In un mondo in cui la felicità sembra sempre più un miraggio, Luciano Mancini ci accompagna in un viaggio autentico e profondo alla sua ricerca, attraverso esperienze di vita, incontri sorprendenti e riflessioni maturate in ogni angolo del pianeta. Il suo libro autobiografico La ricetta della felicità è molto più di un racconto personale: è un cammino di consapevolezza, una guida spirituale, una mappa del cuore. In queste pagine si respira il coraggio di chi ha scelto di cambiare strada, mettendo in discussione tutto ciò che sembrava certo. Abbiamo avuto il piacere di intervistare l’autore per scoprire cosa si nasconde dietro questa sua “ricetta” e come il viaggio esteriore abbia trasformato anche quello interiore.
Luciano, nel suo libro racconta un lungo viaggio alla ricerca della felicità. Qual è stato il momento in cui ha capito che doveva cambiare strada?
Il momento preciso è arrivato quando ho capito che, pur vivendo una vita apparentemente piena e soddisfacente — con un buon lavoro, relazioni importanti e diversi traguardi raggiunti — qualcosa dentro di me non era allineato. La mattina mi alzavo e non trovavo il mio naturale sorriso allo specchio. Un senso di vuoto, di insoddisfazione cresceva giorno dopo giorno, come un sussurro che si faceva sempre più forte, fino a diventare impossibile da ignorare. Non fu una crisi improvvisa, ma una verità che si rivelò nel tempo: la strada che stavo percorrendo non parlava più di me. Non dovevo solo cambiare meta, ma trasformare completamente il mio modo di stare al mondo. Da quel momento di forte presa di coscienza ho lasciato il mio vecchio lavoro ed ho cominciato un nuovo viaggio, fatto di autenticità, ascolto e coraggio. Destinazione: felicità.
Ha incontrato molte persone durante i suoi spostamenti: c’è un incontro in particolare che le ha lasciato un segno profondo?
Nel corso della mia vita ho vissuto diversi momenti intensi e trasformativi, tra cui un mese trascorso nella foresta amazzonica, completamente immerso nella natura, dove ho potuto riscoprire un contatto primordiale con la terra, gli elementi e me stesso. Ma se devo individuare un vero punto di svolta, un “clic” profondo e radicale, allora torno al mio primo ritiro di yoga, che feci nel 2016, vicino a Valencia, guidato dal mio maestro. Trenta giorni all’interno di una tenda marocchina, in completo silenzio. Ogni giorno era scandito solo da yoga, meditazione e cucina macrobiotica. È lì che ho iniziato a svuotarmi davvero, a guardarmi dentro, ad ascoltare senza il rumore del mondo. Ed è proprio in quel silenzio che è nata l’idea di scrivere La ricetta della felicità. Quel ritiro è stato l’inizio del mio viaggio interiore e, in un certo senso, anche del mio viaggio come scrittore.
Nel corso del suo cammino ha sperimentato diverse culture e filosofie di vita: ce n’è una che sente più vicina al suo modo di essere oggi?
Mi sento profondamente vicino alla filosofia ayurvedica e al pensiero orientale in generale, in particolare al concetto che tutto è interconnesso e che il benessere nasce dall’equilibrio tra corpo, mente e spirito. Oggi non mi identifico in una sola cultura: sento di appartenere a un’umanità in cammino, dove prendo ciò che risuona con la mia essenza e lo integro, con rispetto, nella mia vita.
Lei parla di felicità non come obiettivo ma come consapevolezza. In cosa consiste, per lei, questa consapevolezza?
La consapevolezza è uno stato di presenza, un ritorno al qui e ora. È smettere di cercare la felicità come se dipendesse da cose esterne a noi, talvolta irraggiungibili e iniziare ad accorgerci di ciò che abbiamo già: il battito del nostro cuore, un respiro profondo, un sorriso sincero, un abbraccio. La felicità non è un traguardo, è un mindset, un modo di guardare la vita con gratitudine, nel presente.
Se dovesse condividere una “lezione universale” che ha imparato lungo il suo percorso, quale sarebbe?
Che tutto ciò che stiamo cercando è già dentro di noi. Il mondo esterno può essere un meraviglioso specchio, ma la chiave è sempre interiore. Ho imparato che la felicità non si conquista: si riconosce, si accoglie, si coltiva. E spesso si trova nei luoghi più inaspettati, dentro una lacrima autentica, un fallimento trasformato, un incontro improvviso, o nel coraggio di restare fedeli a sé stessi anche quando sembra più facile perdersi.
Ringraziamo Luciano Mancini per aver condiviso con noi la sua esperienza e la sua visione così luminosa e autentica. La ricetta della felicità non è solo il racconto di una vita straordinaria, ma anche un invito per ciascuno di noi a fermarsi, ascoltarsi e, forse, cambiare strada. Perché, come ci insegna l’autore, la felicità non è una meta, ma una scelta quotidiana di autenticità.
