Oggi siamo in compagnia di Eugenio Tallarico, autore di “DISTUR.BAR”, un libro che apre uno spaccato originale e schietto su un microcosmo vibrante e talvolta irriverente: il bancone di un bar nell’entroterra romano. Proprio qui, tra dialoghi scanzonati e personaggi stravaganti, Tallarico ci guida in un viaggio che va oltre il semplice racconto, divenendo una riflessione ironica su una società in continua trasformazione, spesso sopraffatta dalla tecnologia e talvolta in cerca di autenticità. Attraverso uno sguardo affettuoso e sarcastico, “DISTUR.BAR” ci fa incontrare un’umanità variegata e complessa, tra episodi esilaranti e momenti di nostalgica introspezione. Eugenio, benvenuto sul nostro blog! Siamo curiosi di conoscere più da vicino la genesi del tuo libro e i racconti dietro le quinte di questa particolare “osservazione sociale”.
Eugenio, com’è nata l’idea di trasformare il bancone del tuo bar in un “osservatorio” letterario? È stato un percorso naturale o qualcosa di più improvviso?
Nasce tutto, come spesso accade, in maniera casuale. Lavorare dietro ad un bancone, non qualunque, ma di un bar, regala la possibilità di percepire genuinamente e profondamente le diversità umane. Perché un Bar e non un negozio di intimo? Vi è una differenza sostanziale che determina questa peculiarità, il bar è un luogo magico per alcuni aspetti, una sorta di zona franca dove l’essere umano si manifesta dicotomicamente nelle sue versioni, generalmente due: la versione puritana, pulita, educata, tollerante, quelle che definisco di “il vestito di primo acchito” e la versione reale, quella in cui il vero carattere, la vera indole, il vero essere, si manifesta. E’ una vera e propria postazione di osservazione della fauna umana, specialmente in una città come Roma, in un quartiere residenziale, dove la costituzione umana è rappresentata da un po’ tutte le classi sociali. Proprio questa eterogeneità mi ha permesso di rapportarmi ogni giorno con persone estremamente diverse, di diverso ceto sociale, diversa cultura, diversa ideologia e questo per anni. Credo di aver visto alcuni clienti più delle mie figlie. Nonostante l’apparente diversità fra le tante figure umane che frequentavano il bar, in realtà, questa visuale “from back”, mi ha permesso di capire che in fondo, al di là dell’apparenza, al di là dei titoli accademici, al di là dei sorrisi di circostanza, vi è un comune denominatore fra molti. Con il passare degli anni mi sono trovato spesso a pensare a questo aspetto della società, soprattutto delle generazioni più giovani e forse, per motivazione anagrafica, a confrontarmi con esse, cedendo spesso allo sconforto. Ci sono cose che nonostante gli sforzi non comprendo. A volte nelle fredde mattine d’inverno in compagnia solo del buio e di un silenzio assordante, mi sono trovato a parlarmi addosso, a ripercorrere con me stesso le tante cose che vivevo ogni giorno, che determinano scombussolamenti tettonici al cervello. Generalmente questo avveniva appena dopo aver sistemato e preparato il bar per la partenza giornaliera e l’arrivo del primo cliente, più o meno una trentina di minuti. Allora, quasi per scherzo, una mattina apro un foglio word e inizio a scrivere senza freni inibitori e senza troppa attenzione alla forma, volevo solo imprimere su quel foglio elettronico ogni pensiero che passava nella mia testa, e con sorpresa dopo una mezz’ora, mi rendo conto di aver scritto tre pagine fitte. Probabilmente, per rispondere alla domanda che Lei mi pone, è stato un percorso naturale nato da un bisogno, la necessità di voler parlare, di voler esprimere quei pensieri, dar voce alle mie perplessità e questo alle 4:30 del mattino, un orario complicato e improbabile per sedute amicali e che quindi improvvisamente, ha trovato l’unico modo per essere soddisfatto, la scrittura.
Nel tuo libro “DISTUR.BAR” troviamo un’ampia varietà di personaggi: come nascono questi protagonisti bizzarri e qual è stato il loro ruolo nel darti ispirazione?
Assolutamente! Il ruolo dei protagonisti, tutti personaggi veri come le loro azioni e gli aneddoti raccontati nel libro, è stato determinante durante tutto il lungo percorso di stesura del libro. La loro assidua presenza ha donato moltissimi spunti di riflessione e spesso i clienti mi trovavano a scrivere, piegato sopra al mio laptop, cosa inusuale per un barista. Ogni giorno, scene come quelle raccontate in Distur.Bar, è come essere spettatori di una serie tv, a puntate, infinita, di quelle che provocano invidia ai grandi registi, perché lì hai tutto, già pronto, copione, sceneggiatura e attori ed è tutto gratis! Ho visto e sentito di tutto, e solo parte di quel tutto, è raccontato nel libro. Oggi, che il libro è uscito, spesso mi mordo le labbra perché avrei potuto continuare a scrivere altre storie, altri personaggi e altri aneddoti, avrei potuto continuare a farmi domande e trovare risposte che illuminano la mia memoria come lampi nel cielo notturno.
Quanto di te e delle tue esperienze personali c’è nei racconti di “DISTUR.BAR”? C’è un personaggio o un episodio a cui sei particolarmente affezionato?
Il libro è me, e tanti altri. Rispecchia il mio essere, il mio modo di pensare, la mia vita, ma è condiviso con mio immenso piacere, da molti lettori. Ho ricevuto messaggi in cui mi sono state rivolte parole molto belle, dando riscontro al mio pensiero. Uno dei più gratificanti l’ho ricevuto da una signora che, con sincero riconoscimento, mi ringrazia perché leggendo il libro, si è commossa, alcuni passaggi descrittivi le hanno fatto riaffiorare alla memoria gli anni e gli accadimenti della sua giovinezza, ritrovandosi e riconoscendosi nella descrizione degli stati d’animo, che le parole scritte, vogliono suscitare. Un complimento per me di un valore immenso, la ringrazio perché ha centrato a pieno l’anima del libro. E’ un libro che racconta ironicamente molte cose, ma dietro ad ognuna di essa, c’è un anima tormentata, c’è un disagio e una preoccupazione. Preoccupazione, che per transfer sinaptico, ho verso le giovani generazioni, prodotto di una discesa libera verso l’abisso di molti di quei valori che sono stati conquistati nella storia con sacrifici incommensurabili e di cui noi adulti, genitori, padri, madri, dobbiamo assumerci la responsabilità della dissolvenza, a favore dell’apparenza. Un tema a cui tengo molto e che ho il desiderio di affrontare in un altro lavoro, che ho da poco iniziato. Il personaggio a cui sono particolarmente affezionato? Tutti, ma proprio tutti, perché sono stati davvero l’ispirazione, hanno donato slancio ogni giorno alle dita che hanno premuto i tasti sulla tastiera riempiendo le pagine di questo libro, con la loro semplice presenza.
La tecnologia e il progresso sono temi ricorrenti nella tua narrazione, a volte visti come elementi di disturbo nella realtà umana. Cosa vorresti trasmettere su questo tema ai tuoi lettori?
La domanda che mi pone centra pienamente un concetto a me caro: il disturbo della realtà umana. Non a caso il titolo del libro è un riferimento ironico proprio al disturbo. Ho una preoccupazione intima sull’utilizzo della tecnologia oggi, soprattutto da parte dei più giovani, che si ritrovano ad utilizzare uno strumento che non sanno gestire. Proprio per la loro età, non hanno la capacità di discernere la realtà dalla falsificazione, dalla manipolazione, che purtroppo è quasi una costante nei Social, verso i quali, la loro attenzione, è assiduamente indirizzata. Concedendo l’utilizzo di uno strumento come lo smartphone in modo incondizionato e soprattutto incontrollato, poniamo i giovani, ma non solo, dinanzi ad un pericolo molto serio, capace di deviare e influenzare il naturale percorso di crescita. Non voglio demonizzare la tecnologia assolutamente, è importante ed per alcuni versi indispensabile, ma è stata una concessione enorme senza limiti, una fruizione troppo ad ampio raggio, che si è tentato di contenere, troppo tardi, con i vari parental control o con le app di controllo genitoriale. Qui nasce il secondo problema, il controllore spesso è peggio del controllato. Alla base di ogni nuova scoperta, di ogni nuova corrente culturale e di pensiero, vi deve essere un’educazione basica, fondamenta robuste per evitare tragedie come quelle avvenute in questi anni, che hanno avuto come protagonisti molti giovani, troppo esposti e senza difese. Un esempio riguarda la sprezzante abitudine di riprendere e postare azioni aberranti, come la ripresa video di un’intimidazione verso un debole, la derisione della persona per il suo aspetto fisico o allusioni sulle preferenze sessuali e di genere. Molto spesso chi è artefice di queste vigliacche azioni, non ha la minima percezione del danno che può provocare agli altri, e anche a se stesso. Dietro a questo però va ricercata sempre una motivazione razionale, che in questi tanti anni di infiniti incontri umani nel bar, ho trovato spesso nella mancata educazione. Educazione intesa nella sua più stretta definizione etimologica, il conferimento e l’apprendimento di principi morali, intellettuali, validi e in accordo con l’esigenza dell’individuo in una determinata società. L’educazione considerata corretta che riceviamo nel nostro contesto sociale è valida si, è coerente con esso si, ma non è assoluta. Certo è, che se anche quest’ultima affermazione può considerarsi veritiera, non vi è dubbio che almeno il quarto e il quinto comandamento dovrebbero essere universalmente attesi, come universalmente accettato e intimamente impresso nella mente, dovrebbe essere il concetto di libertà e sensibilità altrui come istituti infrangibili, da non dover mai essere derisi o divenire oggetto di insulti sui Social Media. La comparizione nella storia contemporanea dei mezzi informatici di comunicazione è forse la più grande rivoluzione della storia dell’uomo, se fino a ieri pensavamo che fosse La Rivoluzione Francese ad aver cambiato il mondo, oggi ne abbiamo la smentita, è stata spodesta dal trono come Carlo Alberto dal Regno di Sardegna, per evidente inferiorità. Il libro nasce dall’esigenza di parlare, di condividere, di confrontarsi e, come spiegato nelle righe precedenti, dalla voglia di interagire umanamente con qualcuno, dinanzi a me che respirasse, che si alterasse, che empatizzasse o si innervosisse nella partecipazione alla discussione. Tutti verbi che trovano coniugazione oggi, in una condivisione inumana nell’etere, dove la partecipazione dell’altro o degli altri e la loro identità, oltre ad essere incerta, può addirittura essere sostituita dall’intelligenza artificiale. Per tornare alla sua domanda, desidererei che leggendo il libro, il lettore sorrida per la narrazione, ma sia intimamente condotto a riflettere sul messaggio intrinseco che la stessa porta con sé.
I dialoghi hanno un ruolo centrale e spesso sono punteggiati dall’accento romano, che aggiunge autenticità e colore. Come hai lavorato su questo aspetto e quali emozioni speri di suscitare?
Si, la romanità è un elemento molto presente nel libro ed è stata una scelta naturale. Nei tanti incontri nel Bar, proprio il folcloristico accento accompagnato dalla tipica gestualità incontrollata, hanno dato vigore ai dialoghi e rafforzato i concetti. Molte parole o frasi riescono a descrivere un concetto se espresse in quel modo, altrimenti perdono di efficacia. Il lavoro non è stato semplice, scrivere in romano è molto più complicato che parlarlo, mi sono imbattuto in una “questione della lingua ottocentesca, scoprendo che il romano scritto è in continuo divenire e modificare, da alcuni secoli. Parlando con uno dei personaggi più anziani del libro, Er Modifica, mi sono accorto che molte parole in dialetto romanesco erano diverse da quelle da me conosciute o addirittura non le avevo mai sentite. Nei dialoghi si scoprono i personaggi, nello scorrere della lettura delle botte e risposte fra i protagonisti, si evidenziano i loro caratteri, i loro stati d’animo, le loro idee e nelle forti caricature espressive, il loro vero essere. Il dialogo, qualcosa che si sta perdendo almeno nella manifestazione antica di movimento delle labbra, respirazione e accompagnamento degli arti, pericolosamente sostituito da abbreviazioni letterali sullo schermo del telefono o di un pc. La presenza è ormai un astratto concetto, trasformato in “visibilità in linea”, un puntino verde che conferma che siamo presenti ma senza identità, nulla di più riduttivo. Sono convinto che il dialogo, soprattutto con gli anziani, sia fondamentale per comprendere e capire alcuni aspetti della vita, quella vera, quella fatta di persone in carne e ossa con i loro problemi, i loro pregi, i lori difetti, le loro idee, le loro convinzioni, le loro storie, i loro fallimenti e le loro vittorie… semplicemente persone. La domanda meriterebbe un’analisi lunga e dettagliata ma quello che mi preme che arrivasse nel cuore del lettore è che siamo uomini e donne, ognuno con delle debolezze che non sono per forza qualcosa di negativo, anzi, sono ciò che ci rende umani, che ci fa realizzare la nostra fragilità, che ci ricorda ci siamo, anche se espresso in un folcloristico accento romano.
Grazie, Eugenio, per aver condiviso con noi l’anima di “DISTUR.BAR” e per averci permesso di sbirciare dentro questo mondo così unico e popolato. La tua visione ci ricorda quanto sia importante non perdere il contatto con la realtà e con le persone che la rendono speciale, un tema che emerge con forza tra le pagine del tuo libro. Siamo certi che questo viaggio tra generazioni, ironia e riflessione saprà conquistare e divertire i lettori. Buona fortuna con “DISTUR.BAR” e con le tue prossime avventure letterarie!
