Benvenuti per una nuova avventura letteraria cari amici! Con E se…, Elena Chimetto ci accompagna in un viaggio narrativo carico di intensità emotiva, dove il dolore e la nostalgia si mescolano alla forza di una scrittura evocativa. La protagonista, Anna, ci pone davanti a interrogativi esistenziali profondi, invitandoci a riflettere su quanto il caso e le piccole scelte possano ridefinire le traiettorie della vita. L’autrice padovana, già nota per la sua sensibilità artistica e il suo impegno nella didattica musicale, torna ora in libreria con un romanzo che lascia il segno, grazie alla delicatezza con cui affronta temi universali e alla capacità di dar voce ai silenzi interiori. Abbiamo avuto il piacere di porle qualche domanda per conoscere più da vicino il cuore e l’anima di questo toccante progetto letterario.
Nel tuo romanzo, la ripetizione della domanda “E se…” diventa una sorta di mantra emotivo: come nasce l’idea di costruire la narrazione intorno a questo interrogativo ricorrente?
La ripetizione della domanda “E se…?” è una delle cose che mi appartiene da sempre. A causa di eventi di diversa natura, sia familiari, sia lavorativi, capita che mi fermi a riflettere sulle mie esperienze di vita e quell’ “E se…?” nasce spontaneo ogni volta: “E se quella volta avessi scelto una scuola diversa?”; “E se avessi risposto in maniera differente a quell’invito?”; “E se non fossi andata a quell’incontro?”; “E se quel mio alunno in realtà mi stesse dicendo qualcosa di differente da quello che credo io?”; “E se i miei figli…? Mio marito…? I miei genitori…? I miei fratelli…?”. Sono davvero tanti gli “E se…” nella mia vita! E immagino che anche per altre persone queste due umili e brevissime parole si affaccino regolarmente nei pensieri e nelle riflessioni. A volte portano a fantasticare, altre volte possono generare rimpianti. Nel mio romanzo l’intento è quello di indagare su questo continuo bisogno di dare un senso a quello che affrontiamo. Il rischio, secondo me, è quello di essere fagocitati da allettanti quanto sterili alternative immaginarie alla nostra quotidianità, che possono generare insoddisfazione e spingerci a facili giustificazioni del nostro arrenderci di fronte alle difficoltà: se tutto fosse diverso, saremmo sicuramente più sereni, più felici, più soddisfatti. Invece, non è così! Se tutto fosse diverso, lo sarebbero anche le nostre difficoltà, le paure, le sfide che dovremmo comunque affrontare. Direi, quindi, che la mia riflessione personale mi ha portata a dar, sì, spazio ai vari “E se…” delle mie fantasticherie, ma allo stesso tempo a dar loro peso solo se portano a considerare una strada attuabile, un percorso di miglioramento, una possibilità di crescita personale, mentre quelli che portano a rimpianti e rimproveri devono essere accantonati.
Anna è un personaggio attraversato da ferite e desideri mai sopiti. Quanto c’è di te in lei e quanto invece appartiene alla pura immaginazione narrativa?
Ognuno di noi fa i conti ogni giorno con ferite e desideri che l’accompagnano e si risvegliano in determinate circostanze: può essere a causa di una battuta che magari non era nemmeno diretta a noi, o una notizia sentita alla radio, un’immagine vista in TV… Le nostre ferite fanno parte di ciò che siamo, determinano la nostra sensibilità sia in positivo sia in negativo; i desideri, invece, accompagnano in un certo senso il nostro futuro, perché, se ben radicati in noi, ci inducono a determinate scelte nel tentativo di avvicinarci sempre di più alla loro realizzazione. Quanto c’è di me in Anna? Direi il carattere: il bisogno di spazi di silenzio che permettano di far ordine nei pensieri, le insicurezze, l’interpretazione (a volte sbagliata) delle reazioni o dei comportamenti altrui, spero anche l’attenzione alle emozioni di chi mi sta accanto, il desiderio di rendere felice chi è nel mio cuore. Fanno parte di me la voglia di “sistemare le cose”, l’amore per la musica, la fede – nel mio passato c’è anche l’animazione liturgica – e l’aver dovuto accettare e affrontare il lutto, anche se per affetti completamente diversi dal suo. Anche molto di quanto lei riceve a livello emotivo fa parte della mia esperienza: le parole della proposta di matrimonio di Gioele, ad esempio, sono quelle che mi ha rivolto mio Marito, anche se per noi è stato all’inizio del nostro percorso. Appartiene alla pura immaginazione tutta la vicenda e l’ambientazione; per i luoghi mi sono lasciata ispirare da alcune zone frequentate durante qualche vacanza in passato sull’Altopiano di Asiago.
Il tema della casualità assume nel romanzo una dimensione quasi filosofica. Che ruolo ha il destino, secondo te, nelle nostre vite?
Personalmente io non credo nel destino, ma nella Provvidenza. Cerco di spiegarmi meglio: non penso che la nostra vita sia guidata da forze superiori che ci portino inevitabilmente a scelte già stabilite e ineluttabili. Credo che siamo liberi di scegliere e che questa libertà si esprima in qualsiasi ambito, anche banalmente a partire dalla coppia di calzini che prendiamo dal cassetto al mattino. Quando ci troviamo davanti a dilemmi importanti, quelli che danno una piega decisa alla nostra esistenza, ecco in quei casi penso che la Provvidenza sia al nostro fianco. Se riguardo il mio passato, ad esempio, mi accorgo che ci sono stati eventi cruciali in cui avrei potuto fare scelte completamente diverse da quelle che ho attuato e forse mi sarei risparmiata le grandi sofferenze che ne sono conseguite. Ma, se avessi scelto diversamente, avrei perso anche tutto il Bene che ho ricevuto venendo, magari, in contatto con persone che si sono rivelate fondamentali nella mia vita. In questo senso credo che non ci sia un destino freddamente prestabilito per ognuno di noi, ma che il Cammino venga intessuto giorno per giorno, sia nei periodi belli, sia in quelli più difficili da affrontare, e che le scelte apparentemente casuali che facciamo siano in realtà accompagnate da un Bene più grande, il cui Disegno per ora resta per noi un grande mistero.
Hai una formazione musicale molto solida: quanto questa influenza il tuo modo di scrivere, soprattutto nella scelta del ritmo e del tono?
l mio percorso di formazione musicale non è stato sempre lineare. Oserei dire, anzi, che ha lasciato ferite mai guarite nella mia personalità. Ma questo non è dovuto alla musica in sé, bensì alle persone. Grazie alla musica ho imparato ad apprezzare l’armonia dei suoni, la regolarità delle note e l’importanza dell’intenzione che si trasmette con il volume, oltre alla soddisfazione che si prova nel “costruire” qualcosa insieme agli altri, come avviene quando si suona in duetto o con l’orchestra. Non so dire in che modo, ma di sicuro tutto questo ha influenzato alcuni aspetti del mio comunicare, sia in forma scritta, sia parlata: il ritmo, ad esempio, si manifesta nel piacere di scherzare con brevi filastrocche improvvisate in famiglia o con i miei alunni, l’armonia con la ricerca di termini che ritengo più chiari e adeguati a ciò che voglio comunicare, la melodia con il senso di ciò che dico o scrivo, che può risultare delicato, doloroso, aggressivo. Per il volume… beh, lo devo ammettere: il volume non è esattamente il mio forte, visto che ho un tono di voce sempre molto alto e i miei figli mi dicono che, quando mi arrabbio, rischio di fare davvero paura!
Dopo poesia, didattica musicale e narrativa breve, arrivi al romanzo: cosa ti ha spinto a compiere questo passo e cosa ti piacerebbe esplorare in futuro come autrice?
Ho sempre amato scrivere: poesie, filastrocche, storie, lettere… Mamma mia, quante lettere nel periodo della mia adolescenza! Una volta cresciuta, gli impegni di lavoro e di gestione pratica della mia famiglia hanno drasticamente ridotto il tempo a mia disposizione, ma la voglia di comunicare è rimasta: sono nati così diversi racconti inventati per i miei figli, di cui ben pochi sono stati da me trascritti. I figli sono cresciuti e il tempo delle favole è stato sostituito da quello delle riflessioni e delle domande importanti. Una notte mi sono ritrovata a rimuginare sul peso di tanti “e se”, così ho pensato che avrei potuto trasformare le mie riflessioni in qualcosa che potesse essere letto anche da altri. Ho fatto leggere le mie parole ai miei figli e loro mi hanno spinta a tentare la strada della pubblicazione. Nel frattempo, trovando che la scrittura mi aiuti a mettere ordine anche nelle mie emozioni, ho continuato questa attività in privato, completando la storia di Anna e Gioele e iniziando a lavorare su altri personaggi. Credo che in futuro continuerò ad esprimermi nel genere del romanzo narrativo, per dare risalto all’immenso mondo delle emozioni. Perché, in fondo, che cosa c’è di più importante dei sentimenti, dei legami affettivi e dei rapporti umani nella vita?
Ringraziamo Elena Chimetto per aver condiviso con noi il dietro le quinte del suo romanzo E se…, un’opera che ci invita a fermarci, a contemplare e a interrogarci su quelle svolte minime, spesso invisibili, che possono cambiare il corso di un’intera esistenza. Con la sua sensibilità artistica e la profondità della sua scrittura, l’autrice ci ricorda che anche il dolore può diventare seme di consapevolezza e che ogni “e se” cela un universo di possibilità.
