Cari lettori, ci sono libri che non si limitano a raccontare una storia, ma aprono uno spazio di ascolto profondo, in cui riconoscersi e sentirsi meno soli. Tutta la luce della diversità è uno di questi. Con il suo romanzo d’esordio, Gabriele Romizi ci conduce in un viaggio intimo e vibrante, dove le fragilità diventano forza, le ferite si trasformano in possibilità e la diversità si rivela come la più autentica forma di bellezza. Attraverso una prosa poetica e dialoghi intensi, l’Autore ci invita a guardare oltre le apparenze e a riscoprire il valore delle connessioni emotive, della solidarietà e di una umanità condivisa. In questa intervista abbiamo dialogato con Gabriele Romizi per approfondire le radici del suo percorso artistico e umano, e per comprendere meglio la luce che anima la sua scrittura.
Tutta la luce della diversità nasce da un percorso personale molto profondo: quanto della tua esperienza di vita ha influenzato la costruzione del romanzo e dei suoi personaggi?
Le due ambientazioni del libro (l’ospedale psichiatrico e il viaggio solitario e rocambolesco) le ho vissute entrambe io. In tutti e due i casi, c’è stato un fortissimo carico di emozioni… I miei ricoveri in psichiatria risalgono a qualche anno fa, segnati da grandi confusione e disperazione. Il viaggio, lungo e liberatorio, è più recente. Ed è lì, in Portogallo, che ho provato un’euforia ed un’ebbrezza irripetibili, un senso di libertà che mi ha fatto rinascere. L’ospedale prima e il viaggio poi sono stati, per me, un inferno ed un paradiso, che mi hanno segnato e cambiato nel profondo. Sono state queste le due esperienze più forti della mia vita, tanto da suscitare in me un turbine di scossoni interni. Ed è per questo che, alla fine, ho sentito la necessità di dover mettere nero su bianco tutte quelle emozioni, per crearne qualcosa.
Nel libro la diversità non è mai un limite, ma una risorsa luminosa. Cosa rappresenta per te, oggi, il concetto di “diverso”?
In Portogallo, lontano da tutto e tutti, fin dal primo istante mi sono sentito un’altra persona: pensavo in modo diverso, sentivo tutto in un modo diverso. Non ero più io… Non mi era mai capitato, prima, che non mi riconoscessi. Questo è accaduto perché, in quel posto nuovo, del mio passato non c’era più traccia. Ero come privo di identità. Non ero più un paziente di un ospedale, ma non ero più nemmeno un figlio o un parente o amico. Non ero uno studente, non ero un lavoratore… Non ero niente. È così che, per la prima volta, sono riuscito a parlare davvero a me stesso, senza più filtri né voci esterne a ricordarmi chi fossi o chi dovessi essere. Ho visto me stesso, per la prima volta, il Gabriele che non era apparso mai. In questo viaggio, in questo sentirmi un’altra persona, mi sono trovato a guardare in faccia la mia “diversità”… Prima, infatti, la subivo e mi sentivo sbagliato. I miei pensieri erano questi: “sono diverso, sono malato, sono giustamente in un ospedale psichiatrico. Questo è il posto giusto per me”. In Portogallo, invece, solo e senza più nessuno, mi veniva naturale pensare “sono diverso, così felice per esserlo, sto scoprendo in me una forza della natura”. Era cambiato tutto, all’improvviso. La diversità, che era stata la mia spina nel fianco, non era affatto un limite, ma un meraviglioso punto di forza. Se potevo sentire tutte quelle emozioni, se potevo vivere quelle esperienze interiori, era grazie a quella mia parte “strana”, che prima mi aveva portato soltanto guai… Non era buio, ma luce. Ero stato il primo io, in passato, a giudicare male questa mia “diversità”, ma anche gli altri lo avevano fatto. In Portogallo, invece, si era ribaltato tutto. Tutto questo è avvenuto per prima cosa dentro di me, ma anche grazie all’incontro con delle persone che in questo mi somigliavano… Persone “diverse”, in un senso che nelle loro vite era sempre stato sbagliato. Ma che lì, improvvisamente, anche per loro era diventato giusto e bellissimo. Persone in cerca, anch’esse, di quella libertà che gli avrebbe messo tutto ciò davanti agli occhi. La diversità, anche per loro, dal buio stava diventando una luce splendente. E ci facevamo forza, gli uni con gli altri, senza sapere nulla delle nostre vite passate.
I dialoghi hanno un ruolo centrale nella narrazione e trasmettono una forte intensità emotiva. Come lavori sulla “voce” dei personaggi e sulle loro relazioni?
È avvenuto in modo del tutto naturale. Come ho detto prima, l’ospedale psichiatrico e il viaggio in Portogallo mi avevano offerto un carico talmente vasto di sensazioni e spunti, che quando mi sono messo a scrivere il romanzo, prendevo la penna e veniva tutto giù da sé. I dialoghi del libro sono quelli che io, in quelle due diverse situazioni, avevo fatto continuamente tra me e me o con altre persone. Infatti, in quelle due fasi ravvicinate della mia vita, la cosa di cui più avevo bisogno era sempre parlare… In ospedale, per cercare di dare un po’ d’ordine a quella disperazione; in viaggio, per condividere le mie emozioni e scoperte, che mi facevano sentire un bambino alla conquista del mondo.
Il viaggio, reale e interiore, sembra essere una chiave fondamentale del tuo percorso creativo. In che modo il viaggiare ha cambiato il tuo sguardo sul mondo e sulla scrittura?
Quando sono in viaggio, sento anche adesso la stessa magia. Appena vedo un posto nuovo, percepisco in un attimo di cambiare all’istante. Ancora adesso, come in Portogallo, mi sento subìto un’altra persona. Il viaggio, per me, è una cura da quel mio malessere che farà pur sempre un po’ parte di me. Forse, quando il mondo è fermo, non mi sono mai davvero sentito a mio agio, per questo ho il bisogno di muovermi. Mi sento lontano, spesso, dalle altre persone, senza interesse verso ciò che le smuove. In viaggio, invece, mi sento un cercatore di senso, trovando molte risposte. Ho capito nel tempo che chi, come me, nel mondo non si sente mai troppo al suo posto, ha sempre la possibilità di trovare un rifugio…. Il viaggio, per me, è solo un esempio ma ce ne sono degli altri. Per sentirci bene, noi che appunto ci sentiamo un po’ “diversi”, non dobbiamo per forza costringerci a diventare come vogliono gli altri. Se davvero siamo così diversi, dobbiamo vivere questa diversità, trovando il coraggio di buttarci. Io, personalmente, ho cominciato a sentirmi bene proprio quando ho abbracciato quella parte di me, che era la più importante. Ho cominciato a rinascere nel momento in cui ho smesso di provare a respingerla, come molti nel tempo mi avevano suggerito in svariati modi. Non è una parte che va curata, nel senso medico del termine. Va curata, nel senso buono.
Il romanzo invita a liberarsi dagli schemi sociali per riscoprire una comunione autentica tra le persone. Che messaggio senti più urgente di condividere con i lettori attraverso questa storia?
Quando parlavo di ciò che smuove gli altri, intendevo ad esempio i soldi, l’apparenza, o la posizione sociale. Sono cose che sin da bambino notavo negli adulti, che a me procuravano un forte malessere… e così è restato. Crescendo, preferivo spesso mostrarmi chiuso o assente, pur di non dover interpretare il ruolo richiesto da una determinata situazione sociale. Mi aprivo soltanto con chi sapevo che mi avrebbe visto com’ero davvero. Ecco, sogno spesso un mondo come quello dell’ultima parte del mio romanzo. Quando siamo in viaggio, infatti, non vi sono barriere tra una persona e un’altra. Non si giudica mai chi si ha di fronte, né per la sua apparenza né per nessun’altra cosa. In viaggio, ci si conosce e ci si scopre davvero, senza niente che faccia da ostacolo. Mi piacerebbe tanto un mondo così, in cui a nessuno interessa chi sei, ma come sei nel profondo… Come la tua anima, se incastrata alla sua, la potrà arricchire.
Ringraziamo Gabriele Romizi per aver condiviso con noi il cuore pulsante della sua opera e del suo percorso umano. Tutta la luce della diversità è un invito a rallentare, ad ascoltare e a riconoscere nella fragilità una forma di verità e di bellezza. A voi lettori lasciamo il piacere di immergervi in questo romanzo intenso e rivelatore, certi che saprà accendere nuove riflessioni e, soprattutto, illuminare con delicatezza il valore della nostra umanità condivisa.
