GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: La ragazza con lo sguardo all’ingiù – Graziella Bonfissuto

Oggi abbiamo il piacere di ospitare Graziella Bonfissuto, autrice del libro “La ragazza con lo sguardo all’ingiù”, un’opera autobiografica che ci porta alla scoperta di una vita ricca di sfide, sacrifici e trasformazioni. Cresciuta a Licata, in Sicilia, Graziella racconta con grande sensibilità la sua infanzia, segnata da un contesto familiare tradizionale e da una mentalità che vedeva la scuola come “una cosa da uomini”. Ma il suo spirito indomito e il desiderio di trovare il proprio posto nel mondo l’hanno condotta a reinventarsi, a cercare l’indipendenza e, soprattutto, a non accontentarsi mai. Un racconto di riscatto e autodeterminazione che tocca il cuore e l’anima di chiunque lo legga. Grazie, Graziella, per essere qui con noi oggi. Vorremmo iniziare con qualche domanda per approfondire alcuni aspetti della tua storia.

Nel tuo libro parli di “accontentarsi” come una parola che ti è stata ripetuta più volte nella tua vita. Cosa significa per te oggi, ripensando al tuo percorso?

Sono trascorsi tanti anni da quando conobbi con la parola “accontentati”; sento ancora adesso la voce forte e decisa che mi fece entrare nel vortice della paura: era quella di una zia di mia madre; questa voce mi diceva: “Non sei di vista” che in dialetto siciliano vuol dire non sei appariscente, “accontentati, sposati e così ti sistemi”. Io non volevo sposarmi per sistemarmi, avevo tanti sogni, tanti obbiettivi da raggiunge: la scuola e il lavoro. È vero che volevo sposarmi, ma solo per amore. Ho promesso a me stessa che non mi sarei arresa alle loro imposizioni, ero pronta ad abbattere barriere e pregiudizi, così da costruire delle mura di cinta per difendermi da tutti. Con la forza del mio respiro ho ricostruito la strada del mio cammino con tanta fatica; pensavo “traccerò i miei limiti ma poi voglio far parte di questa vita, d’altronde, quando sono nata la festa della vita era già qua e quando me ne andrò la festa continuerà”.  Volevo essere la protagonista della mia vita, io dovevo decidere per me e non loro.

La tua infanzia a Licata è descritta con grande realismo, tra il lavoro nei campi e le aspettative sociali. Quanto ha influito la cultura siciliana sulla formazione del tuo carattere e sulle tue scelte di vita?

Il contesto sociale in cui sono cresciuta ha influito tantissimo a far sì che io diventassi la donna forte, tenace, ma anche debole, di adesso. Sono stata e lo sono ancora adesso “la bimba” che leggeva e legge le favole alla mia mamma. Sono stata io la “maestra-bambina” che insegnò a scrivere al mio piccolo grande zio Antò. Avevo voglia di scrivere e descrive tutte le barriere visibili e invisibili, abbatterle per avere la rivincita su tutti coloro che volevano impormi il loro pensiero; la mia mente e il mio corpo dovevano intraprendere un lungo viaggio per arrivare su treno giusto ma soprattutto sul binario giusto.

Il trasferimento a Ravenna ha segnato una svolta importante nel tuo cammino. Quali sono state le sfide principali che hai affrontato in quel periodo e come sei riuscita a superarle?

L’arrivo a Ravenna è stata una bellissima passeggiata in riva al mare con un aquilone pieno di foglietti sui quali c’era scritto “riprenditi tutto ciò che non hai avuto le forze e il coraggio di farlo”. Ho cercato di andare indietro nel tempo, risalire alla fonte del mio malessere, dovevo ritrovare la mia libertà emotiva, psicologicamente dovevo riappropriarmi degli strati di tempo strappati dagli altri con la mia inconsapevole compartecipazione, ho deciso di amarmi e salvarmi.

Nel libro parli anche del “rifiuto del corpo di riflettersi negli specchi”, un aspetto molto intimo e personale. Come sei riuscita a costruire un rapporto più sereno con te stessa e con la tua immagine?

È innegabile che ancora adesso la mia insicurezza viene a farmi visita ed io, con tanta gentilezza, l’accolgo nella stanza degli specchi con un’allegra dose d’ironia. Ho imparato ad amare la mia mente, prestare attenzione ai miei pensieri, mi sono imposta di specchiarmi lanciando delle sfide alle mie insicurezze. Sono stata l’analista delle mie vittorie e delle mie sconfitte, scomponevo il mio corpo in ciò che mi piaceva e in ciò che non avrei potuto cambiare: l’altezza. Allora mi sono rinnamorata di me stessa dicendomi “sono bassa ma bella ho riconquistato la mia indipendenza mentale”.

La tua storia è un esempio di riscatto e di indipendenza. Quale messaggio speri di trasmettere alle donne che stanno affrontando situazioni simili alla tua?

Il messaggio che lancio a tutte le donne che vivono qualsiasi disagio fisico e psicologico è quello di indebolire i pensieri negativi. Devono trovare la forza di parlare con i loro silenzi, farli uscire fuori, dar loro voce. Devono trovare la forza di sedersi a tavola con i propri sogni, incidere la propria anima. Devono trovare il coraggio di lottare per arrivare a raggiungere gli obbiettivi prefissi; la persona più importante che ognuno di noi possa incontrare nella vita siamo noi ed è per questo motivo che dobbiamo amarci.

Graziella, ti ringraziamo per aver condiviso con noi la tua storia e per averci mostrato quanto sia importante non arrendersi mai e cercare sempre la propria strada, anche quando sembra difficile o fuori dai canoni. “La ragazza con lo sguardo all’ingiù” è un libro che ispira, un invito a guardare oltre le difficoltà e a non cedere alla rassegnazione. Siamo certi che la tua esperienza saprà toccare il cuore di molti lettori. Grazie ancora per essere stata con noi oggi e per averci offerto una finestra sulla tua vita e il tuo coraggio.

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