Oggi abbiamo il piacere di intervistare Vittoria Eremita, autrice della silloge poetica “Amore e Morte”, una raccolta di versi caratterizzata da una potenza espressiva rara e intensa. In queste liriche, l’autrice esplora con profondità e sentimento il tema dell’amore, un amore profondo e inespresso, accompagnato dalla sofferenza e dalla morte, tematiche intrecciate in un dialogo lirico che sembra trasformare le parole in suoni, quasi fossero un grido. Questa è la sua prima raccolta di poesie, e siamo entusiasti di conoscere meglio il suo percorso creativo e le emozioni che l’hanno portata alla scrittura di questi versi così toccanti.
Questa raccolta rappresenta il suo esordio nel mondo della poesia. Cosa l’ha spinta a scegliere proprio il binomio “Amore e Morte” come filo conduttore delle sue liriche?
L’amore e la morte? Un argomento delicato e scivoloso. Spero di poter rendere anche solo minimamente qual è per me il legame indissolubile che ne fa, per me, un binomio. Durante i miei studi universitari, ricordo di aver incrociato da qualche parte questo tema e di aver provato un’intensa attrazione per una sua possibile interpretazione: l’amore che si realizza nella morte. Ero incredula e dentro di me si aprì una questione: perché la migliore (si suppone) espressione della vita dovrebbe andare a braccetto con la fine della vita? La mia interiorità deve aver rimuginato a lungo, lasciando aperta la questione per anni. Avevo poi letto Giacomo Leopardi, lui scrisse “L’amore e la morte sono le sole cose belle che ha il mondo, le solissime degne di essere desiderate”. Per me, l’amore ha come apoteosi la morte stessa, realizzandosi definitivamente in essa, perché la sua meta ideale è la perfezione assoluta, laddove si ferma il tempo. Una volta fatta esperienza della perfezione, non si vuole e non si può più procedere oltre poiché qualsiasi “oltre” porta con sé il deperimento tipico della nostra dimensione vitale. La perfezione non è di questo mondo. Non rimane allora che la pulsione di morte come unico modo per dare l’eternità a qualcosa di umano. Andando oltre, ho trovato che la locuzione “Petite mort” in francese è a volte usata per indicare l’orgasmo. L’orgasmo cos’è se non il raggiungimento dell’unione perfetta, di un culmine di piacere che per qualche secondo ci porta fuori dal tempo e dallo spazio? In quegli attimi, nel fonderci con l’altro e con l’universo, ci sentiamo liberati totalmente dai pesi della vita. Qualsiasi esperienza venga dopo, diventa prosa. La poesia muore. Ma non finisce qui. La faccenda può essere vista e spiegata anche ribaltando il positivo nel negativo: l’amore che ho provato è stato talmente devastante da farmi desiderare la fine, non come culmine della perfezione ma come abisso che avevo terminato di esplorare. L’abisso è il limite inferiore dell’esperienza umana e oltre non può esserci nient’altro. E allora la morte, come disse Leopardi, “ogni gran dolore, ogni gran male annulla”.
I suoi versi sono intrisi di un’intensità emotiva che tocca profondamente il lettore. Quanto di questa intensità viene da esperienze personali e quanto da riflessioni più universali?
In alcuni momenti della vita mi è mancato il fiato, ero in trappola, e scrivere mi ha permesso di liberare la mia interiorità, evitando così di esserne definitivamente travolta. Non ci sono riflessioni nelle mie poesie. C’è solo ascolto. Parlo ovviamente di un ascolto personale, a partire dalla mia soggettività, che quindi porta già con sé un universo di sentimenti, immagini, sensazioni, parole, ricordi, ragionamenti più o meno sensati. L’ascolto di me stessa è l’unica fonte di ciò che ho scritto, che è poi una descrizione di ciò che è la “realtà attraverso di me”. Questo, per forza di cose, significa star dentro (e ascoltare) le esperienze personali che hanno segnato la mia vita. Nello specifico parlo principalmente dei sentimenti che ho provato per la persona a cui mi rivolgo nelle mie poesie, ma non solo. Si tratta anche di stati d’animo ricorrenti che danno forma al mio quotidiano. Quando parlo di palazzine desolate, fiumi di persone, o di boschi silenziosi, di mare, di fortezze, non sono metafore o, meglio, non sono costruite a monte come tali. Possono forse diventarlo, ma nascono come una visione genuina, davvero presente dentro di me. Si può forse dire che io penso (anche) attraverso metafore e che queste spuntano come funghi intrisi del nutrimento del terreno fertile della mia personalità? Il mio vissuto è spesso pieno di angoscia, di amori mancati, o di mancanza di amore e questo, naturalmente, si riflette su come percepisco il mondo. Ciò che trovo nelle mie poesie è qualcosa che in realtà mi spaventa, una voce priva di filtri che sfugge al controllo, una sorta di Es freudiano che travolge sia l’Io che il Super-io. Mi trovo a dover fare i conti con fantasmi spaventosi come il timore della follia, come la solitudine, come la morte o come l’amore; una forza incontrollabile, quest’ultima, che mi rende sia felice che infelice. Solo la scrittura mi può salvare.
La sua poesia sembra avere una musicalità intrinseca, quasi come se fosse pensata per essere ascoltata oltre che letta. Quanto conta per lei il ritmo e la sonorità nella creazione delle sue poesie?
La musicalità è stata un’esigenza che ha preso corpo da sola. Non un’esigenza dettata da una decisione estrinseca più o meno autoimposta. È stato il mio spirito a volersi esprimere così, facendo la musicalità parte del mio miglior modo di ascoltare. La realtà, se la si ascolta a fondo, ha un suo suono, una sua melodia universale. La si può sentire, basta avere l’orecchio ben teso. Il ritmo di ciò che scrivevo calmava e rasserenava il mio caos interiore, aiutandomi a trovare l’armonia che aveva perduto. Non nascondo che, dopo averle scritte, leggevo e rileggevo le mie poesie ad alta voce godendo del ritmo e trovando in questo una tregua. Le ho usate per cullarmi nei momenti di sconforto trovando immagini e suoni per me belli. Sono state intimamente mie, sono state la mia medicina, ma ora le dono al lettore che spero provi a leggerle sussurrandone le parole. Penso di poter concludere con una riflessione: la musicalità è, per me, un tipo di bellezza, e la bellezza è nel tutto di cui siamo una piccola parte. La cerco, la voglio vivere, perché è l’unico senso che riesco a dare alla vita.
In molte delle sue liriche, emerge un amore che rimane inespresso o irrealizzato. Qual è il messaggio che desidera trasmettere riguardo all’amore non corrisposto o incompleto?
Non ho messaggi da trasmettere, mai. Non faccio che ascoltare ed esprimere. Vorrei che ogni lettore potesse leggere il proprio messaggio, da mandare a sé stesso. L’amore incompleto, nato per caso, radicatosi in fretta e poi reciso a causa di circostanze varie che comprendono moralità, impegni già presi, convenzioni o mancata corrispondenza, è un dolore che rimane nel profondo dell’anima. Io credo che nulla venga dimenticato, ma che semplicemente il tempo e le nuove esperienze si sedimentino andando a costruire nuovi strati di interiorità che ci allontanano da quelli sottostanti. Ma questo non significa che quel fitto strato che questo amore ha lasciato dentro di me verrà mai dimenticato o distrutto. Mi rimarrà la nostalgia, forse l’amarezza, ma soprattutto un accrescimento di me stessa. Ogni esperienza ci dà la possibilità di espandere il nostro essere. Maggiore è il numero di sentimenti provati, di esperienze vissute, maggiore è anche la nostra capacità di cogliere il mondo, come se fossimo un gigantesco orecchio puntato sull’infinito. C’è sempre da ascoltare, c’è sempre da imparare. In questo senso, io non mi sono mai tirata indietro davanti alle opportunità della vita. Mi sono quasi sempre buttata, anche alla cieca, rischiando tutto, spesso perfino la mia salute mentale, ma questo bisogno di comprendere, di vedere, di sapere, di provare, fa profondamente parte di me. Non voglio tirarmi indietro per paura. Non posso evitare di amare per paura. Preferisco il rischio, e questo mi ha trascinata in territori ostici, perfino sull’orlo della morte. Ho avuto seri problemi a riprendermi da due forti esaurimenti nervosi, sono stata a tu per tu con la voce che voleva che ponessi fine alle mie sofferenze, eppure, se tornassi indietro, io rifarei tutto. Quello che sono oggi (nel bene e nel male) e soprattutto questo libro, io lo devo al coraggio che ho avuto di mettermi totalmente in gioco. Le persone che nella vita ho incontrato hanno attinto liberamente da me affetto, comprensione, empatia e questo spesso mi ha prosciugata ma, di nuovo, non potevo fare a meno di offrirmi così come sono. Questo ovviamente non significa che io abbia sempre offerto qualcosa di positivo. Anzi. Sono stata spesso una pessima persona, sempre sul punto di far esplodere la mia rabbia (e ne ho avuta tanta), a volte ostile, poco paziente, poco affettuosa. Ringrazio però, nonostante tutto, l’uomo che ho amato perché mi ha regalato questo libro, e io l’ho regalato a lui. Spero solo che abbia apprezzato un dono che difficilmente gli capiterà di ricevere di nuovo. Questo però non lo saprò mai, visto il carattere ermetico che ha.
C’è un messaggio particolare che spera i suoi lettori portino con sé dopo aver letto “Amore e Morte”?
Come dicevo, non ho messaggi. Non riesco nemmeno a immaginare me stessa come intenzionata a formulare un messaggio perché sono l’esempio tipico di chi non trova il senso dell’essere e, dunque, nemmeno il senso definitivo delle cose. Se non si sa vedere un senso, non si può insegnare che questa incertezza in cui si fluttua. Spero, semplicemente, che qualcuno possa trovare il momento giusto per sedersi con il mio libro in mano, avendo il tempo di sfogliarlo lentamente, di curiosare fra le righe per cogliere un pensiero, una rima, una sensazione, che magari gli permetta di guardare dentro e fuori di sé in modo più ampio. Spero che il mio lettore possa sentire sé stesso attraverso ciò che di me offro, facendo un’esperienza nuova in cui non si è mai soli. Secondo me, infatti, il lettore partecipa alla realizzazione di un’opera. Quando si legge, non si è mai solo spettatori bensì interpreti. Non esiste un’opera senza qualcuno che la guarda e le dà vita. Ognuno mette qualcosa di sé a ogni lettura, e quindi una poesia, un dipinto, un romanzo, vivono attraverso la mente di chi ne fruisce. In questo senso ciò che ho scritto non è solo “mio” ma nostro: mio e del mio lettore.
Ringraziamo Vittoria Eremita per averci aperto una finestra sulla sua anima e per aver condiviso con noi i segreti e le emozioni dietro la sua poesia. “Amore e Morte” è una raccolta che non lascia indifferenti, e siamo sicuri che lascerà un segno profondo nei cuori dei lettori. Non vediamo l’ora di scoprire quali altre meraviglie poetiche il futuro le riserverà.
