GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Lacrime e Risate – Roberto Toninello

Bentrovati cari letto del blog! Oggi abbiamo con noi Roberto Toninello, autore di”Lacrime e Risate”. Con le sue coinvolgenti tragedie e commedie, Roberto avvolge il lettore nell’intreccio vibrante della vita umana, delineando un fantastico equilibrio tra leggerezza e profondità. L’autore ci invita a sollevare lo sguardo e ad aprire il cuore per non restare indifferenti al dolore e ai bisogni altrui, ma ci sprona anche a individuare sempre il sole nelle nostre giornate, per non negarci un sorriso. Le sue storie, permeate di disincanto e semplicità, ci affascinano con un tocco di ironia mentre esplorano i recessi dell’animo, temi universali come il disagio sociale, la guerra, la violenza, la tossicodipendenza o il carcere. L’opera celebra la ricchezza e la complessità dell’esistenza, lasciando nel lettore il profumo indelebile dell’umanità. La riflessione sulle debolezze e sulla perdita, che domina le tragedie, sfocia nella risata – anche umoristica quando contempla l’assurdo – che suscitano le commedie. Ne deriva una sentita esortazione alla speranza di puntare verso nuovi orizzonti, per sorprendersi e afferrare al volo la felicità. Diamo ora la parola all’autore.

Il titolo del tuo libro, “Lacrime e Risate”, evoca immediatamente un dualismo emozionale. Cosa ti ha spinto a esplorare questa dicotomia nella tua scrittura?

Tutto è cominciato raccontando delle storie d’amore finite in tragedia per colpa delle sostanze stupefacenti. Le avevo scritte per un gruppo di amici e, dato che le scrivevo in estate, le avevo intitolate “piccole storie sotto l’ombrellone”. Poi i miei amici mi hanno detto: ma non hai niente di più divertente da raccontarci? Così è nata l’idea di mettere insieme “lacrime e risate”. Si tratta di venti storie finite in tragedia e undici racconti buffi che trattano delle nostre vite trasformate dai costumi, dalle tecnologie, dalle migrazioni. Racconto piccole storie di fantasia su questo nostro tempo di transizione, dall’analogico al digitale, dal carbone al fotovoltaico, dall’economia locale a quella globalizzata e come noi tutti ci sentiamo un poco persi dentro questo nostro tempo in continua evoluzione. Tutto questo però cercando di scherzarci un poco sopra. Ma per rispondere alla tua domanda potrei anche aggiungere che si è trattato di un esperimento emozionale. Cioè, provare a me stesso se ero capace di scrivere provocando emozioni forti e coinvolgenti, ma anche se ero capace di stimolare il sorriso. Poi ci sono ragioni legate al mio carattere. Di natura sono un ottimista. Vedo sempre il bicchiere mezzo pieno. Qualcuno potrebbe dire che mi accontento di quello che ho. Forse è vero, però poi nella vita ho affrontato tanti cambiamenti e alcuni passaggi davvero molto difficili come ad esempio restare disoccupati a cinquantun anni e riuscire a ricollocarsi con successo. Quindi un libro che parlasse solo di tragedie, di disgrazie, di carcerati, di persone che non ce l’hanno fatta e si sono suicidate non era nel mio modo di vedere la vita. Quindi anche nelle storie più tristi ho inserito un lato positivo, come ad esempio la passione e l’impegno delle persone che ruotano attorno alla tossicodipendenza o al carcere e di come questo impegno costituisca un fattore positivo alle loro vite. Poi ho aggiunto la sezione “risate” per alleggerire complessivamente la narrazione, ma anche per presentare una riflessione su cosa siamo, cosa stiamo vivendo e di come affrontiamo questo periodo storico di trasformazioni. Però sempre con un sorriso.

Le tue storie affrontano temi complessi e spesso dolorosi come la guerra, la violenza e la tossicodipendenza. Qual è il processo che segui per trattare argomenti così delicati mantenendo un equilibrio tra profondità e leggerezza?

Ogni storia che ho raccontato potrebbe essere lunga quanto un intero libro. Però sarebbe un libro “pesante”, che trasmetterebbe molta angoscia, tristezza. Ho scelto invece di raccontare delle storie in forma breve, poche pagine e si arriva al dunque, al messaggio, all’emozione che la storia trasmette. Poi ho aggiunto qualche ingrediente di alleggerimento per esempio citando una canzone. In questo modo il lettore non ha il tempo di immedesimarsi nel dramma che già il dramma è concluso e si passa ad un’altra storia. Si volta pagina, sia perché la storia che segue è diversa, sia per l’effetto fisico di voltare la pagina del libro e cominciare un altro capitolo. Questo aiuta ad alleggerire complessivamente l’effetto negativo delle storie e implicitamente trasmette il messaggio nascosto tra le righe: la vita va avanti, domani è un altro giorno, lasciamoci alle spalle le tragedie e concludiamo con una risata. Poi la somma di venti tragedie (le lacrime) molto diverse le une dalle altre ci ricorda la complessità delle nostre vite che nonostante tutto vanno avanti per la loro strada. Per esempio nella sezione delle “risate” ho inserito un racconto di un immaginario viaggio a Vladivostok, l’ultima stazione della ferrovia transiberiana, che si affaccia sull’Oceano Pacifico. Il viaggio comincia con “quella striscia d’asfalto che percorriamo per andare al lavoro o per fare una passeggiata, ma se alziamo lo sguardo seguendo quella stessa striscia d’asfalto possiamo arrivare dall’altra parte del mondo, a Vladivostok”. Profondità e leggerezza insieme a speranza e ottimismo.

Il tuo stile è permeato da un’ironia sottile che accompagna il lettore in un viaggio tra tragedia e commedia. Quali autori o opere ti hanno influenzato maggiormente in questa scelta stilistica?

Non so, non ho riferimenti particolari. La mia formazione tecnica mi ha portato a scrivere pallosissime relazioni su prodotti o processi produttivi. Ho fatto attività politica e ho scritto pallosissimi documenti. Ho fatto il Direttore Generale di azienda a ho scritto pallosissime relazioni per il budget o per le banche o per il bilancio. Però ho anche scritto per un giornale e mi sono dovuto interrogare su cosa dovessi scrivere per “coinvolgere” il lettore. Così, ad esempio, negli anni 80 scrissi un pezzo sull’AIDS (allora particolarmente trattato perché era “la peste del secolo”) parlando di un film di Nanni Moretti, della serie l’AIDS è di destra o di sinistra? Per parlare dell’innovazione tecnologica (erano apparsi i primi personal computer accessibili alle masse) parlai della crisi della Ferrari che non riusciva più a vincere. Se devo indicare un autore che mi ha aiutato direi Watzlawich con la sua Pragmatica della Comunicazione Umana e la sua formula fatta da cinque ingredienti (mittente, ricevente, canale, forma, contesto). Da tecnico, cioè da uno che ha più dimestichezza con una formula piuttosto che con un discorso filosofico, Watzlawich mi ha aiutato. Poi lessi un saggio scritto negli anni 90 da un leader della socialdemocrazia tedesca. Aveva una forma del linguaggio molto sintetica, periodi brevi. Frasi secche. Punteggiatura ridotta all’essenziale. Spesso invece della virgola quell’autore metteva il punto e proseguiva il ragionamento ricominciando con la maiuscola. Trovai quello stile molto efficace e cerco sempre di copiarlo. Quando posso. O meglio quando ci riesco.

Nei tuoi racconti emerge una forte riflessione sulle debolezze umane e sulla perdita. Come riesci a trasformare queste tematiche in un messaggio di speranza per i tuoi lettori?

Bella domanda. Forse perché sono fatto così. Come ho già detto, vedo il bicchiere mezzo pieno e quasi mai mezzo vuoto. Tradotto nel libro Lacrime e Risate davanti a tragedie ho ribaltato le parti in commedia. Il personaggio Raissa, per esempio, racconta della sua giovinezza passata in Cecenia durante la guerra con i russi. Racconta di gente ammazzata, ragazze stuprate e uccise. Case distrutte, famiglie disperse per il mondo. Invertendo le parti in commedia il soggetto diventa il narratore della storia di Raissa che ascoltando Raissa scopre che lui è stato fortunato. Al massimo ha vissuto la tragedia del Covid. Nella tragedia di Francesca nel finale ho aggiunto che tu, lettore, se incontri Francesca non parlarle della tragedia del suo passato ma solo del futuro e dalle una carezza. Quando ho scritto quelle storie non ho pensato a come concluderle, mi è venuto spontaneo concluderle così, con note di dolcezza, di leggerezza, di velato ottimismo. Quando ho parlato del carcere ho evidenziato due casi molto diversi tra loro ma molto simili per il serio pericolo di suicidio. In entrambi i casi ho evidenziato l’attività degli assistenti sociali e delle strutture fuori dal carcere per risolvere il problema e dare una speranza a questi detenuti. Detenuti fragili sebbene delinquenti. In questi racconti ho anche evidenziato che possono esistere alternative al carcere e che queste alternative ci renderebbero tutti più “sicuri”. I detenuti reimmessi nella vita sociale smettono di delinquere, quelli invece della serie “chiudili in carcere e butta via la chiave” appena escono tornano a delinquere. Qui il messaggio di speranza è che le attività sociali prevalgano sulla semplice detenzione. Non per buonismo o compassione, ma per avere maggiore sicurezza. Se questa speranza si realizzasse, cioè ci fosse maggiore lavoro sociale sul carcere, avremmo meno delinquenti per strada, ma anche meno detenuti in carcere.

In un’epoca dove l’attenzione del pubblico è spesso frammentata, quale pensi sia il ruolo della letteratura nell’aiutare le persone a riflettere su temi universali e a trovare un senso di umanità condivisa?

Dimmi la verità, questa domanda te la sei tenuta per ultima perché, se avessi cominciato così questa intervista sarebbe finita prima di cominciare. Quanto tempo mi dai per rispondere? Per fare un ragionamento serio servirebbe troppo tempo e troppa pazienza da parte del lettore che ci leggerà. Quindi molto sinteticamente la risposta è no, la letteratura non ha un ruolo di orientamento del pensiero delle persone. La politica, la religione hanno un ruolo. Ma poi immediatamente dopo ti risponderei che la cultura ha un ruolo di orientamento; quindi, dentro la cultura c’è anche la letteratura. Contradditorio? Certo che sì! Contradditorio, però credo che la cultura sia il prodotto della società e non il contrario. Il libro di Hitler Mein Kampf non se l’è fumato nessuno sino a quando la società tedesca non si è fascistizzata e non si è fascistizzata per merito di Mein Kampf ma per merito della politica di Hitler. Quando ero piccolo i neri erano negri, anche nelle canzoni. Fausto Leali cantava “io sono un povero negro…”, Edoardo Vianello cantava “Nel continente nero, Alle falde del Kilimangiaro, Ci sta un popolo di negri…” ed era normale così. Quando il cinema americano ci mostrava che gli uomini americani lavavano i piatti la nostra società patriarcale li prendeva a sberleffi. Poi le cose sono cambiate, l’evoluzione sociale, la politica e la cultura ci hanno cambiati. Ma siamo noi stessi che siamo cambiati producendo una nuova cultura di cambiamento. Ma, tornando al punto, nel libro Lacrime e Risate in diversi punti si mette in evidenza il valore della solidarietà, dell’aiuto verso i più deboli. Questa solidarietà ed aiuto non sono solo sentimenti positivi, potrei dire cattolici, nel libro questi sentimenti diventano motivo di riscatto, di senso alla nostra esistenza, di senso alla società dentro la quale viviamo. Quindi tornando alla tua domanda, questo libro (se mai avrà successo) produrrà un effetto di trasformazione culturale della società, oppure è esso stesso il frutto di una trasformazione culturale della società italiana? Guardando le tante persone che si dedicano agli altri, le immense risorse umane delle associazioni di volontariato, i tanti giovani che sbucano dal nulla quando gli eventi ti chiamano (vedi i ragazzi del fango nell’alluvione in Romagna del 2023), ti direi che è la cultura di tutte queste persone che produce cultura sociale. Un libro può respirare questa cultura e contribuire a farla crescere.  Come vedi ho risposto a questa tua domanda molto complessa citando canzonette e ribaltando il soggetto attore del cambiamento, dal cittadino che subisce (positivamente) l’effetto della cultura al cittadino che produce cultura con i suoi comportamenti. Il libro Lacrime e Risate è scritto così. Mi viene spontaneo, non c’è nulla di artificiale. Non vi resta che leggerlo e ragionare sulle emozioni che trasmette. Positive o negative che saranno, sarà comunque cultura.

Grazie, Roberto, per aver condiviso con noi il tuo viaggio letterario e le profonde riflessioni che caratterizzano “Lacrime e Risate”. Le tue parole ci invitano a guardare oltre le apparenze della vita quotidiana, trovando un delicato equilibrio tra il sorriso e la lacrima. Con la tua opera, ci ricordi l’importanza di restare umani di fronte alle avversità e di cercare sempre nuovi orizzonti di felicità e speranza. Aspettiamo con entusiasmo i tuoi futuri lavori e ti auguriamo il meglio per le tue prossime avventure letterarie.

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