Bentrovati cari lettori, oggi ci immergeremo in Ucrata. Questo non è solo un libro, ma un’esperienza visiva e emotiva che si muove tra arte concettuale, poesia, fumetto e narrazione. Frutto del talento poliedrico di Alessandro Manzieri, quest’opera invita il lettore a un viaggio enigmatico e coinvolgente, in cui forme grafiche e parole si intrecciano per raccontare una profonda confessione emotiva e una rinascita interiore. Oggi incontriamo Alessandro per scoprire cosa si cela dietro Ucrata, come nasce questo progetto e quali emozioni vuole trasmettere attraverso questa fusione tra arte e scrittura.
Cosa ti ha ispirato a creare un’opera così unica che combina illustrazione, poesia, fumetto e narrazione?
Volevo dare un’organizzazione maggiore ad alcune poesie che stavo scrivendo in quel periodo, si parla del 2022. Aveva fatto poi, dal nulla senza impegno, il simbolo sulla copertina del libro e che attorno al quale orbita tutta la narrazione. Nell’estate del 2022 vidi Neon Genesis Evangelion, nota serie animata giapponese e mentre la stavo guardando ripresi in mano quel simbolo e ne volli dare un significato, mosso consciamente e inconsciamente da quello che la serie mi stava trasmettendo a livello personale. Vedere Evangelion e sentire musicisti come i Twentyone Pilots e i Melancholia ha fatto uscire da me quello che emotivamente sono e provo e hanno contribuito a voler dare a quel simbolo un significato di mappa e orientamento della propria emotività. Non c’è niente di più bello che scoprire qualcuno che ti fa sentire meno solo, che ti cerca di dire come farlo autonomamente e ti stimola a capirti coi tuoi mezzi, con la tua creatività. In sostanza, Úcrata è stato fatto prima di tutto per necessità, di capirmi e legittimarmi, attraverso varie forme, più o meno esplicite rispetto a quello che si vuole dire, delle quali la scrittura rimane per me la fondamentale.
Come sei riuscito a coniugare la tua passione per il disegno e la scrittura con la dimensione più concettuale e artistica del libro?
Per quanto riguarda la grafica, ho notato una cosa: mi piace molto estrapolare un concetto da una forma, dall’andamento di una linea. Ad esempio, vedendo un quadrato immagino una persona che affronta quattro sfide (gli spigoli del quadrato) ma che resta sempre la stessa pur attraverso una sua evoluzione in quattro stadi. Un altro esempio può essere il cerchio, oppure forme inventate più complesse, in cui andamenti curvi o orizzontali li vedo come processi a stadi, intervallati da punti di scelta o blocco (come appunto angoli, spigoli, linee inframmezzate). Così ho fatto per il simbolo del Niol: ne ho visto un percorso rettilineo contenuto tra due estremi. Per il disegno, le immagini presenti nel libro sono foto di disegni su carta e pittura su ceramica, cosa che avevo fatto prima di dare un significato al simbolo del Niol. Ho voluto inserirle per dare un immaginario visivo che trasmettesse una sensazione precisa a chi legge questo libro. Spero comunque che ognuno ne trovi una sua visione personale, perché il bello delle immagini è lo stesso della musica: a ognuno di noi risuonano in modo diverso.
Nel libro la forma ha un ruolo centrale: come hai scelto di alternare segni grafici e testi per costruire l’esperienza del lettore?
Trattando il libro di una trasformazione fisica del protagonista e di luoghi precisi in cui essa avviene, volevo mappare questo cambiamento dando la posizione in cui questo ha luogo associata a una testimonianza di quel momento di trasformazione. Volevo in generale, attraverso l’immagine del Niol, creare una realtà che potesse valere per tutti e che tutti potessero usare, per capire se, in una data situazione emotiva, siamo in contatto con noi stessi oppure no, se stiamo soffrendo per altri o per noi; un luogo che ci dice che tradurre le emozioni in qualche forma (immagine, testo, musica, altro) può prevenire lo scagliarle direttamente contro di noi o contro gli altri. E penso che questo sia un problema tipico di questa epoca: palliativi incredibili (social o altro) che danno copertura di quello che si sente, non ci permettono di prenderci il nostro tempo per capirci e usare il cervello per noi stessi e quando il dolore ci investe spesso non siamo in grado di gestirlo. Qualsiasi passione può salvare. E se non c’è, l’atto dello scriverti lo fa e chiunque può farlo.
Ucrata è descritto come un viaggio emotivo e una confessione personale. Quanto c’è di autobiografico in questa opera?
Dal punto di vista estetico (storie, raccontati, immagini, eventi), un 20%. Dal punto di vista di significato, di messaggio e di sentimento, tutto. È in pratica un racconto di quello che succede ed è successo dentro di me a livello di pensieri e sensazioni.
Qual è il messaggio o la sensazione principale che speri resti nel cuore di chi legge e osserva Ucrata?
Nell’ultima pagina del libro, sta un QR code a un video live della mia canzone preferita dei Twentyone Pilots: Trees. Ricordo la prima volta che vidi il video. Inizialmente non mi aveva preso del tutto la canzone ma l’esperienza che vedevo in quel testo e in quel momento mi aveva folgorato. Si parla di questa persona in silenzio tra gli alberi, che ricerca la verità. Cerca di parlare con qualcuno che non vede, che sia Dio o un amico. Sente un’ambivalenza fortissima: si sente vivo e morto al massimo. E qui sta il punto: è sull’orlo, deve fare una scelta, tra il restare in vita e no. In quella scelta, emerge la sua verità, la scopre, scopre la sua vera Volontà di Vita. E io ho trovato che, quando ti trovi in quel momento, quando ponderi il suicidio (anche se non lo pianifichi davvero), l’unica cosa che ti salva, per me, è scriverlo. Scrivere esattamente ciò che pensi. Perché il vederlo esternato da noi, ci libera di un peso, ci fa capire il vero valore di quello che abbiamo scritto perché ce ne siamo liberati, ci siamo dati una forma di controllo, ci siamo legittimati, ci siamo amati. Ci siamo amati nello scrivere di non volerlo fare. Quell’uomo tra gli alberi, non ha trovato nessuno, non ha trovato Dio, né un amico. Ma ha scritto quella canzone, ha trovato sé stesso nel dire di non volersi trovare. Sembra che la vita in qualche modo vinca sempre. Se noi le forniamo dei modi. L’arte per me è il modo migliore, perché è ciò che ci rende umani ed è ciò che può farci sentire capiti. Úcrata è un libro contro il suicidio, che passa per un piccolo gesto (lo scrivere) che può essere l’inizio della nostra vera vita attraverso la scoperta del nostro punto più basso, che nell’atto di scrivere diventa magicamente il nostro punto più alto. Úcrata è l’aiuto che ho dato a me stesso e vuole essere tale per chi sente certe cose. Úcrata è un incitamento a non nascondere quello che si sente, a non negare sé stessi, a restare vivi per capirsi, per legittimarsi. Per vedere che dopo aver scritto certe cose si è ancora vivi, per porsi la domanda:” Ma questa cosa che mi fa stare male riguarda me o qualcun altro?”, per iniziare a distaccarsi emotivamente dagli altri se la cosa ci fa soffrire troppo, per chiedersi del perché si sta male, dopo averlo scritto davanti ai propri occhi. Ed è molto divertente che per tutto questo ti bastino le note del telefono. Tutti possiamo farlo.
Ringraziamo Alessandro Manzieri per averci accompagnato in questo viaggio dentro Ucrata, un’opera che sfida i confini tra le arti e invita alla riflessione profonda su sé stessi e sul processo di accettazione. Un progetto che dimostra come l’arte possa essere uno strumento potente per esplorare e raccontare le emozioni più intime. Restate con noi per scoprire altre storie e autori del Gruppo Albatros.
