Benvenuti sul blog del Gruppo Albatros. Oggi abbiamo l’onore di intervistare Penny, l’autrice de “Il mago delle nebbie”. In quest’opera scandita dall’autenticità dell’essenza umana, l’autrice svela con cuore limpido la trama intricata della sua esistenza. La sua storia di vita vede gli albori in un’epoca segnata dalle cicatrici della guerra, dove danzare attraverso gli alti e bassi degli eventi richiede resilienza. L’autrice ci conduce lungo gli anfratti delle sue dinamiche familiari, rievocando affetti profondi e immergendo il lettore nei luoghi a lei più cari. La sua penna si fa voce, narrando i momenti luminosi e le amare mancanze di una donna che non ha afferrato con ogni slancio quel desiderio di un grande amore sospeso tra le nuvole. Attraverso una prosa delicata e una scrittura coinvolgente, Penny si confronta con la realtà dei suoi sogni infranti, rischiarando le speranze fiorite nel giardino della sua anima. Esploriamo insieme i meandri delle sue emozioni, delle sue esperienze e del suo libro. Penny, grazie per essere qui con noi oggi.
Penny, puoi raccontarci da dove è nata l’ispirazione per “Il mago delle nebbie” e come hai deciso di trasformare la tua vita, o parte di essa, in un romanzo?
In realtà non avevo mai pensato di condividere la mia vita con altri ma ho sempre annotato quanto mi succedeva nella mente e nel cuore come un diario per ispirazione spontanea sotto forma di liberi versi così come venivano non tanto per condividerli quanto per farne una memoria personale e quindi in primis la nascita di un “diario poetico”. Inizialmente erano sensazioni generiche ma con i primi sentimenti giovanili hanno avuto un’evoluzione molto coinvolgente. Ho continuato ad annotare gli sconvolgimenti emotivi che comunque non ho mai condiviso con altri per pudore e timidezza. Tuttavia, una serie di eventi tragici che hanno sconvolto la vita mia e della mia famiglia e l’incontro con il giornalista augusto giordano mi hanno spinto a scrivere. Aveva in programma di scrivere un libro storico con la collaborazione di mio padre, gustavo farina, del quale era amico ed estimatore che avrebbe percorso gli avvenimenti di un intero secolo dato che mio padre era nato nel 1905 e sarebbe morto nel 2003 ed aveva passato il periodo della guerra a Roma. Purtroppo, una rovinosa caduta mise in stallo il progetto e quando mio padre morì mi chiese aiuto per recuperare gli appunti promessi che però erano stati troncati dall’evento tragico. Tuttavia, papà con noi non ne aveva mai parlato per cui non avrei potuto essergli d’aiuto e d’altra parte ero così sconvolta e provata, dopo aver gestito e sepolto tre famigliari morti in casa che ero completamente svuotata. Ci sono voluti alcuni anni per riprendermi ed ho considerato di ricontattarlo per affrontare il suo progetto. Non potevo dimenticare quanto fosse stato gentile ed affettuoso durante la malattia di papà. Partecipando al funerale si era perfino caricato il feretro sulla spalla. Così con dispiacere ho saputo che era morto ma non c’è stato verso di rintracciarlo né di rintracciare la famiglia per donargli le scarse memorie che ho recuperato per dedicargliele. Non è comunque la sola ragione. Nel periodo di vuoto che ha stravolto la mia vita si è inserito un altro personaggio. Un accenno nostalgico di uno dei miei “re”. Il titolo del libro si riferisce a lui che non ha brillato in chiarezza e sincerità. Mi sono fatta coinvolgere dalla nostalgia del “non vissuto”. Il desiderio di raccontarci via etere gli anni perduti della nostra vita ha prodotto una sterile sofferenza in entrambi ed in me un bisogno di condividere per lasciare una memoria non solo mia ma a ricordo di alcune persone che hanno condiviso il mio cammino e l’affetto reciproco. Queste le ho chiamato con il nome proprio e si potranno riconoscere, mentre per gli altri ho usato nomi di fantasia.

Nel libro descrivi con grande intensità le dinamiche familiari e i legami affettivi. Quanto di queste descrizioni è autobiografico e quanto è frutto di invenzione letteraria?
Nulla di quanto ho scritto è frutto di fantasia, anzi dopo aver scritto ho dovuto fare dei sostanziosi tagli non potendo coinvolgere persone soprattutto quelle che hanno fatto azioni disdicevoli.
La guerra e le sue conseguenze sono un tema ricorrente nel tuo racconto. Come questi eventi hanno influenzato la tua scrittura e la tua visione della vita?
Per quanto riguarda la guerra racconto esperienze familiari e locali io sono nata in gennaio e partita prima dei bombardamenti su Roma. Rimanendo tagliata fuori dopo la costituita Repubblica di Salò. I miei ricordi personali partono dal rientro a Roma dopo l’armistizio. Ho vissuto episodi buoni e cattivi con naturalezza ma ricordo le camionette cariche di strilloni con la bandiera rossa che sfrecciavano per via Galeazzo Alessi e i dispetti davanti alla porta di casa. Comunque, a partire dagli anni Cinquanta la situazione si era normalizzata e si godeva di un certo benessere.
La tua prosa è caratterizzata da una delicatezza e una profondità notevoli. Quali autori o esperienze hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo?
Ero una bambina molto precoce. Recitavo dante (retaggio degli studi delle mie sorelle) prima di mettere i denti ed ho parlato molto precocemente. Giocavo nel cortile con gli altri bambini ma preferivo isolarmi a leggere la biblioteca dei miei ragazzi in un angolo del giardino. Crescendo ho letto di tutto Thomas Mann, Hemingway, Steinbeck, gli scrittori russi. Kafka, Pirandello, De Filippo… le favole di Luigi Capuana… che più.? E le riviste storiche e di arte. Disordinatamente. Affamata! No, so se ho uno stile narrativo. Racconto con semplicità la verità nella storia e nei sentimenti.
Nel tuo libro affronti il tema della perdita con molta sincerità. Qual è il messaggio che desideri trasmettere ai lettori riguardo al dolore e alla resilienza?
Ognuno affronta il dolore in modo diverso, personale. Io non l’ho mai elaborato né condiviso. A volte si ha l’illusione che l’interlocutore partecipi ma è una cosa temporanea. Nessuno si può far carico del tuo dolore. È sempre presente. Tuttavia, nessuno se ne accorge perché sono una persona allegra, sorridente a volte esplosiva ma l’animo è scarnificato. La cosa peggiore sono i silenzi ma per dialogare bisogna essere in due. Comunque quello che si perde non si recupera. A tutti consiglio chiarite finché siete in tempo, non demordete per orgoglio o per tigna. Abbracciatevi ed accogliete anche se dovete rinunciare a qualcosa. Nel tempo ne varrà la pena.
Grazie mille, Penny, per aver condiviso con noi le tue riflessioni e il viaggio che ha portato alla creazione de “Il mago delle nebbie”. Le tue parole hanno sicuramente arricchito la nostra comprensione della tua opera e della tua vita. Invitiamo tutti i nostri lettori a scoprire questo libro intenso e toccante, che offre uno spaccato di un’epoca lontana ma anche una profonda connessione con le emozioni universali. Grazie ancora, Penny, per la tua partecipazione e per averci regalato un’opera così autentica e coinvolgente.
