Sergio Garavaglia ci accompagna in un viaggio tra cielo e terra con il suo nuovo libro “Guardare i cieli e scoprire storie sulla terra”. L’autore, con una visione tanto ampia quanto profonda, utilizza il firmamento notturno come punto di partenza per raccontare storie di sofferenza, speranza e redenzione. Attraverso il riflesso delle stelle su eventi drammatici come la guerra, le malattie e la miseria, Garavaglia porta alla luce figure straordinarie, capaci di diffondere un chiarore angelico in momenti di oscurità. Grazie alla sua esperienza e sensibilità, questo libro diventa un racconto di misericordia cristologica, trasportando il lettore in angoli remoti del mondo devastati dalla disumanità, dove tuttavia lo splendore delle stelle continua a vegliare.
Cosa l’ha ispirata a scrivere un libro che fonde l’osservazione del cielo con storie di umanità e sofferenza?
A volte capita di guardare il cielo, specialmente in inverno, e ricordare miti e storie ma nulla è così bello e vero come le storie sulla terra. Le stelle sono materia inanimata che noi vorremmo animare ma la vita vera è tutt’altra cosa, è bellissima. Ci pone l’obbligo di confrontarci “I libri seri non istruiscono, interrogano” Nicolas Gomez Davila. A parte qualche piccolo artificio letterario per rendere scorrevole la narrazione ho raccontato storie di storia che raccontano davvero persone vere. La vita vera supera a volte la fantasia.
Nel libro si parla di persone “dal carisma angelico e sacro” che illuminano la vita degli altri. Ci può raccontare uno dei personaggi o delle storie che più le stanno a cuore?
Quando incontri delle persone e delle storie, quando queste ti interrogano nel profondo è allora che liberiamo la parte della nostra anima che non vogliamo che ci parli troppo. Troppo devastante il ricordo del dolore. Nel mio libro parlo di persone vere che mi hanno parlato fisicamente o incontrate casualmente studiando alcuni fatti storici. Persone da ricordare e amare. Cosa c’è di più bello di parlare o lasciare parlare persone vere che hanno amato, sofferto, vissuto? Nei miei racconti e testimonianze parlo di persone che hanno saputo collaborare alla pietas cristiana. Raccontarsi sembra un esercizio facile e forse lo è, parlare del dolore che a volte la mente cancella per proteggerci, è molto più difficile. Semplicemente ho ascoltato queste persone e le ho amate. Dal grande cuore del commissario agli occhi di Maria. Dal carisma angelico del vescovo della foresta alla perseveranza di Irena nel salvare i bambini del ghetto. Dalla dolcezza delle due “stelline” nei racconti della vita in orfanotrofio all’incontro con la solidarietà post terremoto Irpino. Da Elona immigrata albanese, ai ragazzi del ’99, alla stella cometa in casa di riposo. Insomma, non saprei chi scegliere da indicare alle nuove generazioni a cui proporre chi siamo e il perché dobbiamo salvare sempre l’umanità e non alimentare i conflitti. Ho regalato a tutte le classi quinte del mio liceo il mio libro da usare eventualmente come tracce per la loro maturità. Ho chiesto loro citando Daniel Pennac:” Quando una persona cara ci dà un libro da leggere. La prima cosa che facciamo è cercarla fra le righe”. Ho chiesto loro di farlo.
Lei ha vissuto in prima persona situazioni di grande intensità, come la ricostruzione del Kosovo. In che modo queste esperienze hanno influenzato la sua narrazione?
Nel libro racconto davvero pagine di storia viste da chi le ha vissute. L’incontro con le guerre e le catastrofi naturali sono devastanti. Se ti avvicini al dolore delle persone che le hanno vissute o che le vivono, con la volontà di ascoltare, diventa una esperienza fondamentale. Sto scrivendo un secondo libro sempre su persone che hanno saputo donarsi agli altri gratuitamente. Le cose viste in Kosovo e a Sant’Angelo dei Lombardi (post terremoto Irpino), non possono non interrogarci nel profondo. Stavolta partirò dai fiori, dalla loro osservazione. Vorrò carpirne i segreti e coglierne la bellezza leggera e fragile. Racconterò ancora di guerre e di solidarietà. Mi farò aiutare ancora da persone fantastiche che ho conosciuto e che mi racconteranno le loro storie, le loro sofferenze e le loro gioie.
Il suo libro esplora temi di misericordia, sofferenza e speranza. Come ritiene che la letteratura, e in particolare la sua, possa contribuire a sensibilizzare le persone su questioni così profonde e universali?
Non ho pretese di sorta. Invito tutti a scrivere. Detto da me che ho scoperto durante alcuni corsi di aggiornamento al liceo di essere disgrafico… Joseph Joubert: “Cercando le parole si trovano pensieri”. Oggi grazie agli strumenti compensativi per i disgrafici, in particolar modo la tastiera del computer, si riesce davvero a scrivere quello che si vorrebbe comunicare. Il mondo virtuale può sicuramente aiutarti a scrivere senza l’assillo di dover pensare come scrivere ma di concentrarti solo su quello che vuoi effettivamente scrivere. Quindi rimane solamente il tuo io, le tue conoscenze, le tue competenze, la tua cultura, il tuo ascolto, la tua capacità di osservare, la tua educazione e le tue tradizioni, insomma, lo strumento principale rimani tu e la tua voglia di raccontare. Scrivere è bello. Ti consente di parlare senza essere interrotto. Se hai qualcosa da raccontare scrivi. Se hai qualcosa di te che ti sembra bello scrivi. Se vuoi conoscerti davvero, scrivi. Trova il tempo per te. Scrivere ti aiuta. Solo così capirai che un libro è una vita. L’uomo in quanto uomo ha profondità di pensiero che lo rendono di per sé universale, questo vale per tutti gli uomini.
Il suo libro riflette su come l’umanità sembri non imparare mai dalle proprie tragedie. Secondo lei, cosa può fare ciascuno di noi per cercare di cambiare questa realtà?
Nel libro cerco di proporre un lusso ormai sconosciuto ai più: il silenzio dell’ascolto. Quando uno legge lo fa nel silenzio dei suoi pensieri. Entri nel luogo della memoria. Un mondo meraviglioso che ci rende unici. Dovremmo ogni tanto fermarci e ricordare, ci aiuterebbe a stare bene con noi stessi e con gli altri. Incontrare storie di altre persone da poter rivivere e condividere potrebbe aiutarci a vedere nell’altro una parte fondamentale di noi stessi ovvero il bisogno di amare, di solidarizzare ed aiutare concretamente chi è nel bisogno. La fortuna di non aver sperimento il dolore della violenza e dell’odio. Lo scoprire quello che succede durante le guerre alle povere popolazioni inermi mi sconvolge davvero. La brutalità che la belva umana sprigiona non ha pari in natura. “In un periodo di inganno universale dire la verità è un atto sovversivo” George Orwell.
“Guardare i cieli e scoprire storie sulla terra” è un’opera che invita a volgere lo sguardo oltre, a riscoprire il valore della luce anche quando tutto appare oscuro. Sergio Garavaglia, con la sua prosa densa di emozioni e valori universali, ci ha ricordato che, come le stelle, anche le storie possono guidarci, trasmettendo insegnamenti e speranza. Grazie, Sergio, per aver condiviso con noi il suo viaggio e per averci indicato le stelle come simbolo di una luce che non smette mai di vegliare sull’umanità.
