Oltre la linea sottile che separa la vita dalla morte, esiste un punto di non ritorno: l’orizzonte degli eventi. È proprio qui che si svolge la vicenda potente e visionaria narrata da Piergiacomo Pagano nel suo romanzo, dove storia, metafisica e simbolismo si intrecciano in un racconto che parte da un episodio tragico della Seconda guerra mondiale e sfocia in una dimensione altra, in cui il confine tra umano e animale si dissolve. Con L’orizzonte degli eventi, Pagano – noto biofisico e saggista – ci sorprende con una narrazione intensa, che affonda le radici nella carne e nello spirito, nella scienza e nella poesia. Lo abbiamo intervistato per scoprire cosa si cela dietro questa opera affascinante.
Come nasce l’idea di un romanzo che unisce elementi storici, esperienze di confine e simbolismo animale?
Innanzitutto, vi ringrazio per lo spazio che mi dedicate e, visto che ci sono, ne approfitto annunciandovi che non sarò sintetico. Vorrei cogliere l’occasione per parlarvi di me, dei miei ragionamenti e dei miei scritti. Ci tengo a precisare, tuttavia, che il mio romanzo, di cui parlerò, non è così prolisso come lo sono queste note: è decisamente più snello. Vengo alla risposta della prima domanda. Di solito, quando gli anziani raccontano del loro passato, finiscono col ripetere le stesse cose così che, anche se a volte interessanti e divertenti, finiscono con l’annoiare. I miei vecchi non si discostavano da questa linea. In più trascuravano aspetti di sostanza, oltre a omettere fatti rilevanti. Spinto dalla curiosità, dalla mia innata voglia di ficcare il naso ovunque e dalla mia necessità di sapere e catalogare il mondo attorno a me, ho deciso di far loro delle interviste mirate. Sapevo, e ne ho avuto conferma, che le loro storie erano, confrontate le une con le altre, molto dissimili. (Se vorrete ve ne parlerò in futuro). Dovevo sbrigarmi, i miei si avvicinavano alla novantina e presto sarebbero venuti a mancare (anche se nel mio cuore pensavo fossero immortali). Nel 2006 mi recai da loro, regolarmente, per sottoporli a una serie di domande, spesso sconvenienti. Così, piano piano, io e loro, entrammo in una sintonia fino ad allora sconosciuta, immersi in una atmosfera preclusa al tran-tran dei classici rapporti genitori/figli. In quelle occasioni ho avuto la gioia di goderli sotto una nuova, luminosa, luce: nella loro giovinezza, nelle loro emozioni, nelle loro (anche drammatiche) esperienze. In quel tempo sono stato loro coetaneo, complice dei loro sentimenti più intimi. Per non perdermi nulla, neppure il più debole sospiro, ho registrato gli audio, riportato il tutto sul computer e stampato in modo che le loro testimonianze non venissero disperse. Ne sono uscite svariate centinaia di pagine che metterò in una capsula del tempo e che, assieme alle foto in bianco e nero che ho scannerizzato e organizzato in un album stampato all’uopo, sotterrerò nella casa di famiglia divenuta ora di mia proprietà. Dai loro ricordi è partita l’idea del libro, ovvero l’intenzione di trascrivere in forma narrativa le loro interviste facendole divenire una storia d’amore tra due giovani di altri tempi. Il racconto sarebbe stato denso di fatti, emozioni, situazioni inedite di una Italia della prima metà del secolo scorso. Tuttavia, dopo le prime pagine di stesura, è successo l’inatteso: il romanzo ha intrapreso una strada diversa da quanto previsto e si è impossessato di me, della mia mente e della mia mano, come se esistesse nell’etere e volesse una preda per trasformarsi in realtà tangibile. È nato così, spontaneamente, dipanandosi in una possibile interpretazione del significato della “vita” che amalgama i ricordi dei miei, i miei studi scientifici e filosofici, per concretizzarsi in una mia teoria sul nostro scopo nella Natura, teoria che ho chiamato, ed espresso in alcuni articoli, Eco-Evo-Centrismo.
Il lupo, figura centrale nella narrazione, rappresenta molto più di una semplice presenza selvatica. Che significato ha per lei?
In effetti la figura centrale della narrazione è un lupo, ma non “lupo” in quanto animale, ma “lupo” in quanto “vita”. Certo la figura selvaggia e maestosa del lupo rispecchia il nostro desiderio intimo di libertà e nobiltà, ma similmente potrebbe essere rappresentato da una qualsiasi forma di vita autosufficiente. Il termine “vita” ha un significato profondo che nasce dal susseguirsi di eventi che hanno portato alla nascita di sempre nuove “proprietà emergenti”. E qui potremmo aprire uno scrigno di affascinanti considerazioni. Per capirne di più, rimando ai miei scritti specifici. In questo contesto limitiamoci a riflettere sulla domanda: “cosa distingue una cellula vivente da un sasso?” Si potrebbe pensare che la differenza risieda nel fatto che la cellula vivente possiede macromolecole complesse che il sasso non ha. Ma questo ragionamento non regge perché anche una cellula morta ha le stesse macromolecole di quella vivente ma non si nutre, non elimina scorie, non si riproduce. La reale differenza sta in un qualcosa di lontano dal nostro pensare occidentale: la differenza sta non nelle cose tangibili ma nelle relazioni tra le parti. Sia le macromolecole di una cellula morta che le molecole del sasso sono unite fra loro da semplici forze di coesione. Al contrario le macromolecole della cellula vivente sono parte di una fitta rete di relazioni. In termini più in linea col linguaggio odierno: il segreto della vita non sta solo nell’hardware, bensì, anche e soprattutto, nel software. Tralascio i numerosi passaggi intermedi e vengo al dunque. La relazione che si instaura tra il lupo e il soldato Danielli nel romanzo genera una nuova proprietà emergente che oltrepassa il nostro comune percepire e si traduce in una nuova realtà di relazioni che genera un nuovo essere spirituale, simile a quello che potremmo esperire noi stessi, magari dopo la morte. Concedetemi una ultima analogia scientifica: le singole cellule viventi possono vivere “in vitro” sia singolarmente che sotto forma di tessuto, è sufficiente farle crescere nel giusto “brodo di cultura”. Ma solo in un organismo possono lavorare sinergicamente per compiere funzioni complesse. Noi camminiamo, mangiamo, ci riproduciamo, pensiamo, grazie alle relazioni fra queste singole cellule. Le relazioni rappresentano la vera natura, “la Natura”; le relazioni permettono il superamento del confine dell’individualità dando origine al “Tutto” armonico. Nel libro, il soldato Danielli e il lupo si fondono, oltrepassano l’orizzonte degli eventi e generano una nuova entità.
Qual è stato l’approccio alla documentazione storica per ricostruire l’atmosfera del fronte russo nel 1942?
La risposta a questa domanda è piuttosto semplice. E.… qui mi sento di rivelare alcuni aspetti veritieri così come lo sono molti dei nomi e dei personaggi che attraversano la narrazione. In particolare, mio padre è il protagonista del libro. È Giacomo Danielli, l’uomo che ha vissuto drammaticamente le vicende (o, quantomeno, parte di esse) narrate nel romanzo. La sua straordinaria capacità di elencare, catalogare, lasciare diari, appunti, cartine, libri, documenti storici, uniti ai suoi vividi ricordi da me raccolti, hanno fatto sì che io rivivessi con lui quel drammatico periodo. Si pensi che poté ricostruire parte delle vicende da lui vissute grazie al ritrovamento sulle cartine del punto trigonometrico di 227 metri slm, su di una collina a ovest del Don, che vide prima di essere ferito (mio padre era un topografo). Dalla sua narrazione emergono anche sconcertanti questioni. Ad esempio, che nessuno dei soldati sapeva dove fossero. Solo gli ufficiali di più alto rango ne avevano una idea. A domanda specifica di alcuni parenti che me lo chiedevano, ho risposto negativamente: ritengo non sia il caso di divulgare molti di questi ricordi. Dal lato personale sarebbe spesso sconveniente, dal lato storico forse la strada intrapresa dalla nostra Patria in quegli anni non le renderebbe onore. Questa è una mia scelta: forse perché molto anziano o forse perché aveva una fiducia smisurata in me, mio padre mi diede il permesso di rivelare ciò che ritenevo più opportuno. Oltre a quanto detto ora, devo aggiungere dei tasselli indispensabili: l’importanza personale e storica dei ricordi di mia madre Dorina. Anche se all’apparenza meno angoscianti, essi si sono rivelati densi di drammaticità, come quando la sua casa venne rasa al suolo dai bombardamenti e si ritrovò a vivere con la famiglia in una buca del terreno dove si ammalò di polmonite. Molto di questo non viene descritto nel romanzo, ma spero che gli accenni fatti possano fornirne alcuni aspetti, alcuni quadri, alcune istantanee della vita di ottanta/novanta anni fa. Aggiungo che, per fissare nella mia mente ciò che ascoltavo dalla voce dei miei genitori ho voluto che mi accompagnassero personalmente nei luoghi di cui si parla nel romanzo. Ne respirammo l’aria romantica e irripetibile della prima metà del secolo scorso. Una sola cosa mi manca: la visita al luogo specifico del ferimento di Giacomo in Russia. Appena potrò andare andrò, anche perché “L’orizzonte degli eventi” ha un seguito.
In che modo la sua formazione scientifica ha influenzato la costruzione della trama e dei suoi temi?
E qui ci vorrebbe un tempo infinito per parlarne. Mi limiterò a dire che da molti decenni mi pongo domande specifiche sul chi siamo, dove stiamo andando, qual è il nostro ruolo, qual è il nostro scopo. Fu per questo che scelsi Biologia all’Università e mi specializzai in Biofisica. Iniziai al CNEN (Comitato Nazionale Energia Nucleare) come radio tossicologo dove, per la nostra ricerca utilizzavamo animali da esperimento per testare gli effetti tossici del Sodio utilizzato come refrigerante nelle centrali nucleari veloci. Di principio non ero contrario all’uso di cavie, ma per farlo avevo bisogno di risposte etiche convincenti. Dopo l’incidente di Chernobyl (il CNEN era diventato ENEA) i miei interessi si spostarono sull’inquinamento ambientale (pubblicai numerosi articoli anche all’estero, di cui uno particolarmente noto nella comunità scientifica internazionale). Il passo verso la ricerca del “perché dobbiamo salvaguardare la Natura”, fu una logica conseguenza. In un mio periodo all’estero scoprii una disciplina, la Filosofia Ambientale, molto conosciuta nel mondo nordico e anglosassone che cercava risposte a queste domande. Feci il possibile per divulgarne le idee anche qui in Italia intervenendo a convegni, aprendo un sito web (oggi ne esiste uno con lo stesso nome ma non mi appartiene), pubblicando articoli e un libro particolarmente apprezzato: “Filosofia Ambientale” Mattioli 1886 Editore, 2002, ristampe 2005-6. Tra le mie partecipazioni più interessanti fui invitato a parlarne in una trasmissione interamente dedicata all’argomento su “Marco Polo”, (un canale della emittente “SKY”), fui intervistato dal “TG Sky” in prima serata, fui invitato a scrivere articoli, tra l’altro anche sulla rivista “l’Espresso”. Nel 2013 fui chiamato a rappresentare l’Italia come filosofo ambientale al congresso internazionale di filosofia ad Atene. L’anno successivo passai qualche tempo al “Center for Environmental Philosophy” della Università del Nord Texas come visiting scholar. Nel corso degli anni, nei ritagli di tempo che la ricerca istituzionale mi permetteva, i miei studi si intensificarono verso le risposte alle domande iniziali: “chi siamo, dove stiamo andando, qual è il nostro ruolo/scopo nella Natura”. I libri che pubblicai di seguito tracciano il percorso delle mie ricerche: “Alla scoperta dell’uomo”, Perdisa Editore, 2005 (3° classificato al Premio Majella 2006); “Storia del pensiero biologico evolutivo”, ENEA 2013 (Tradotto in inglese col titolo “The History of Though on Biological Evolution”); “La politica propositiva”, Liminamentis, 2013. Infine, dopo tanto riflettere arrivai a una sintesi, alla “risposta”, quantomeno logico/scientifica. Essa è riassunta nell’articolo: “Eco-Evo-Centrism: a New Environmental Philosophical Approach”, EAI, ENEA, marzo-giugno 2014, pp. 93-99. (Scusate, siccome non vorrei sembrare spocchioso, tengo a precisare che ho conservato tutta la documentazione di queste mie attività. Io come mio padre, ho una vera propensione per la classificazione, la catalogazione. Sono un accumulatore compulsivo di memorie.). Da quel momento ebbe origine il passo successivo: la narrazione, il romanzo, la visione, perché il navigare al di fuori degli schemi precostituiti della nostra materialità può permettere di trovare risposte aggiuntive. Non che la ricerca scientifica sia insufficiente, anzi, sono ancora convinto che essa sia la parte predominante del nostro sapere. Sono altresì certo che la mente umana possa e debba spingersi oltre gli schemi classici, immaginandosi mondi incredibili ma non per questo impossibili. D’altra parte, intraprendere la via della sola scienza è limitante. E non mi riferisco al fatto che sia importante credere nelle religioni (in massima parte fuorvianti) ma di allargare la nostra mente oltre al materiale perché, come scrive Antoine de Saint-Exupéry ne “Il piccolo principe”, l’importante è invisibile agli occhi. Ed ecco che la risposta alle domande che da tempo mi pongo può riunirsi in una unica risposta prendendo vita sotto forma nel mio romanzo semplice e scorrevole, all’apparenza fine a sé stesso, ma che nasconde tanti motivi di riflessione. Esistono relazioni e possibilità oltre a quello che la società ci mostra.
L’orizzonte degli eventi è anche una riflessione sull’identità e sulla trasformazione. Quale messaggio spera che il lettore colga al termine del libro?
Al di là di questo mio romanzo di cui si parla in questo contesto, volevo sottolineare che ho scritto diversi libri narrativi, dal differente carattere, fin dagli anni novanta. Nel caso del mio primo romanzo (per ragazzi) trovai un editore importante per la pubblicazione ma poi, per ragioni che non ho ancora capito, non se ne fece niente. Probabilmente non curai adeguatamente i contatti. Inoltre, per i romanzi successivi, evitai di andare alla ricerca di qualche editore interessato a pubblicarli. Da un lato per me la scrittura narrativa era un hobby, dall’altro, sapendo delle difficoltà di trovare un editore di un certo livello, lasciai perdere; pubblicare solo per vedere un mio libro stampato non mi interessava. Mi interessava, piuttosto, comprendere il mondo della letteratura di fantasia. Per questa ragione decisi di partecipare a un paio di tornei letterari. Ebbi successo, ma non abbastanza per ricevere consensi unanimi. Quello che notai era che tante persone scrivono bene e la platea dei lettori è così frastagliata e varia che non è possibile elaborare un racconto che piaccia a tutti, indiscriminatamente. Giusto questa primavera, imbattendomi nell’invito di Albatros a inviare i propri lavori, decisi di tirar fuori dal cassetto “l’orizzonte degli eventi” e partecipare a questa selezione. A quanto pare, il romanzo è piaciuto. Venendo alla questione oggetto di questo quinto punto, vorrei che il mio romanzo possa essere vissuto sotto un duplice aspetto. Da un lato (non meno importante) può rappresentare una semplice occasione per passare qualche ora piacevole, magari rilassati sotto l’ombrellone. E ciò sarebbe, per me, già fonte di grande soddisfazione. D’altra parte, un lettore più attento potrebbe andare oltre e volare libero con la fantasia. In questo blog dovrei aver fornito spunti utili sotto questo aspetto, ma si tratta solo di mie personali riflessioni. Un lettore con uno spiccato senso dell’immaginario potrebbe elaborare altri mondi, magari più affascinanti di quanto ho fatto io. Mi auguro vivamente che ciò possa accadere tanto che si potrebbe pensare di chiacchierarne in qualche evento dedicato. Non ricordo chi lo evidenziò, tuttavia è percezione comune che il significato di un libro non viene da ciò che scrive l’autore ma da ciò che viene percepito dai lettori, ciascuno dei quali può darne una interpretazione originale. Auspico che ciò accada anche per questo mio scritto … ma non finisce qui. Il prosieguo della storia narrata in “l’orizzonte degli eventi” esiste già e sta scorrendo sotto le mie dita sotto forma di “singolarità emotive”.
Con L’orizzonte degli eventi, Piergiacomo Pagano ci invita a guardare oltre la superficie delle cose, là dove memoria, natura e destino si fondono in una narrazione tanto inquieta quanto luminosa. Un romanzo che non lascia indifferenti, perché capace di risvegliare domande profonde su ciò che siamo e su ciò che resta di noi, al di là del tempo e dello spazio.
