GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Quello che sento dentro – Matteo Confortola

Benvenuti al blog del Gruppo Albatros. Oggi abbiamo il piacere di intervistare Matteo Confortola, giovanissimo autore del libro “Quello che sento dentro”. Quest’opera nasce dall’esigenza di indagare a fondo il mondo sommerso e ancora per molti versi inesplorato delle malattie mentali. Con la sua storia, Matteo intende offrire una speranza a coloro che soffrono per la propria distanza dal mondo e si sentono oppressi non solo da un disturbo o squilibrio, ma anche da un sistema incapace di ascoltarli, aiutarli e accoglierli. Le pagine del suo libro scorrono veloci e ci pongono davanti a un insolubile quesito: qual è il confine tra “normalità” e “follia”?

Matteo, cosa ti ha spinto a scrivere “Quello che sento dentro” e ad affrontare un tema così complesso come le malattie mentali?

In primo luogo, l’esigenza di mettere nero su bianco i miei pensieri riguardanti questo tema delicato che tutt’oggi è ancora un tabù, e poi in particolare son stato spinto anche dal fatto che, quando stavo male, nei periodi bui in cui non mi sentivo capito e compreso da nessuno, in un libro potevo trovare quel conforto necessario: sapere e sentire, soprattutto, ritrovarsi nelle parole dell’autore, in intimità con la tua interpretazione e il dialogo descritto. Scoprendo che non sei più solo a combattere quella battaglia interna e dalla cui lettura puoi trarne spunti riflessivi, forza, coraggio, lacrime, aiuto e gioia.

Nel tuo libro parli di accettazione e compartecipazione più che di guarigione. Come pensi che questi concetti possano cambiare il modo in cui la società vede e tratta le persone con disturbi mentali?

Nel mio libro non parlo di guarigione appunto perché menziono svariate volte citazioni tratte dal libro di Thomas Szasz “Il mito della malattia mentale” il quale suggerisce l’inesistenza di queste malattie mentali definendole come costrutti creati e catalogati dall’ uomo basati sull’osservazione del comportamento dei cosiddetti pazienti clinici senza adeguati strumenti necessari alla diagnosi e al trattamento. Al che, mi sorge spontaneo riflettere sulla domanda paradossale: “come posso guarire da una malattia che non esiste?” Attraverso l’accettazione e la compartecipazione, sia dalla parte del “malato” sia dalla parte della società. Il “malato” ricercando il proprio benessere in sé stesso, la società rendendosi conto che, umanamente parlando, dovremo toglierci di torno tutti i pregiudizi, le maschere, le finte verità, le belle facce, i filtri della bella vita felice, rendendosi conto che ognuno ha la sua battaglia interna da combattere e che rispettando questo principio si rispetti il mondo di ognuno.

Puoi raccontarci un episodio della tua vita che ritieni emblematico del tuo percorso e che hai voluto condividere con i lettori nel tuo libro?

Sicuramente l’episodio londinese. Mi trovavo al St. Ann Hospital nella periferia di Londra, ricoverato in questo ospedale psichiatrico da circa 40 giorni. Ricordo bene che passeggiavo da una sala all’ altra e che in un corridoio trovai a terra un foglio stracciato. Su questo pezzo di carta c’erano scritti i nomi dei pazienti e, affiancate, le relative diagnosi. Vicino al mio nome c’era la scritta “diagnosis: Unknown”: sconosciuta. Ciò significava che per 40 giorni ero sotto effetto di psicofarmaci e sedativi senza che i medici conoscessero da che malattia ero affetto. Questo episodio ha segnato prepotentemente la mia non-fiducia rispetto a questo sistema di cura.

Come pensi che la tua giovane età influisca sulla tua visione delle malattie mentali e sulla tua capacità di raccontarle in modo autentico?

A parer mio, non è l’età che influisce su questo argomento, nemmeno il titolo di studio. Bensì sarei più propenso a parlare delle malattie mentali basandomi sulla mia esperienza, cioè dal mio punto di vista maturato grazie all’ ascolto interiore, al definire e incarnare certe sensazioni, pensieri e stati d’ animo.

Qual è il messaggio principale che speri di trasmettere con “Quello che sento dentro” a chi, come te, si sente oppresso e sopraffatto dal proprio disturbo e dal sistema che dovrebbe aiutarli?

Non vi è un messaggio chiaro e definito nel mio libro. C’è la mia esperienza, accompagnata dalle varie citazioni di Thomas Szasz. Quello che intendo trasmettere è il beneficio del dubbio, ovvero il non soffermarsi a regole e sistemi predefiniti e impostati, bensì riflettere, e porsi domande utili al benessere dell’individuo, che a propria interpretazione portino ad una maggior consapevolezza di sé, dei propri sentimenti, delle proprie emozioni e sensazioni. Le nostre domande ai quesiti esistenziali le troviamo dentro di noi, imparando ad ascoltarci.

Grazie, Matteo, per aver condiviso con noi la tua esperienza e le tue riflessioni. “Quello che sento dentro” è un libro che ci invita a riflettere profondamente sulla nostra percezione delle malattie mentali e sul modo in cui possiamo diventare una società più empatica e accogliente. Auguriamo a tutti i nostri lettori di trarre ispirazione dalle parole di Matteo e di portare avanti un dialogo aperto e costruttivo su questi temi fondamentali. Grazie per averci seguito e alla prossima intervista sul blog del Gruppo Albatros.

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