GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Cosa diremo agli amici? – Lorenzo Strappati

Benvenuti al blog del Gruppo Albatros, dove oggi abbiamo il piacere di parlare con Lorenzo Strappati, autore del libro “Cosa diremo agli amici?”. Quest’opera ha suscitato notevole interesse per la sua profonda immersione nell’amore finito, dipingendo con maestria e sensibilità un panorama emotivo dominato da una struggente nostalgia e un senso di abbandono. La donna amata prende vita attraverso brevi, ma intense pennellate di ricordi, che scaturiscono da frammenti di vita vissuta insieme, trasformando dettagli apparentemente insignificanti in chiavi per ricordare non solo eventi, ma anche sentimenti profondi e coinvolgenti.

Lorenzo, “Cosa diremo agli amici?” è un viaggio nel cuore della perdita e della memoria. Cosa ti ha ispirato a scrivere su questo tema così intimo e universale?

Quando scrivo una poesia, sono alla ricerca di un contenitore adatto in cui possa depositare una determinata sensazione, un frammento, un pensiero che ritengo interessante, che derivi imprescindibilmente dalla mia esperienza diretta. In soldoni e per farla semplice – ma neanche eccessivamente – è quello che vivo, che ricevo, che provo, ad essere il protagonista del verso. Evidentemente, non deve esser stato un periodo prospero (ma fertile eccome) il tempo di stesura, sebbene ne abbia saputo cogliere la bellezza collaterale, per citare un buon film. Tengo molto al focolare intimo del libro, alla sua chiacchiera confidenziale, al suo segreto – tanto da averlo trattato da amico – e nonostante non stia a me stabilire l’universalità di quanto affermo, certo è che mi sono interessato delle cose dell’uomo, perché uomo anch’io, come si scrive nell’Heautontimorùmenos. 

Nel tuo lavoro, possiamo percepire un forte legame con la tradizione poetica italiana. Quali autori o movimenti ti hanno influenzato maggiormente nella creazione di questa silloge?

Prima di rispondere, è opportuno che io confessi una certa esigenza letteraria – per la poesia, in particolar modo – che credo vada addirittura oltre il puro gusto personale, e che mi descrive come un picky reader, piuttosto che uno avido. Dunque, ristretto il campo, è per me relativamente meno complesso stilare l’elenco degli autori a cui mi sono appellato per la stesura del libro, poiché tra i miei intenti vi è quello di scrivere un verso, non che regga il confronto col modello, ma che almeno mi possa far piacere rileggere, anche a distanza di anni – dopo essermi presentato come “schizzinoso” in materia. Tra questi ascendenti vorrei ricordare Bukowski, soprattutto per le liriche inglesi; Benni, per le poesie più scherzose; Salinas per le più spontanee; D’Annunzio per quelle più tecniche; Leopardi per quelle più solitarie; Montale per le più moderne… e la lista continuerebbe, tenendo anche conto della compartecipazione delle influenze in una stessa lirica, ma escludendo spunti di altra natura (come film o canzoni). 

Una delle caratteristiche più evidenti del tuo stile poetico è la sua audacia nel trattare temi esistenziali e confrontarsi con modelli letterari consolidati. Cosa ti ha spinto a questa forma di espressione così coraggiosa?

Credo, e in realtà sono convinto, che l’ideazione sia stata invece irrazionale, almeno nella fase embrionale, e solo successivamente è subentrata la consapevolezza, per l’adattamento metrico, la ricerca della rima, eccetera. Non sarei certo capace di spiegare la genesi di un pensiero, né di ricostruire il percorso che mi ha portato a trattare determinati concetti e temi nell’opera, ma, senz’altro, la combinazione di vita e lettura (e studio) ha contribuito all’assimilazione di più forme espressive: il sonetto, la filastrocca, la canzone libera, o il verso sciolto, ad esempio. Insomma, mi son lasciato condurre e trasportare spontaneamente dall’estro, come se forma e contenuto venissero a braccetto, anziché dichiararli separatamente. Ad esser sinceri, poi, è capitato che alcuni componimenti rispettino i criteri di una determinata metrica solo perché, per puro caso, erano i primi versi a seguirne il rigore.

Abbiamo notato che, nonostante la profondità dei temi trattati, la tua poesia rimane estremamente contemporanea. Come bilanci la tua ispirazione dalla tradizione con la necessità di affrontare le sfide e le questioni moderne?

Sono contento si sia notato, e spero apprezzato, lo sforzo di applicare un modus operandi contemporaneo e vivo alla mia poetica. Vorrei però spiegare che, a mio parere, una buona poesia è atemporale e, meglio, sempre contemporanea: la scelta di confrontarmi con la tradizione è subito spiegata – una poesia immortale, che sempre comunica. Il mio lavoro vuole proporre, quindi, il più delle volte, un tono quotidiano e noto, sfuggendo il bisogno di rifugiarsi tra meccanismi eccessivamente artificiosi per elaborare teorie troppo complesse, spesso assenti nei miei testi. Lo confesso, c’è poco di conscio oltre quello che si legge nell’opera. Eppure, sento che quanto son venuto scrivendo non sia da sminuire perché leggero, poiché è anzi questo il suo punto di forza. La fruibilità è il centro della mia creazione e per raggiungere il mio obiettivo necessito di chiarezza, tanto per intendere il messaggio da trasmettere, quanto per, finalmente, esprimerlo: analogamente, se sono in possesso soltanto di una bozza sbiadita di quanto voglio dire, non riesco a scrivere. D’altro canto, se ho ben presente il fine, le parole fuoriescono come un fiume, senza il bisogno di argini.

Lorenzo, cosa vorresti che i lettori portassero con sé dopo aver letto ‘Cosa diremo agli amici?’ Qual è il messaggio o l’impatto che speravi di lasciare attraverso le tue parole?

Volendo nascondere il sogno, forse postumo, di esser citato, come io stesso rendo omaggio ai miei autori, sia nell’opera, che nel parlato, o di essere annoverato in un albo letterario o antologico di rilievo, nell’immediato mi basterebbe ci si ricordasse di un verso, ritenuto ben riuscito. Ancora più semplicemente, sarebbe sufficiente che qualcuno si riconosca in un ritratto o, meglio, che pensi a qualcuno mentre legge, con la voglia celata di dedicare una poesia. Insomma, vorrei che questo libro sia davvero un amico, simile al lettore.

In conclusione, “Cosa diremo agli amici?” si configura come una raccolta poetica audace e riflessiva, capace di esplorare le profondità dell’animo umano con una consapevolezza espressiva sorprendente per la giovane età dell’autore. Con una tavolozza ricca di emozioni e una sensibilità verso la tradizione letteraria italiana, Lorenzo Strappati si rivela come una voce autentica e promettente nel panorama della poesia contemporanea.

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