GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Homo Hipocrita – Riccardo Ferrari

Benvenuti sul blog del Gruppo Albatros. Oggi abbiamo il piacere di intervistare Riccardo Ferrari, autore del provocatorio e illuminante libro “Homo Hipocrita”. La sua opera ci guida attraverso una riflessione profonda sulla storia dell’umanità, confrontando il pragmatismo delle antiche civiltà con le ipocrisie della società moderna. Analizzeremo con lui i fenomeni delle migrazioni incontrollate, le trasformazioni sociali, il concetto di civiltà e democrazia, e molto altro ancora. Preparatevi a un viaggio intellettuale che sfida le convenzioni e stimola il pensiero critico.

Nel suo libro, “Homo Hipocrita”, lei analizza le radici storiche e culturali delle ipocrisie moderne. Quali sono gli elementi principali che differenziano l’Homo Hipocrita dalle generazioni precedenti?

Se ipocrisia è mentire per compiacere, allora l’”Homo Hipocrita” ha iniziato la sua evoluzione centinaia di migliaia di anni fa con l’invenzione della religione. Recentemente ha incrementato il suo sviluppo con l’ideologia comunista. Ma è nel dopoguerra che questa evoluzione è diventata travolgente. Ecco solo alcuni degli elementi di tale apparentemente inarrestabile trasformazione. Le migrazioni che non si vuole controllare in modo adeguato. L’argomento è trattato in modo più dettagliato nella risposta alla sua terza domanda. La cosiddetta “Cancel Culture” o “Revisionismo Storico” riferita all’Occidente e in particolare al periodo coloniale. L’eccessiva e ipocrita ansia di proteggere, di giustificare, di capire, di aiutare, di perdonare le giovani generazioni, avrà come ineluttabile conseguenza generazioni di giovani, di cui una notevole percentuale saranno ricchi solo di pretese, narcisisti e privi di quella umile e tenace volontà di fare che sola porta progresso e ricchezza a una società. In Italia si è andato affermando un sistema giudiziario e carcerario ipocritamente troppo ansioso di adempiere alla funzione di reinserimento del condannato a spese della indispensabile funzione di deterrenza. Alcune bandiere ecologiste, che la maggioranza ritiene sensate in nome di un ipocrita, generalizzato e non attentamente valutato “sviluppo sostenibile”, sono in realtà dannose alla stessa necessità di un mondo meno inquinato. Da rilevare come l’estremismo ecologico colpisca soprattutto l’Italia e non i Paesi del Nord Europa dove il Movimento Verde è nato molti decenni prima che si affermasse anche nel nostro Paese. La questione “Meridione”, come anche tante altre riferite a diverse zone depresse presenti in Europa, è affrontata in modo ipocrita dai governi centrali e dai media in nome delle sacre esigenze elettorali, di audience e di numero di lettori. Gli slogan pacifisti del tipo “pace senza se e senza ma”. “Si vis pacem, para bellum”. Se vuoi la pace prepara la guerra. Se incuti rispetto tieni alla larga i prepotenti. La storia insegna che a volte, purtroppo, solo con le armi si possono arginare le prepotenze degli assolutismi. L’enorme progresso della medicina unito con una incomparabile maggiore empatia verso il dolore del prossimo e a una giusta diffusione del diritto alla vita e alle cure di ogni essere umano (anzi oggi si può dire di ogni essere vivente), porterà ineluttabilmente a un decadimento del patrimonio genetico, inteso come buona salute e resistenza alle malattie, di tutta l’umanità. Se la scienza o provvedimenti draconiani non ipocriti non porranno rimedi.

Lei sostiene che solo le civiltà pragmatiche, non influenzate da fedi o ideologie astratte, hanno contribuito significativamente alla genesi della Civiltà Occidentale. Può approfondire come il pragmatismo di Roma e dell’Inghilterra ha plasmato concetti come la cittadinanza e la democrazia parlamentare?

Per quanto riguarda Roma è interessante ciò che afferma Giuseppe Antonelli: “Elemento costitutivo di un nuovo Stato può essere non l’origine dei singoli cittadini ma un patto, un’intesa, una legge che ognuno, qualunque sia la sua provenienza, si impegna a rispettare… Questa spregiudicatezza originaria ha sviluppato l’intelligenza politica della classe dirigente e orientato la cultura della società romana che ha continuato a trovare naturale, quando risultasse conveniente, assorbire dall’esterno non solo persone o magari intere comunità, ma culti, istituzioni, armi, metodi di combattere e via dicendo”. Originalità e pragmatismo anziché ottuse ideologie… Da questo pragmatismo nasce il concetto di cittadinanza. Per tenere unite e motivate queste eterogenee genti (che comunque erano tutte di origine indoeuropea), era perfettamente funzionale il concetto di cittadinanza: la consapevolezza di appartenere a una comunità nella quale tutti gli uomini liberi, di qualsivoglia provenienza, avevano (più o meno) gli stessi diritti. Cosa fondamentale per stimolare a dare il meglio non solo nella vita di tutti i giorni ma soprattutto in vista delle future battaglie e dei futuri bottini. Per quanto riguarda l’Inghilterra, da sempre e da tutti gli storici il pragmatismo degli Inglesi è riconosciuto come un dato di fatto. Nel libro sono riportati alcuni esempi di detto leggendario pragmatismo. Ma perché da questo innegabile senso pratico ebbe origine la democrazia parlamentare? Perché pragmatico era costringere il monarca di turno a non imbarcarsi in guerre che non avessero uno scopo, un interesse soprattutto economico. Poca ideologia o fanatismo religioso ma senso pratico. E l’arma più semplice e pragmatica di cui disponeva la società inglese a tale scopo era il controllo, tramite un Parlamento, delle spese e delle tasse che il sovrano imponeva per intraprendere le sue guerre. Dopo secoli di alti e bassi (tra cui l’esecuzione di un sovrano: Carlo Primo nel 1646) il Parlamento prese il sopravvento e alla fine del diciassettesimo secolo si può già parlare di una moderna forma di Parlamento e monarchia costituzionale quando ancora nel resto d’Europa regnavano, “Per Grazia Divina”, solo sovrani assoluti.

Le migrazioni incontrollate sono un tema centrale nel suo libro. Quali sono, secondo lei, le cause storiche di questo fenomeno e perché lo considera insostenibile?

In questo caso non è possibile chiarire un concetto così importante in poche righe. L’immigrazione incontrollata è spinta, come noto, da vari fattori: esplosione demografica, diffusa povertà o addirittura malnutrizione, stati di guerra o guerriglia endemici, élite di governo corrotte e cleptocratiche. Perché insostenibile? La verità è semplice ma esplosiva: alcuni Popoli si differenziano, nella maggioranza dei loro appartenenti (non necessariamente di tutti), per caratteristiche caratteriali congenite di problematica integrazione con altri popoli. Perché tali differenze? “Popoli costretti a vivere, per molte migliaia di anni, in condizioni geografiche e con percorsi storici diversi hanno forzatamente subito una selezione naturale per cui i peculiari requisiti caratteriali di adattamento a quelle realtà si sono cristallizzate nel loro patrimonio genetico”. “La prima e di gran lunga più importante selezione delle peculiarità caratteriali umane è indubbiamente dovuta alla nascita dell’agricoltura 10-12 millenni fa. “Con l’agricoltura si resero necessari ovvi adattamenti caratteriali. Impegnarsi molte ore al giorno con lavori ripetitivi, seminare e mietere al momento opportuno, irrigare quando necessario, curare la terra per tanti anni per ottenere buoni raccolti, richiedere la cooperazione di altri per arare, disboscare, macinare, per costruire attrezzi importanti come l’aratro, commercializzare il surplus tramite il baratto e i mercati di villaggio ecc. Per tutti questi motivi l’agricoltore ha dovuto sviluppare, sempre attraverso millenni di selezione dei caratteri, le doti di pazienza, tenacia, ingegno per le innovazioni tecnologiche e cooperazione. Gli individui più provvisti dalla natura di quelle doti erano, e sono, ovviamente avvantaggiati nella lotta per la vita e tramandano il loro patrimonio fisico e caratteriale”. l’Africa Subsahariana ha molti meno (o nessuno) millenni di adattamento alla pratica dell’agricoltura e questo è facilmente rilevabile dalla struttura della società rimasta sostanzialmente tribale e dall’assenza di città importanti antecedenti l’arrivo dei colonizzatori. La Cina e il Medio Oriente hanno lo stesso numero di millenni di adattamento all’agricoltura dell’Europa ma hanno avuto un percorso storico e una posizione geografica che ha generato caratteristiche comportamentali genetiche tali da impedirgli lo sviluppo della democrazia e di una certa parità di genere caratteristiche dell’Europa. Quindi le differenze razziali esistono. E qui viene il difficile. Affrontare il tema dell’immigrazione senza ipocrisia è pericoloso, perché comporta ammettere distinzioni razziali e il razzismo, come è noto, è una parola bandita da decenni, è un tabù inattaccabile soprattutto all’indomani delle terribili conseguenze a cui portò l’ideologia nazista basata anche sul razzismo. Infatti, la grande maggioranza di storici e antropologi sull’argomento dei motivi che hanno dato origine a civiltà così differenziate, si sono espressi in opere importanti, molto diffuse e premiate ma che partono sempre dallo stesso presupposto: gli uomini sono tutti uguali e le suddette differenze di civiltà vanno ricercate altrove. Non è così. La storia, se letta senza pregiudizi, lo dimostra. Solo pochi autori tra cui Nicholas Wade (Una scomoda verità), o Gregory Clark (The Son Also Rises), hanno affrontato senza pregiudizi il tema delle diversità caratteriali congenite tra le varie popolazioni. Ma le loro opere, che attingono a fatti difficilmente contestabili, sono state criticate non su basi scientifiche ma piuttosto su basi ideologiche, e sono rimaste confinate in un ristretto ambito di addetti ai lavori. In questo libro, tra tanti altri argomenti, vengono illustrate in modo molto sintetico e, credo, scorrevole, parte delle loro opere. Nella speranza che tale sintesi sia accessibile e compresa dal grande pubblico.

Nel contesto delle trasformazioni sociali moderne, come vede l’evoluzione del concetto di democrazia? Ritiene che stiamo andando verso una maggiore autenticità o stiamo scivolando in nuove forme di ipocrisia?

La democrazia, fin dalla sua nascita è stata soggetta a una pericolosa spada di Damocle: la demagogia, la quintessenza dell’ipocrisia, la quale ha tanto più successo quanto più è estesa la disinformazione. E nel mondo attuale più che mai la distorsione della realtà, il dilagare delle cosiddette “Fake news” e dei “Talk” di parte, rendono oltremodo difficile l’obiettività. Credo che per una informazione più corretta e obiettiva, basata su dati inconfutabili e non su slogan a effetto e promesse irrealizzabili e demagogiche sarebbe ideale un tipo di confronto di idee nei media, con la obbligatoria presenza di tecnici indipendenti che possano mettere sul tavolo dati inconfutabili e confronto di tali dati con quelli di Paesi più oggettivamente efficienti. E, anche, tali confronti di idee devono sottostare a tempistiche predeterminate onde evitare il desolante spettacolo del parlarsi sopra e del non concludere mai pienamente un argomento. E per ciò che riguarda gli eletti: la classe politica che ci guida è troppo spesso composta da persone che non hanno fatto niente altro nella vita! E quindi nasce il sospetto che abbiano scelto la politica come scorciatoia per il successo, il potere e il denaro senza passare per la vera prova di sacrificio, di forza e di valore: il lavoro! Certo è innegabile che alcune personalità nel mondo della politica sono statisti che non mirano al guadagno o alla fama ma solo all’interesse pubblico immediato ma soprattutto futuro. Ma purtroppo queste ammirevoli personalità sono, veramente, obiettivamente, molto rare. Soluzioni? Una, purtroppo molto ipotetica, potrebbe essere l’obbligatorietà, per essere eletti, di un congruo numero di anni di lavoro alle spalle in un qualunque settore e in una qualunque mansione purché brillantemente svolto. E questo perché è il lavoro che fa maturare esperienza e dà l’esatta misura del valore di un cittadino. Prendiamo esempio dalla civiltà romana, non a caso quella di maggior successo e duratura eredità della storia dell’uomo. Un cittadino romano, prima di poter ambire a governare, doveva dimostrare di essere un cittadino di valore con dieci anni di servizio militare. E questo è ovvio perché, a quei tempi, un popolo e la sua civiltà per essere duraturi avevano una imprescindibile necessità: le vittorie militari. Oggi è la forza economica la cosa più importante di un Paese e di conseguenza un ipotetico “Cursus honorem” moderno dovrebbe iniziare con un certo numero di anni di impegno lavorativo. Poi la diffusa democrazia ha generato negli ultimi decenni un’altra frequente ipocrisia. Per compiacere i concittadini (e gli ambientalisti estremisti) e facendo leva sui notevoli poteri accordati agli enti locali, a volte risulta difficile o impossibile al governo centrale di costruire infrastrutture necessarie alla globalità dei cittadini di uno Stato. Esempi come i rigassificatori, le trivellazioni, i metanodotti, i termovalorizzatori, le pale eoliche, i campi fotovoltaici, le nuove strade, le nuove ferrovie, le nuove dighe ecc. sono quotidiani”.

Il titolo del suo libro, “Homo Hipocrita”, è provocatorio e stimolante. Qual è il messaggio principale che vuole trasmettere ai lettori attraverso questo titolo e come spera che influenzi il dibattito pubblico?

Il messaggio più importante e provocatorio è senz’altro quello della provata esistenza di diversità congenite nelle caratteristiche caratteriali fra la maggioranza dei componenti di popoli provenienti da percorsi storici millenari distinti. Come specificato nella terza risposta. Come corollari a questo messaggio e potenziali fonte di dibattito, due ipotesi, credo originali, contenute sempre nel primo capitolo. Una è relativa a un fatto sostanzialmente irrisolto e per il quale sono stati versati fiumi d’inchiostro e formulato decine di ipotesi: perché l’Occidente, negli ultimi secoli ha preso il sopravvento come sviluppo scientifico, economico, militare e culturale? Al di là del ricorrente politicamente corretto che vorrebbe la supremazia europea solo frutto di prevaricazione e violenza, la mia ipotesi è che, semplicemente, proprio la democrazia e quindi la maggiore libertà di pensiero e parità di genere, tipiche dell’Europa, sono la base di questo successo perché hanno dato modo di valorizzare molto più a fondo i talenti e le risorse economiche private. Questo ha reso possibile un enorme sviluppo della scienza, della tecnologia e, ovviamente, delle armi. Il secondo corollario è conseguente: perché la democrazia è nata in Europa? Vieni formulata l’ipotesi, credo abbastanza innovativa e supportata dagli studi di grandi studiosi come Marija Gimbutas (archeologa e linguista lituana), che tutto questo (democrazia e un certo rispetto della donna) sia stato originato dalla commistione (violenta), avvenuta alcuni millenni B.C., dei popoli agricoltori della “Vecchia Europa”, matrilineari, cooperativi e relativamente pacifici con i conquistatori Indoeuropei, bellicosi allevatori provenienti dalle steppe sarmatiche, non soggetti a un Dio supremo e totalizzante come i popoli della mezzaluna fertile e parzialmente democratici nel senso di assemblee di guerrieri che eleggevano i capi.

Ringraziamo Riccardo Ferrari per aver condiviso con noi le sue intuizioni e riflessioni. Il suo libro, “Homo Hipocrita”, ci invita a guardare oltre le apparenze e a confrontarci con le realtà scomode della nostra società. Speriamo che questa intervista abbia stimolato il vostro interesse e vi invitiamo a leggere l’opera per approfondire ulteriormente queste tematiche. Continuate a seguirci sul blog del Gruppo Albatros per altre interviste e approfondimenti letterari. Grazie per averci seguito e alla prossima!

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