sempre dentro a quella bolla. Reputo Mia e Peter miei amici e voglio farli crescere con me. Sono più grandi, ma li faccio parlare un po’ come se fossi io; li faccio cambiare come me, migliorare, peggiorare, sbagliare, vincere. Sono quasi degli amici immaginari che prendono vita sulle pagine. Quando ho scritto “La chiave dei sotterranei” avevo nove anni e molte cose le vedevo diversamente da adesso, nonostante non sia passato molto tempo. Ho progettato la storia su sei libri. So che è un progetto importante e ambizioso, ma voglio rischiare. Voglio rischiare per dimostrare che tutti crescono e migliorano, compresi i protagonisti di tante avventure. Crescono come lo fa un animale, un cucciolo, crescono come noi, crescono come crescono i bambini e gli anziani. Nel corpo e nella mente. Crescono come la loro amicizia. Rafforzandola ogni giorno. Ho voluto trasmettere questo ai lettori, ma, probabilmente, più a me stessa e a tutti quelli a cui piace leggere storie come le mie. Tutto questo, tutte queste mie osservazioni, le penso davvero, ed è anche merito dei miei amici.

Il mistero che si dipana nella storia aggiunge un tocco di avventura e suspense. Quali sono state le tue ispirazioni per questa parte del racconto?

Diciamo che non ho avuto una vera e propria ispirazione. Forse ho sempre immaginato che nei libri di mistero come questi, certe cose, certe frasi, siano da lasciare in sospeso. La maggior parte delle volte creavo le scene nella mia mente, un po’ come in un film. Le creavo in macchina, sotto la doccia, sul trampolino del giardino, a scuola… per poi inserirle nel testo. Una volta formulato questo pensiero ho iniziato a girarci intorno, andando avanti con le descrizioni e gli eventi. Un altro motivo è forse il fatto che volessi creare una storia emozionante, ma anche semplice e interessante. Volevo dar vita ad un personaggio brillante e intelligente, molto acuto, ma allo stesso tempo divertente, sensibile e un po’… forse lunatico non è la parola giusta. Fatto sta che è nata Mia. Mia che usa un linguaggio normale, ma che riesce ad assemblare dei pezzi di puzzle e ad articolare pensieri complessi. Mia che cade al primo passo, ma che si rialza con gli occhi e il cuore carichi di determinazione. Tuttavia, ci tenevo a creare anche una parte del racconto ambientata di sera. In una sera bellissima, speciale, una sera che potremmo vivere anche noi. Ma all’improvviso cambia tutto, trasformando quella giornata in un susseguirsi di azioni molto veloci. Tutto inizia senza preavviso, ma tutto finisce presto. Volevo che in quella serata Mia capisse che cos’è l’adrenalina, e mettesse in mostra il suo lato combattivo, pronto a superare qualsiasi fatto inspiegabile. Pronto a giocare come fanno i bambini a guardie e ladro, come mettersi alla ricerca di un oggetto scomparso in una caccia al tesoro… Mia è il lato un po’ infantile e geniale che si nasconde in ognuno di noi. E chissà, forse basta una storia, o forse, basta semplicemente una sera normale e splendente, da rendere misteriosa e suggestiva accettando le sfide che la vita ci presenta.

“La chiave dei sotterranei” è un libro che parla sia ai giovani che agli adulti. Quale messaggio universale speri che i lettori di ogni età portino con sé?

Quando ho iniziato a scrivere “La chiave dei sotterranei” non avevo un messaggio speciale da diffondere. Volevo scrivere una storia come i grandi scrittori, volevo creare un libro. Andando avanti col testo e con il tempo, ho capito che scrivere e pubblicarlo non è facile come sembra. Ho scoperto ciò che si cela dietro una casa editrice e ne sono rimasta stupita. Quanti racconti e persone come me ci sono nel mondo! Quanta gente ha la stessa passione! Eppure, spesso mi chiedevo se sarei mai riuscita a pubblicare questa storia, chissà come sarebbe sembrata agli esperti, e poi dopo? Cosa avrei fatto dopo? Così mi dicevo che prima dovevo finirlo, il libro. Poi avrei pensato al Dopo. Dopo è una parola particolare, un po’ come tutte, d’altronde. Ma se sentiamo la parola “Dopo”, cosa ci viene in mente? Forse il futuro. Forse il destino. Forse i nostri sogni. O forse non lo saprò finché non diventerà presente. Così ho continuato a scrivere, e una volta terminato il mio testo l’ho lasciato lì. In attesa del presente. Del futuro. Del Dopo. Ho iniziato nuove storie, ne ho continuate, create e create… Ma “La chiave dei sotterranei” restava lì. Nel pc. In attesa, con pazienza. A volte fantasticavo su come sarei diventata da grande, a volte mi scoraggiavo; poi i miei genitori mi hanno fatto una sorpresa! L’Albatros aveva scelto il mio racconto per pubblicarlo. Certo, era da modificare un po’, da migliorare, ma era il mio! La mia storia, quella a cui avevo dedicato tanto tempo, quella che mi accompagnava in palestra, a scuola, ogni giorno! Era impossibile, ma era verissimo e reale. Rileggendo il libro, oggi mi vergogno un po’. In certi punti ho scritto in maniera molto diversa da come scriverei ora, ma ho imparato a trasformare questo imbarazzo e questa soggezione in una morale che credo davvero sia importante. Per quanto noi siamo grandi e forti e intelligenti e saggi, avremo sempre un animo in grado di cambiare. Diventare tristi in un attimo, arrabbiarci, in un attimo. Sono tutte qualità che non perderemo mai. So che in molti, leggendo certe scene sono rimasti interdetti, ma è questo, che voglio dimostrare. Quando siamo interdetti, indecisi, confusi… Dobbiamo metterci del nostro e pensare al vero significato delle parole. Perché siamo fatti così: non accettiamo non sapere il Dopo. Cosa accadrà poi. Poco tempo fa, la prof. di lettere ci ha detto una cosa in classe, sulla letteratura. Ci sono tre tipi di poesie: religiose, d’amore, comico realistiche. La cosa strana è che, se leggiamo l’ultimo tipo, non ridiamo più. Perché? Perché la comicità è bella, ma cambia sempre in base alle persone. Se invece leggiamo una parte toccante di un poema storico, questo ci fa piangere. Ci fa commuovere oggi, ma anche domani. Perché siamo così, e cambiare si può, sì. Ma non sempre serve veramente. Ho iniziato una storia senza un vero motivo, ma alla fine è nato. Ed è nato perché ho capito che non dobbiamo sempre aspettare il futuro, ma costruirlo. Pezzo dopo pezzo, parola dopo parola. E se non ci sforziamo di riempire gli spazi vuoti che ci circondano, non si riempiranno mai.  E così il Dopo non arriverà, perché non aiutato in primis da noi stessi.

Grazie, Anita, per aver condiviso con noi il mondo avvolgente e suggestivo di “La chiave dei sotterranei”. Questa storia, ricca di suspense e sentimenti, invita i lettori a esplorare i misteri di un luogo incantevole come la Costiera amalfitana, ma soprattutto li accompagna in un viaggio di crescita e scoperta personale. Non vediamo l’ora di seguire i tuoi prossimi progetti e di continuare a esplorare nuovi mondi attraverso le tue parole.

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