GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Donne in attesa – Isabella De Carlo

Cari lettori del blog del Gruppo Albatros, oggi abbiamo il grande piacere di ospitare Isabella De Carlo, autrice del romanzo “Donne in attesa”. Un’opera intensa e profonda che ci invita a riflettere sulla complessità dell’animo umano e sull’importanza di guardare dentro di noi per trovare risposte e consapevolezza. La protagonista, Chiara, affronta un viaggio interiore che la porta a confrontarsi con le ombre del suo passato e le dinamiche psico-emotive dei personaggi che la circondano. Con l’aiuto di Kilian, un affascinante psicoterapeuta, Chiara impara a decifrare i messaggi nascosti nel suo inconscio, mentre si relaziona con Igor, un marito tormentato dalla sua arte, e Thérèse, una coraggiosa amica medico. Un romanzo che, come diceva C. G. Jung, ci ricorda che “chi guarda dentro si sveglia”. Andiamo ora a scoprire di più su questo affascinante viaggio letterario attraverso le parole dell’autrice stessa.

Isabella, “Donne in attesa” è un titolo che evoca una profonda riflessione. Ci può raccontare cosa rappresenta per lei l’attesa e come questa tematica si intreccia con la vita della protagonista, Chiara?

Quest’estate ho trascorso alcuni giorni di vacanza in Croazia, sul lago di Plitvice. Una mattina abbiamo preso un battello che ci portava sull’altra sponda del lago dove si intraprendeva una passeggiata su camminamenti e ponti di legno. Le persone correvano, avevano fretta, si addossavano le une alle altre, quasi scalpitavano, come se stessero partecipando ad una gara, come se dovessero prendere l’aereo o il treno e fossero in ritardo. Solo una coppia di mezza età e il nostro piccolo gruppo – io, mio figlio e due nipoti – seguivamo il percorso con calma, gustando la bellezza delle numerose cascate che si riversavano nel lago, ammirando i colori dell’acqua che variavano dal turchese al verde smeraldo, all’argento e assorbendo gli odori dei boschi intorno a noi. E ad un tratto fu silenzio e fummo presi da un’ebbrezza nuova e da un senso di libertà riconquistata. C’era naturalmente anche in noi l’attesa di raggiungere la meta, cioè il luogo da cui si sarebbe visto il lago in tutta la sua bellezza, ma non c’era fretta né ansia, c’era il piacere dell’attesa e l’attesa era essa stessa un piacere. Pensai a quel detto latino ripreso poi da maestri orientali: “affrettati lentamente”. Al nostro ritorno, dopo circa due ore, ritrovammo tutti i nostri temporanei compagni di gita fermi ad aspettare il bus che sarebbe arrivato dopo dieci minuti. Aspettare e attendere hanno significati completamente diversi. In questo correre continuo che connota l’attuale società non c’è più il gusto dell’attesa nel suo significato primario. E’ rimasta solo l’ansia a volte così forte da interferire con lo stato psichico. Abbiamo tutti fretta, fretta di raggiungere i falsi dèi del potere, del successo, del denaro. Siamo tutti stressati, preoccupati e pieni di paure per gli eventi terreni, impreparati ad affrontare il viaggio che ineluttabilmente ci aspetta, ignorando o dimenticando che la nostra vita è proprio l’attesa di quel viaggio. Il tema dell’attesa mi ha affascinato sin dall’infanzia, quando l’attesa era più bella della realizzazione stessa dei desideri o dei sogni. A volte i bambini comprendono l’essenza delle cose senza alcuna spiegazione. Più tardi, quando mi sono resa conto che la vita è un susseguirsi di attese e che l’attesa che scandisce il tempo della nostra vita è generalmente accompagnata da ansia e a volte da angoscia, da tormento, da una sensazione d’impotenza, mi sono chiesta perché non tornare al significato primario di ‘attesa’ e cioè quello di ‘rivolgere attenzione a qualcosa o a qualcuno’. E qualcuno potrebbe essere un altro, ma anche noi stessi. Attesa come attenzione al nostro mondo interiore, come pausa di riflessione per guardarci dentro, per valutare con pacatezza le decisioni da prendere, per imparare a gestire gli eventi. È quello che fa Chiara, la protagonista del romanzo, quando si sente impotente a gestire un evento forte e inaspettato: comincia a guardare dentro se stessa e in questo riflettere, in questo ripiegarsi su di sé, Chiara – con l’aiuto di uno psicoterapeuta – tornerà ad apprezzare nuovamente il valore delle cose, diventerà padrona di se stessa, imparerà a saper stare nel tempo. Quando finalmente riuscirà a guardare nel suo mondo interiore senza avere paura dei fantasmi del passato e del futuro, quando sarà in grado di accettare la sua vulnerabilità e riconoscere la propria forza, quando acquisterà consapevolezza del mondo esterno e di quello interno, l’attesa riacquisterà l’essenza del suo significato e lei sarà finalmente libera dall’ansia, dall’angoscia, dalle incertezze, dai dubbi che avevano connotato tutte le attese della sua vita, anche quelle di cose belle. La libertà dell’anima le consentirà di vivere appieno, ma con saggezza, le emozioni di ciò che sta per accadere; le consentirà di vivere l’attesa come opportunità per rallentare il ritmo della vita e riflettere. Ma la cosa più importante del suo viaggio interiore sarà il rendersi conto che solo dell’esistenza psichica si può avere conoscenza diretta perché “nulla può essere conosciuto se non appare come immagine psichica”. E nel momento in cui acquisirà questa conoscenza Chiara scoprirà il senso della sua vita.

Il personaggio di Kilian, lo psicoterapeuta, svolge un ruolo cruciale nel percorso di Chiara. Come ha costruito questa figura e qual è il messaggio che ha voluto trasmettere attraverso di lui?

Il personaggio di Kilian Ross ha tratto ispirazione dai maestri di meditazione orientali e occidentali e dai cultori di esegesi biblica, incontrati in seminari e ritiri. Kilian Ross non è nessuno di loro ma possiede alcune delle qualità che in loro mi hanno più colpita come ad esempio la capacità di riconoscere la relatività delle cose ed il loro contenuto potenziale, la capacità di sottrarsi all’esagerato razionalismo della coscienza che allontana l’uomo dalla sua vera natura e lo porta in un presente circoscritto al breve periodo tra la nascita e la morte, impedendogli di dare alla vita quella ricchezza di significato che essa richiede per essere vissuta appieno. Concetti questi che trovano corrispondenza anche nel pensiero di Jung: “Le nostre mura razionali ci isolano dall’eternità della natura”. Molta parte nella costruzione del personaggio ha avuto il pensiero di Jung. Kilian Ross riecheggia infatti la figura del Senex Junghiano, il vecchio saggio che racchiude in sé tutte le potenzialità dell’individuo, che ha la capacità di valutare e discernere con intelletto chiaro, riconoscendo che “al suo interno ci sono delle essenze e che queste essenze sono molto reali”. In Kilian Ross c’è naturalmente anche il fanciullo che gli permette di guardare il mondo senza pregiudizi e senza sovrastrutture, gli permette un continuo arricchimento di sé, gli consente di credere nel divenire e nella possibile trasformazione delle persone e di cedere anche ai sogni e ai giochi della fantasia. E proprio in questa conciliazione junghiana degli opposti (Senex-Puer) la figura di Kilian Ross acquista quel suo modo di essere così speciale, incisivo e penetrante che scardina gli obiettivi della vita normale con una radicale ristrutturazione del mondo interiore. E’ una saggezza la sua che riesce a leggere nel cuore delle persone, a capirne le debolezze e gli errori perché lui stesso ha vissuto sulla sua pelle i dolori, gli sviamenti della coscienza, le distorsioni, le contraddizioni, le sofferenze di ogni essere umano, ha toccato l’inferno per poi risalirne e toccare il polo opposto. Il suo messaggio più importante è perciò a mio parere, un messaggio di speranza: speranza che tutti possiamo sollevarci dopo le cadute ed iniziare un’esistenza nuova; che tutti possiamo intessere un colloquio col nostro mondo interiore scoprendo così la nostra parte di saggezza che ci consente di restituire la magia alle cose e scoprire la ‘divinità addormentata’ che è dentro di esse e che è anche in noi. Speranza che ciascuno possa trovare il senso della propria vita.

Il rapporto tra Chiara e Igor sembra essere particolarmente complesso e tormentato. Come ha esplorato la dinamica di questa relazione e cosa spera che i lettori possano trarre da essa? La presenza di Thérèse, la migliore amica di Chiara, aggiunge una dimensione di coraggio e audacia al racconto. Quanto è importante, secondo lei, il ruolo dell’amicizia tra donne in situazioni difficili?

Il titolo del romanzo “Donne in attesa” è stato ispirato da una mostra di ritratti di donne, allestita anni fa in una galleria della mia città. Gli occhi delle donne ritratte denunciavano aspettativa, desideri, delusioni ed illusioni, mostravano la condizione umana delle donne nelle sue molteplici sfaccettature: era una condizione sospesa nel tempo, in attesa di un qualche accadimento che cambiasse la loro vita. Visitando quella mostra, guardando quei volti e soprattutto l’espressione degli occhi, pensai quanto sia difficile essere donna ancora oggi che si parla tanto di uguaglianza, di rispetto, di solidarietà, mentre nella realtà si assiste a continui episodi di violenza fisica e psicologica. Questa riflessione e la considerazione che paradossalmente nella società della comunicazione l’incomunicabilità tra le persone è più diffusa che mai hanno avuto un ruolo importante nella costruzione dei personaggi di Thérèse, Igor e Chiara che declinano psicologicamente la capacità di comunicare nella valenza positiva e negativa. Il personaggio di Thérèse, emblematico della solidarietà per il mondo femminile e del valore dell’amicizia tra donne è stato ispirato dalla personalità forte e coraggiosa di una mia amica che ha combattuto molte battaglie per salvaguardare il benessere e i diritti delle donne in momenti molto difficili quali la gestazione e il parto. Thérèse è l’esempio della capacità di comunicare nella sua valenza positiva mentre il rapporto tra Igor e Chiara è connotato dall’incomunicabilità. Thérèse rappresenta la lotta alla violenza in tutte le sue manifestazioni, mentre la violenza psicologica – che spesso precede solo di un passo la violenza fisica – ha ispirato la trama del rapporto tra Igor e Chiara con l’intento di dare un messaggio di salvezza. E infatti Igor e Chiara non solo salvano loro stessi dopo un lungo e doloroso percorso nella loro psiche, ma anche il loro rapporto quando i loro mondi interiori finalmente si incontrano. Per la dinamica è stato sufficiente guardarsi attorno per notare la criticità dei rapporti di coppia anche, e forse soprattutto, nelle nuove generazioni e cercare di comprenderne i motivi di fondo. È bastato saper ascoltare. Nei momenti difficili le persone – specialmente le donne – hanno bisogno di confidare le proprie difficoltà a qualcuno che le ascolti con la mente e col cuore senza esprimere giudizi ma dando conforto e affetto. In questi momenti il ruolo dell’amicizia non solo è fondamentale, ma può costituire l’unica possibilità di continuare a vivere. In questo ascoltare è emerso che nella maggior parte dei casi il rapporto di coppia viene compromesso e distrutto dalla mancanza o dalla carenza di comunicazione che porta all’incomprensione dei problemi dell’altro e questo può generare disprezzo, critica, autodifesa, ostruzionismo che sembrano essere i fattori più frequenti della crisi e della rottura dei rapporti. In Igor e Chiara manca quella base di complicità che connota l’amicizia e che è importante anche nelle relazioni d’amore. Amicizia e amore hanno molto in comune anche se variano in aspetti fondamentali. L’amicizia come l’amore è camminare insieme lungo la riva del mare e assaporarne i colori e gli odori, è cercare un fiore nel deserto e riuscire a trovarlo perché c’è voglia di vivere le cose autentiche della vita, è creare un tempo che va al di là delle stagioni, è aver cura dell’altro nei momenti di maggiore vulnerabilità, esserci quando l’io si apre ad una solitudine spettrale e solo una parola amica e un gesto consolatorio pieno d’amore possono salvarti dall’abisso colmo di tormenti che ti divora, dall’assoluto nero di un pozzo nelle cui acque non possono più riflettersi le stelle. Possono ridarti la voglia di rigenerarti e di rinascere, possono ridarti la voglia di scoprire che nel buio c’è la luce, che si può trarre dal nulla la linfa per vivere.

La copertina del libro è impreziosita dall’opera “Il filo della vita” di Gabriella Legno. Come è nata la scelta di questa immagine e in che modo rappresenta il contenuto del suo romanzo?

 Vedendo il quadro “Il filo della vita” ho subito compreso che doveva essere la copertina del mio libro. È stato un richiamo dell’anima: in quell’immagine c’era la rappresentazione grafica di ciò che avevo narrato.  L’opera descrive pittoricamente i contenuti più profondi del racconto. La nudità della donna rappresenta l’esigenza di spogliarsi di tutte le maschere che l’uomo indossa per adeguarsi alle richieste della vita, dando così spazio all’anima e al proprio vero Sé. Anche Francesco d’Assisi si spoglia dei suoi abiti quando vuole dedicare la sua vita allo spirito. Questa ricerca della spiritualità attraversa tutta l’opera ed è evidente anche nel volto e nello sguardo della ragazza che esprimono attesa e determinazione nello stesso tempo. ‘Attesa’ nel suo significato di attenzione a qualcosa e questo qualcosa sembra essere il mondo invisibile richiamato dai colori del blu e del violetto che stemperandosi e perdendosi in un’aura onirica comunicano una forte sensazione di sacralità: un altro ritmo dell’esistere, un linguaggio oltre il linguaggio. Sacralità espressa anche dalla cupola della cattedrale dipinta al centro della schiena in corrispondenza con il luogo del plesso solare e del cuore. ‘Determinazione’ perché la donna sembra voler uscire dal vortice della vita che ancora l’avvolge col movimento di linee e paesaggi – gli eventi del quotidiano – che tentano di catturarla. Il gomitolo tenuto tra le mani poste dietro la schiena raffigura le esperienze vissute, quelle che hanno prodotto ciò che si è nel presente, mentre lo svolgersi del filo evoca il viaggio della vita, un viaggio che sia nell’opera pittorica che in quella letteraria porta dal mondo esterno a quello interiore. È il fluire della vita che Chiara racconta nella ricerca di se stessa. E’ il fluire della vita che la donna raffigurata nel quadro sembra saper controllare perché il suo sguardo risoluto sembra dire: usa la volontà, guarda dritto in fondo al cuore. Scopri l’essenza della vita. Non ti lasciar fermare dal gioco delle illusioni. “La tua visione diventa chiara solo quando guardi dentro il tuo cuore. Chi guarda fuori sogna. Chi guarda dentro si sveglia”.

Grazie, Isabella, per aver condiviso con noi i retroscena e le ispirazioni che hanno dato vita a “Donne in attesa”. Le sue parole ci hanno permesso di avvicinarci ancor di più alla complessità dei personaggi e ai temi profondi che emergono nel romanzo. Invitiamo i nostri lettori a immergersi in questa lettura, che non mancherà di emozionare e far riflettere. Siamo certi che il viaggio interiore di Chiara risuonerà nel cuore di molti. Continuate a seguirci per altre interviste e scoperte letterarie sul nostro blog.

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