GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Ti parlo di noi – Federico Arimondi

Oggi abbiamo il piacere di conversare con Federico Arimondi, autore del libro “Ti parlo di noi”. La sua è una biografia intensa e profonda che affonda le radici negli anni Ottanta, in un’Italia profondamente segnata da rigidi condizionamenti sociali e religiosi. Federico racconta la sua storia e quella di Michela, una figura ingombrante e soffocante, espressione di una società che fatica a riconoscere la verità dell’essere. Attraverso le sue parole, l’autore ci guida lungo il percorso di scoperta e affermazione della propria identità di genere, tracciando un racconto personale che, però, ha risonanze universali. La forza del libro non risiede solo nella testimonianza autobiografica, ma nella capacità di offrire uno spaccato di vita che ci invita a riflettere sulle questioni di identità e rispetto dei diritti umani, anche nell’Italia di oggi. Federico ci racconta cosa significa rinascere e ritrovarsi, in un viaggio che oggi più che mai risuona di una forte carica simbolica.

Federico, nel suo libro appare molto chiaro il peso delle convenzioni sociali e religiose del tempo. Può parlarci di come queste influenze abbiano inciso sul suo percorso personale?

Prima di tutto bisogna tenere presente che parliamo di un percorso iniziato nei primi anni Ottanta. A quell’epoca, da questo punto di vista, si parlava solo di omosessualità e la classificazione si basava essenzialmente sull’orientamento sessuale degli individui. Oggi abbiamo compreso che l’identità sessuale e l’identità di genere non sono la stessa cosa dell’orientamento sessuale. Negli anni Ottanta, le tematiche legate all’identità di genere iniziavano ad essere considerate e studiate solo da pochissime menti illuminate e quasi sempre sulla scia di ciò che accadeva all’estero. Non c’era però alcuna risonanza sociale su questi temi e tantomeno si affrontavano pubblicamente in dibattiti televisivi o in radio, anche perché si era fortemente condizionati dalla morale cattolica che, soprattutto su tematiche sessuali, imponeva tabù e censure. Questo condizionava pesantemente il giudizio sociale e anche, come nel mio caso, la chiusura delle famiglie nell’affrontare senza pregiudizi le sofferenze e le difficoltà dei propri figli. I social non c’erano affatto e quindi reperire informazioni era molto, molto complesso e faticoso. Non esistevano sportelli di ascolto a cui rivolgersi o centri medici che potessero indirizzarti. Dovevi iniziare un’estenuante ricerca personale da vero e proprio pioniere, sperando di avere la fortuna di incontrare alla fine le persone giuste, come fortunatamente è successo a me. Per quanto riguarda la Chiesa Cattolica, purtroppo, temo di dover dire che, rispetto a quegli anni, non è cambiato molto! Se sei fortunato, puoi incontrare qualche sacerdote più aperto e disponibile ad affrontare questi temi e che abbia voglia di rischiare ed uscire dai dogmi della Chiesa. Quindi tutto, nella migliore delle ipotesi, è lasciato alla sensibilità del singolo individuo che, sposando davvero quello che dovrebbe essere l’autentico spirito di accoglienza della Chiesa, ti porge una mano a titolo personale e non ufficiale! Oggi come ieri, per la Chiesa cattolica, continuiamo ad essere inesistenti, anzi, piuttosto imbarazzanti. Anche se battezzati, non possiamo ricevere i sacramenti e quindi non possiamo sposarci, non possiamo fare da padrini o madrine ai cresimandi, non possiamo fare da testimoni ai matrimoni, non possiamo ricevere la comunione, perché non abbiamo un certificato di battesimo con la nostra nuova identità, definita e sancita da una sentenza del tribunale dello Stato italiano. L’unica cosa che possiamo fare è confessarci e pentirci del “nostro peccato contro natura”, senza peraltro ricevere assoluzione. Per un credente convinto come me, tutto questo è stato e continua ad essere una vera violenza morale. Un mio personalissimo sogno sarebbe quello di far arrivare il libro “Ti parlo di noi” a Papa Francesco, in modo che possa approfondire l’argomento e affrontarlo con chi ha vissuto e vive sulla propria pelle tale insensata discriminazione. La mia convinzione da cristiano, comunque, è che Dio fortunatamente comprenda la nostra condizione e che accolga anche noi come suoi figli; questo è ciò che mi permette ancora oggi di non perdere la fede e la speranza che qualcosa possa prima o poi cambiare.

Qual è stato il momento più difficile di quel percorso di consapevolezza? Ci sono stati episodi particolari che l’hanno portata a prendere maggiore coscienza di sé?

Credo che nel libro tutto questo sia spiegato nei vari e complessi passaggi. Volendo però racchiudere in poche righe una risposta, mi sento di dire che in realtà quello in cui sono riuscito a condividere con altri e a dare un nome alla mia condizione è stato per me un momento di profonda liberazione e gioia; la cosa meno dolorosa e più bella in assoluto che mi sia potuta capitare. Scoprire di non essere quel mostro o quella persona deviata che la società mi aveva portato a credere di essere o che molti credevano che fossi, è stata la vera liberazione e la rinascita della mia esistenza. Ho compreso di essere vittima, come tanti, di un macabro scherzo della natura, che genera corpi deformi o menomati e quindi, come tutti quelli segnati da malformazioni, non avevo fatto proprio nulla per meritare una sorte così crudele. Una volta scoperto questo, il mio unico pensiero è stato agire per liberarmi di quelle orribili forme, di quel corpo sbagliato che mi ritrovavo. Non una malattia mentale, non una devianza sessuale: semplicemente, ma tragicamente, una mente e un’anima in un corpo sbagliato. Nel percorso di consapevolezza, non direi ci siano stati momenti più significativi, se non quando la mia psicologa ha proferito quelle parole che mi rimarranno scolpite per sempre nell’anima: “Caro Federico, dopo mesi e anni di studio posso affermare con certezza che il tuo caso rientra tra quelli della disforia di genere e più precisamente lo definirei un caso di transessualismo primario…” È da lì che la mia martoriata esistenza ha iniziato ad avere un senso ed è iniziata la rinascita ed il riscatto sociale.

Michela è una figura centrale e ingombrante nella sua vita, come descrive questa “presenza”? Qual è stato il suo ruolo nella sua lotta per trovare la propria identità?

Per molti anni le convenzioni sociali vedevano apparentemente prevalere Michela su Federico; i giochi, i vestiti, le amicizie, i ruoli sociali, erano tutti rivolti a mettere in risalto Michela. Io stesso lottavo affinché Michela prendesse il sopravvento sui miei sentimenti più intimi, sui miei desideri, su come mi vedevo e immaginavo nel futuro, ma inutilmente. Qualcosa in me rifiutava assolutamente e categoricamente quella orribile figura femminile alla quale mi sarei dovuto ispirare e che mi ritrovavo cucita addosso come una pesante armatura di ferro che invece mi intossicava la vita. Non mi piaceva nulla di lei anzi, la odiavo, mi dava il voltastomaco; eppure, ero costretto a conviverci costantemente. Questa forzata convivenza, mi procurava un dolore inimmaginabile e inspiegabile, che non mi abbandonava neanche per un istante della mia vita. Michela ha rovinato i momenti più belli della mia esistenza. Mi ha rovinato i giochi e i compagni d’infanzia, l’adolescenza, mi ha rubato la bellezza dell’innamoramento, mi ha sporcato il primo bacio, i primi abbracci, l’innocenza degli sguardi innamorati. Mi ha procurato vergogna, disagio, disgusto, frustrazione. Mi ha procurato giudizi implacabili; mi ha rubato l’amore della mia famiglia; mi ha messo mille volte in ginocchio spezzandomi il cuore e l’anima e la voglia di vivere. Fortunatamente però, pur colpendomi a morte, non è mai riuscita ad avere la meglio sul me autentico e questo anche grazie all’amore di Eleonora che ha sempre creduto e visto in me Federico, dandomi la forza per rialzarmi e proseguire. Posso dire con assoluta fermezza che alla fine Michela è stata annientata ed è finita definitivamente nell’oblio di tutti.

La sua biografia si colloca in un contesto storico molto diverso da quello attuale. Quali differenze ritiene siano ancora rilevanti oggi per chi intraprende un percorso di transizione di genere?

Come dicevo, negli anni Ottanta è stato tutto molto, molto più difficile e doloroso. Certamente la gente adesso è più consapevole, più aperta al dialogo e in parte pronta ad accettare la diversità, anche se ancora non se ne capisce bene il senso profondo. La facilità di reperire informazioni, che per altro non sempre sono esatte e fondate, potrebbe però far correre il rischio di affidarsi a persone di scarsa competenza, che si improvvisano esperte. Se ne parla tanto e questo è positivo, ma non sempre con cognizione di causa. Voglio dire che, ora più che mai, è importante affidarsi a professionisti che sappiano comprendere sino in fondo tutte le realtà di cui si inizia a parlare e che sono racchiuse nell’acronimo “LGBTQIA+”, presente addirittura nell’enciclopedia Treccani. Bisogna davvero approfondire e comprendere che ogni termine racchiude un mondo a sé, che spesso non è paragonabile e certo non è sovrapponibile all’altro. Il mio messaggio è “pazienza e competenza”. I disturbi dell’identità sessuale e dell’identità di genere sono moltissimi e l’unica cosa che hanno in comune è la sofferenza e il grande disagio. Le domande da porre sono: chi sono realmente? Con quale genere mi identifico? Da quali persone sono attratto affettivamente e sessualmente? Cosa sento di essere dentro di me? Queste sono le domande che portano pian piano a capire esattamente chi sono, chi voglio essere nella società e con quali persone penso di poter esprimere la mia affettività.

Quale messaggio o riflessione principale spera possa rimanere nel cuore dei suoi lettori?

Il messaggio universale è la conoscenza! Questo vale per tutte le diversità che tanto ci allontanano e fanno paura. Approfondire, documentarsi, avvicinarsi e colloquiare con chi è lontano da noi e dalle nostre convinzioni, certamente ci fa scoprire quel denominatore comune fatto di dolore, amore, desideri e voglia di serenità e normalità che alberga nel cuore di ciascuno di noi. Non ho la pretesa di far comprendere tutte le realtà delle quali oggi si parla in termini di identità di genere o identità sessuale, perché io stesso non credo di conoscerle tutte. Io racconto semplicemente la mia storia di transizione affrontata e vissuta nei primissimi anni Ottanta con ciò che l’epoca mi metteva a disposizione in termini di conoscenza e strumenti. Spero che il mio libro possa aiutare a comprendere meglio il mondo della disforia e il doloroso percorso di transizione; che faccia riflettere sul fatto che, come sempre, le conquiste di oggi sono la risultante di storie e sofferenze vissute ieri da pionieri inconsapevoli, che hanno tracciato la strada. La storia di oggi arriva sempre da sofferenze lontane.

Ringraziamo Federico Arimondi per averci aperto le porte della sua vita e aver condiviso un racconto così autentico e coraggioso. “Ti parlo di noi” non è solo una storia di identità, ma un invito a riflettere sul valore della comprensione e dell’accettazione reciproca. Speriamo che il suo racconto possa offrire a molti lettori spunti di riflessione e un messaggio di speranza e resilienza.

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