Cari lettori, oggi vi portiamo nel cuore pulsante di Roma, in un luogo ricco di storia, leggende e personaggi che hanno plasmato la città eterna. Il libro De Porta Pia di Armando Bussi ci invita a un viaggio unico: da un grande accampamento militare dell’antichità fino alla modernità, passando per storie di architetti, papi, battaglie e rivoluzioni. Un piccolo angolo di Roma, poco conosciuto ma carico di eventi fondamentali, raccontato con passione e rigore storico dall’autore romano che, con i suoi studi, ci fa riscoprire il fascino e la complessità della sua città. Scopriamo insieme il suo lavoro e le curiosità che si nascondono tra le mura di Porta Pia.
Che cosa l’ha spinta a dedicare un intero libro a un’area così specifica e apparentemente poco conosciuta di Roma come quella di Porta Pia?
Penso che le motivazioni principali siano due. La prima soggettiva, suggerita dal nome stesso di Roma che, letto al contrario, diventa Amor: è l’amore per la mia città. Del resto in quest’area sono nato, ho abitato, studiato, prestato servizio militare, lavorato trent’anni alle FS di Piazza Croce Rossa: è insomma un posto con cui mi identifico, raccontarlo mi è servito anche per comprendere – un po’ – qualcosa in più di me. La seconda motivazione è oggettiva: questa zona – pur periferica e lontana dal centro storico – è sempre stata una via di comunicazione importante; già prima di Roma ci passava il traffico del sale, poi con la fondazione dell’Urbe vi furono realizzate due vie consolari, la Nomentana e la Salaria, lungo le quali è transitato di tutto, perfino la transumanza del bestiame, continuata fino al Novecento. Inoltre, trovandosi subito fuori dalle Mura, era campagna ma vicina alla città, ed è quindi sempre stata adatta, dall’antichità al Sette/Ottocento, alla realizzazione di Ville suburbane per le ricche famiglie nobiliari che avevano le loro residenze principali in palazzi del centro. Ancora, da qui si andava al complesso di Sant’Agnese, attivo senza soluzione di continuità dal III°/IV° secolo d.C. e meta di pellegrinaggi; tanto che pure i Papi, quando posero la loro residenza al Quirinale, uscivano da Porta Pia per recarvisi, o comunque per allontanarsi dal traffico e dalla confusione cittadine. Infine, è stata, fino all’inizio del secolo scorso e alla sua progressiva e completa urbanizzazione, ricca di prati ed osterie, utile perciò ai romani di ogni ceto sociale per le classiche gite domenicali “fori porta”.
Quali sono le storie o i personaggi legati a questo luogo che l’hanno colpita di più durante le sue ricerche?
Molti – compresi tanti che vedono Porta Pia tutti i giorni, perché abitano o lavorano nei pressi – non sanno, e si stupiscono se lo scoprono, che l’ha progettata Michelangelo. A me ha colpito, man mano che approfondivo le ricerche, soprattutto la quantità di noti personaggi passati in questo fazzoletto di terra: sovrani e militari, da Annibale a Carlo Magno; artisti, da Goethe a Stendhal; patrioti e politici di ogni colore, da Garibaldi a Mussolini; perfino attori, come Audrey Hepburn e Gregory Peck, che qui hanno girato scene di “Vacanze romane”; e tanti altri.
Nel libro emerge un forte legame tra architettura, storia e politica: come si intrecciano questi elementi in quella zona di Roma?
In generale, si dice che l’architettura è storia scritta con la pietra. In particolare, sui legami fra tali discipline in quest’area, possiamo anzitutto raccontare di Pio IV, il Papa committente di Porta Pia, ma anche di tante altre opere cittadine (Palazzina di Pio IV sulla Flaminia, Casino di Pio IV in Vaticano, Fontanina dell’Acqua Pia a Porta Cavalleggeri, ecc…); tutto finanziato essenzialmente aumentando le tasse. Tanto che alla fine il popolino vessato inventò – attribuendolo a Pasquino, la nota “statua parlante” – un particolare Padre Nostro, col quale ci si lamentava che “mi desti un papa sì maligno e strano/il qual per adornare il Vaticano/d’inutil mura di theatri e scale/stese a rubbar con ingordigia uguale/huomini e Dei la scelerata mano”. Ma soprattutto va ricordato quanto si verificò dopo il 20 settembre 1870, con la presa di Roma – attraverso la Breccia di Porta Pia – da parte del Regno d’Italia, che pose fine al potere temporale della Chiesa e consacrò questo Regno come laico, con una propria morale civile, a cui occorrevano simbologie tali da penetrare nell’immaginario collettivo. Porta Pia si rivelò assai adatta per questo ruolo; nella percezione generale il fatto che fosse un capolavoro michelangiolesco passò in secondo piano, venendo quasi dimenticato; la Porta divenne invece la rappresentazione di un evento clou, su cui fondare l’identità del neonato Stato italiano; tanto da divenire un Museo degli eventi del ‘70, e dei Bersaglieri che di quegli eventi furono protagonisti. E così, in fondo, è percepita ancora oggi, quando tanti si emozionano vedendo la Fanfara degli stessi Bersaglieri arrivare di corsa, piume al vento, suonando la celebre Marcia.
Ci racconta qualche aneddoto o scoperta che ha fatto durante la stesura di De Porta Pia e che l’ha sorpresa?
L’aneddoto più noto su Porta Pia riguarda degli oggetti – apparentemente un bacile con sopra un asciugamano – scolpiti tre volte sulla facciata interna, quella progettata da Michelangelo: sarebbero siano stati messi lì dal Buonarroti per prendere in giro Pio IV, che si diceva fosse figlio di un barbiere, e si vergognasse di tali umili origini. La scoperta è stata che tali raffigurazioni hanno soprattutto un altro significato, più elevato e profondo, connesso al fatto che l’artista, sempre in gamba, ma ormai ottantacinquenne e con una sua intensa religiosità, si preparava alla fine della sua esistenza terrena; quale significato, potete immaginarlo, oppure… lo leggerete sul libro.
Qual è, secondo lei, il messaggio o l’eredità più importante che Porta Pia e la sua storia possono trasmettere ai romani e ai lettori di oggi?
Roma, in ventotto secoli, è stata conquistata, passando da queste parti, tre volte (dai Galli, dai Goti e dagli Italiani); altri ci hanno provato, quindi qui si sono viste tante guerre. Eppure, – da quando le ultime truppe naziste lasciarono la città per la via Nomentana, il 4 giugno 1944 – Porta Pia e la zona circostante sono luoghi di pace; oggi anche di relax e di svago, con botteghe di ogni genere e – grazie ai recenti lavori di ammodernamento sul Piazzale di fronte alla Porta – panchine, servizi, aiuole intorno ai grandi platani, un “nasone” (tipica fontanella romana), che hanno trasformato tale Piazzale da parcheggio a punto di aggregazione, per gli abitanti del quartiere e non solo. Ma sono pure luoghi di Cultura, col citato Museo dei Bersaglieri, la ricca Biblioteca della Fondazione FS, alcune librerie come la Minerva di Piazza Fiume, e le tante iniziative organizzate da tali enti e altre associazioni di commercianti e abitanti del quartiere. Una Cultura come la nostra, nata – come dimostrano le vicende che ho provato a raccontare – da varie e diverse contaminazioni, da tutte le genti che qui sono transitate, ognuna delle quali ha lasciato qualcosa di sé, contribuendo a renderci come siamo ora. Così Porta Pia – costruita per attraversare delle Mura che dividevano la città dall’esterno, e che oggi sono invece un monumento inserito nel tessuto urbano senza più divisioni – è una sorta di metafora dei sommovimenti e delle migrazioni in atto – nel nostro Paese e nell’intera Europa – che può aiutarci a guardare il presente con occhi più aperti, comprensivi e, soprattutto, accoglienti.
Grazie per averci accompagnato in questo affascinante viaggio nel tempo e nello spazio di Roma, guidati dalla competenza e dalla passione di Armando Bussi. Speriamo che la sua opera vi ispiri a guardare la città con occhi nuovi, scoprendo anche nei dettagli meno noti una storia che parla di grandi uomini, eventi decisivi e tradizioni radicate. Continuate a seguirci per altre interviste e racconti dal cuore della cultura italiana.
