La pubblicità ci accompagna ogni giorno, in ogni luogo, e spesso nemmeno ce ne accorgiamo. Ma cosa si nasconde davvero dietro uno slogan accattivante o un’immagine che attira la nostra attenzione? Ce lo racconta Saimon, autore del libro *”Che palle la pubblicità. Confessioni e farneticazioni di un pubblicitario quasi pentito”*, una riflessione sincera e irriverente sulla sua lunga carriera nel mondo della pubblicità. Con uno sguardo critico e ironico, l’autore svela i retroscena di un settore in cui la creatività deve fare i conti con le esigenze del mercato, mettendo in luce le ambiguità e le contraddizioni di un mondo sempre più governato dall’apparenza. In questa intervista, approfondiremo i temi del libro e il pensiero dell’autore sulla pubblicità e sulla nostra società.
Il tuo libro è una sorta di confessione ironica e a tratti critica sulla pubblicità. Cosa ti ha spinto a scriverlo dopo tanti anni di esperienza nel settore?
Credo mi abbia spinto la voglia di ammettere ad alta voce quello che spesso mi sono detto sottovoce nella mia mente. Tra pensieri, pagine e parole. Ripercorrere, risentire e rileggere un’enorme fetta di vita dedicata a una professione che in qualche modo mi ha dato da mangiare e altrettanto da riflettere. Per quanto possa dire che il tutto sia avvenuto in modo totalmente casuale, come ho scritto anche nel mio pamphlet, in realtà una parte di me era già predisposta a dire qualcosa. Ho iniziato a scrivere la prima bozza circa una decina di anni fa. Poi ho parcheggiato tutto nel mio Mac. In una cartella sul mio desk. Una cartella che trascinavo di anno in anno su nuovi Mac e nuovi desk con sempre nuovi progetti tutti in stand by. Come una sorta di matrioska “all’incontrario”. Invece di diventare più piccola, diventava sempre più grossa. Nel mentre andavo avanti con la mia routine, fino a quando, per caso, nel 2023 ho inviato la mia bozza embrionale al form Gruppo Albatros Il Filo. Da lì, dopo circa un mese, un mese e mezzo, sono stato contattato da Giuseppe (c’è anche lui tra i miei ringraziamenti finali). Così ho intrapreso la strada del dire nero su bianco. Senza un vero progetto o un brief nella mia mente ma semplicemente così come mi veniva. Insomma, nulla di originale o diverso da mille altre storie che hanno preceduto uno, nessuno o centomila come me. (Si coglierà la cit.?)
Nel libro parli delle “mille e più contraddizioni” del mondo della pubblicità. Quali sono quelle che, secondo te, influenzano di più il nostro modo di vedere la realtà oggi?
Tutto il nostro mondo occidentale è una contraddizione costante e continua. Non solo la pubblicità. Ci misuriamo con l’apparire, il successo, il lavoro e con cose che sono solo cose. Siamo pesci incastrati nelle reti e pur vedendolo, e vendendolo a noi stessi come fosse una normalità, continuiamo a spingere senza liberarci. Da sempre le contraddizioni influenzano il nostro modo di vedere la realtà e la pubblicità è una conseguenza del consumismo, se non l’altra faccia della medaglia, ma il consumismo è povertà d’essere. Lo è sempre stato ma ora siamo proprio al collasso. Capisco che ci sia un inevitabile cambio generazionale e forse l’età o, meglio, la “vecchitudine”, come la chiamo io, sta avanzando fortemente in me ma è come se avessi percepito una forte rottura nel passaggio generazionale. Invece di un semplice e progressivo cambio. E pensandoci bene, a posteriori, credo che sia arrivato dalla Pandemia. Nel giro di brevissimo tempo, lo scenario si è stravolto e non è mai stato così palesemente evidente di come sia precario il nostro futuro e tutto il sistema mondiale. Se ripenso al “periodo pandemia”, penso all’allontanamento sociale, specialmente nei giovani. E questo ha diffuso e amplificato un virus ancora più incurabile: i social. Il tempo libero ci ha costretto sullo smartphone come unico mezzo di connessione: dalla noia dei soliti guardoni (detto alla francese… Voyeur, una battuta che forse capirò solo io:) che scrollavano in continuazione, agli iperattivi o già navigatori che invece si divertivano a intrattenere, fino agli arrivisti che approfittavano della noia. Insomma, nulla di nuovo sotto il sole (che anche sto sole non è più quello di una volta). Ma durante la pandemia qualcosa è cambiato, le pubblicità non riuscivano a stare al passo con i tempi dei social. Sia per questioni tecniche come, ad esempio, il poco tempo per mettere in piedi uno spot decente e i budget che richiedono ma soprattutto per le poche e sterili idee. D’altra parte, era la prima volta che ci si trovava in una condizione del genere (umano). Negli anni del consumismo, intendo. E quel momento ha messo a terra anche il settore della comunicazione. Io? In quel periodo lavoravo già da anni sull’online: web e social. Mai lavorato così tanto in quel periodo. Ma forse sto divagando. A ogni modo, oggi la pubblicità si trova al confine generazionale tra chi crede ancora nel farla bene e chi invece guarda all’influencer come l’innovazione. Io capisco che ci sia una rincorsa dei brand nel catturare i nuovi target, le nuove generazioni, e il cavalcare mercati competitivi e adeguarsi alla realtà di oggi, più impazzita che mai, ma mi chiedo quanto siano le persone, oggi, a farsi influenzare e quanto invece non lo siano le aziende, a farsi influenzare. Che comunque sono fatte di persone. Chiaro il concetto? È una riflessione che richiederebbe un’analisi più approfondita.
C’è stato un momento preciso nella tua carriera in cui hai cominciato a mettere in discussione il valore della pubblicità e il suo impatto sulle persone?
Quando ho cominciato a lavorare in questo ambiente ho sùbito subito (che cosa ho scritto?!) il fascino del “Copywriter”. Parola, nonché professione, che quasi nessuno conosceva, me compreso. Non scherzo, non solo ne ignoravo il significato ma proprio l’esistenza. Poter scrivere testi, ideare campagne e quella sorta di appartenenza a una realtà che ti dava in qualche modo “un’identità lavorativa distintiva”, tra un profondo mistero e un paradossale superfluo che comprendeva un mondo mondano e poi, insomma dai, ça va sans dire: la Milano da Bere ha sempre “tirato”! Perché “tirava” il grano. E anche se il resto del mondo che mi circondava, a parte quello lavorativo, non sapeva minimamente chi fosse e cosa facesse un copywriter, io ci stavo bene. Più o meno. Poi ho iniziato ad avere una prima vertigine, diciamo così, mentre lavoravo sia per una storica marca di sigarette che per una nota onlus italiana. Insomma, qualcosa strideva in me. Un primo oscillamento. Poi, a mano a mano che sono andato avanti, ho incontrato sempre più contraddizioni e delusioni professionali e visto la competizione per soldi e non per passione e sempre di più mi rendevo conto che la pubblicità non aveva un valore ma un costo per le persone. In termini di vita, impatto sociale e non solo economico. Forse avrei dovrei lucidare meglio l’altra parte della medaglia. Ma mi fermo qui. Aggiungo solo una cosa. Chi si pone domande, continua a cercare delle risposte e non accontentarsi. Certo, questo non significa essere un di più o un di meno. Forse semplicemente accettare l’incoerenza umana, lavorativamente parlando. E non solo. Non lo so. Non sono di certo un boy-scout però ho sempre pensato di dare il meglio e, forse, mi son svegliato troppo tardi dal torpore di quella illusione chiamata “comunicazione”. Quando in realtà si trattava e si tratta solo di business. Come in qualunque fottuto settore. Troppo tragico? Cambio la risposta o anche il tono? Passiamo alla prossima domanda!
Secondo te, il pubblico di oggi è più consapevole dei meccanismi che stanno dietro la pubblicità rispetto al passato? Oppure continua a farsi influenzare in modo inconsapevole?
Chiedo scusa, il mio cervello si sofferma su questa parola: “il pubblico”. In realtà, noi pubblicitari usiamo termini come target, consumatore, utente. Ah beh, sì certo, ora anche followers. E quindi sì, oggi c’è sicuramente non solo una consapevolezza in più ma addirittura la figura del copywriter, o comunque del pubblicitario, non è più così di nicchia. Anzi. Ora tutti pubblicitari. Con il web e i social, anche i consumatori sono diventati più attenti, nel bene e nel male (ecco ora mi è partito in mente il ritornello della canzone di Madame). Riprendendo velocemente la mia risposta al punto 2, pensa a quante figure sono esplose in pandemia. Sia dal punto di vista dei consumatori, che sono diventati influencer, sia dal punto di vista lavorativo: oggi il copy non è solo un copy. Non mi dilungo nel tecnico. Quindi sì, quasi tutti consapevoli. Ma anche del tutto no, perché comunque le persone continuano a farsi influenzare se non dalla pubblicità, di sicuro dal successo. È tutto scritto nel mio opuscolo, o quasi.
Hai qualche consiglio per chi vuole approcciarsi al mondo della pubblicità o per chi già ne fa parte e magari inizia a sentire un po’ di “pentimento”?
Sì, consiglio di leggere “Che palle la pubblicità. Confessioni e farneticazioni di un pubblicitario quasi pentito.” 😉

Grazie, Saimon, per aver condiviso con noi il tuo percorso e le tue riflessioni sul mondo della pubblicità. Il tuo libro offre uno spunto interessante non solo per chi lavora nel settore, ma per chiunque voglia comprendere meglio i meccanismi che influenzano le nostre scelte quotidiane. Speriamo che questa intervista possa aiutare i lettori a guardare con occhi nuovi il mondo che li circonda e a riflettere su cosa desiderano davvero, al di là di ciò che la pubblicità cerca di far loro credere.
