Oggi abbiamo il piacere di intervistare Dino Dazzani, autore del libro “Diciassette ottobre”, un’opera avvolgente che scava nelle profondità dell’animo umano, esplorando i dilemmi e le sfide esistenziali che ciascuno di noi affronta. In un alternarsi di emozioni forti e contrastanti, Dazzani ci guida attraverso un viaggio che tocca le corde più intime dell’umanità, tra amore e disperazione, luce e oscurità. Al centro della vicenda, il protagonista Davide Liveri, esperto satanista, si ritrova coinvolto in indagini legate a tre misteriosi omicidi, in un intreccio che fonde spiritualità e noir. Oggi cercheremo di entrare ancora più a fondo nei meandri di questa intrigante storia, lasciando che sia lo stesso autore a raccontarci la sua visione e i retroscena della sua scrittura.
Dino, “Diciassette ottobre” è un romanzo che esplora temi complessi e profondi. Cosa ti ha spinto a scegliere una figura come Davide Liveri, esperto satanista, come protagonista?
Ho messo in ogni personaggio qualcosa di me, ma a Davide Liveri ho dato anche la componente intellettuale e spirituale dove poter esprimere i miei pensieri e considerazioni, i valori positivi e l’autorevolezza unita all’esperienza vissuta. Ho scelto l’argomento dell’esoterismo satanico perché rispecchia la lotta interiore, e non solo, tra bene e male che avvolge tutti, nessuno escluso, fin dall’inizio dei tempi. Non è solo una faccenda simbolica. È l’origine del mondo e delle relazioni, per questo viene chiamato peccato originale, la conoscenza del bene e del male, ben descritta nella Genesi, il primo libro della Bibbia. Forse dire “esperto satanista” è troppo, perché si impara sempre dalla vita, ma credo esprima bene di cosa si stia parlando e della misura con cui affrontare questa battaglia.
Nel libro, si avverte una continua tensione tra amore e odio, luce e oscurità. Quanto questi contrasti riflettono la tua personale visione della vita?
La vita è piena di dualismi, li viviamo tutti quotidianamente, questi sono i principali, ma se ci guardiamo intorno è tutto un susseguirsi di questi opposti. Io, però, aggiungo un terzo elemento: la relazione. E allora ecco che in una coppia affettiva, ad esempio, dove c’è un Io e un Tu, aggiungo un Noi, la relazione, che è la base solida e sostanziale del legame. Si può chiamare amore, rispetto, condivisione, fedeltà, oppure, chi ha fede, la chiama presenza di Dio. Se non si coltiva questo Noi, se non lo alimentiamo tutti i giorni è come una pianta, sfiorisce e poi muore. E questo vale per ogni coppia di elementi, ne esiste un terzo, ed è la relazione che li unisce e li lega, dà sostanza e valore agli elementi. Ecco questa è quella chiamo visione trinitaria della vita. Un concetto complicato e forse spiegato male dalla Chiesa, ma che io vedo e vivo così. Non sono un teologo e forse ho detto una fesseria teologicamente parlando, ma essere e rendere semplici, non semplicistici, anche dei concetti alti e dogmatici è un valore importante e dovrebbe essere un compito costantemente perseguito da tutti.
Come hai lavorato per costruire i rapporti tra i personaggi, in particolare quello tra Davide e il suo amico Sandro, legato a lui sia da un passato goliardico che da circostanze molto più cupe?
Sono sempre più convinto che “noi siamo gli incontri che facciamo” (pagina 75) e l’amicizia è il luogo privilegiato e l’opportunità più grande che abbiamo nella vita per crescere e costruire dei legami forti. Ho 64 anni e gli amici veri che sono rimasti dalla mia giovinezza sono stati compagni fedeli nell’attraversare il tempo, abbiamo condiviso le traversie della vita, amori, gioie e dolori, lutti. E Sandro è uno di questi. L’amicizia non fa tante domande o viaggi mentali, c’è e basta, è sufficiente la presenza e spesso anche solo uno sguardo. Non c’è stato bisogno di idealizzare questo sentimento, ho guardato al mio vissuto e l’ho descritto, naturalmente l’ho adattato alla trama, ma fondamentalmente ho fatto così. Ho fatto la stessa cosa con gli altri personaggi: ho raccolto dalle mie conoscenze e relazioni passate, ne ho preso alcuni aspetti che ritenevo importanti e li ho adattati alla trama. Certi nomi, alcuni numeri, la data stessa del titolo, non sono messi a caso, sono riferimenti alla mia vita.
Il giallo e il noir si intrecciano con elementi spirituali e filosofici nel tuo libro. Come sei riuscito a bilanciare questi aspetti così diversi tra loro?
Non volevo raccontare una storia dove il male è il protagonista oppure il classico e tradizionale giallo con il cliché fatto di reati, indagine e colpevole, ma volevo raccontare anche una dimensione spirituale del male e la sua contrapposizione del bene, volevo tenere sempre alta l’attenzione alla trama principale, ma anche affrontare altre dimensioni della vita, spirituale e filosofica tipica dei nostri giorni, senza far calare la curiosità e la suspence della vicenda: una specie di ottovolante emotivo. Un mio piccolo desiderio, forse pecco di superbia, sarebbe che il lettore potesse riconoscersi e appassionarsi ad un personaggio, in fondo sono persone semplici come tutti noi, si ponesse delle domande, le stesse che si fanno nel libro, e facesse come una meditazione personale sulla propria vita. Non è certo compito di un giallo/noir proporre questa cosa ed io non offro soluzioni alle tante domande escatologiche e metafisiche, non sono un “maitre à penser” né un filosofo tanto per capirci bene, ma spunti di riflessione, questo sì, mi piace e ho l’ardire di pensare di averlo fatto.
Guardando al tuo percorso di scrittore, quali sono state le maggiori sfide che hai incontrato nella stesura di “Diciassette ottobre”, e come pensi che questa opera abbia arricchito la tua crescita artistica?
Questo è il mio secondo libro, il primo, anch’esso un romanzo, uscì nel 2008. Attraversavo un momento difficile della mia vita e scrivere quel libro fu un lavoro interiore, mettere come dei paletti e dei punti fermi nella mia vita a cui aggrapparmi per risalire. Anche questo “Diciassette ottobre” è stato come un lavoro interiore, dove ho cercato, attraverso la trama, di approfondire i miei valori e ideali, quelli che hanno forgiato il mio carattere e il mio essere. Direi quindi che la maggiore sfida è stata quella di rendere leggibile e comprensibile questa mia ricerca della Bellezza, di interiorità costruttiva e creativa coniugata alla vita reale e alle relazioni di qualsiasi tipo. Non amo molto la purezza nel genere letterario, mi piace la contaminazione di più generi; quindi, ho cercato di mantenere un equilibrio tra la tensione della vicenda e il racconto intimistico e interiore dei vari personaggi, senza scadere nella banalità e superficialità. È stato anche impegnativo affrontare certi passaggi perché la vicenda narrata nel libro viene raccontata da diversi punti di vista, anche da coloro che scelgono il male, e quindi immedesimarmi in quei personaggi non è stato facile. Ogni lavoro interiore arricchisce e diventa un bel tesoro a cui attingere, naturalmente vale anche per me e per questo libro.
Grazie, Dino, per aver condiviso con noi il cuore e l’anima di “Diciassette ottobre”. La tua opera ci invita a riflettere su temi profondi e universali, conducendoci in un viaggio che è tanto intellettuale quanto emotivo. Siamo certi che i lettori apprezzeranno non solo l’intreccio avvincente, ma anche la ricchezza dei sentimenti e delle riflessioni che hai saputo tratteggiare con maestria. Non vediamo l’ora di scoprire cosa ci riserverai in futuro.
