Oggi abbiamo il piacere di ospitare Massimo Masini, autore del libro “Il Teatro della seduzione”, un’opera poetica che invita il lettore a riflettere sul tempo, gli eventi e il significato che attribuiamo ad essi. La sua scrittura, caratterizzata da una brevità schietta e colloquiale, ci porta in un viaggio interiore attraverso la lentezza e il silenzio. Ogni componimento lascia spazio al pensiero, creando pause che permettono di assaporare il valore degli avvenimenti e di ciò che ne resta dentro di noi. In questa intervista, scopriremo di più sul suo approccio poetico e le sue ispirazioni.
Il titolo del tuo libro, “Il Teatro della seduzione”, sembra suggerire un gioco di luci e ombre tra il detto e il non detto. Come nasce l’idea di questo titolo e cosa rappresenta per te il concetto di “seduzione” in poesia?
La seduzione, che dà il titolo al libro, è vista come l’espediente più efficace dell’espansione del sè contro la frustrazione irrimediabile della finitezza e della morte. Si lascia a quel ricorso essenziale la capacità di irradiare poesia, senza però cadere nella trappola del narcisismo ottuso, mediante il controllo costante e autocritico della ragione.
La tua poesia vive di pause e silenzi, offrendo al lettore ampi spazi per riflettere tra un componimento e l’altro. Cosa ti ha portato a scegliere questo approccio così intimo e dilatato nel tempo?
Io parto dal silenzio, da un sottofondo oscuro che improvvisamente si illumina per un breve momento, ma che risente della sua origine. Le frasi nascono da un rimuginio sotterraneo di cui emerge solo la parte scoperta, quella evidenziata dalla scrittura.
In alcuni tuoi versi si avverte un dialogo quasi confidenziale con il lettore, come se lo considerassi un amico che può comprendere il tuo viaggio. Come definisci il rapporto tra poeta e lettore nelle tue opere?
Il lettore è l’amico immaginario a cui mi rivolgo, l’amico che gode della capacità di correlarsi, quasi per una simbiosi metafisica, con la mia parte profonda, sicché non devo preoccuparmi di precisare troppo il contenuto delle mie frasi poetiche.
Il tempo sembra essere uno degli elementi centrali della tua poetica, sia come concetto astratto che come esperienza vissuta. In che modo il tempo influenza la tua scrittura e la tua visione del mondo?
Noi viviamo nel tempo e il tempo è finito. Vorremmo un tempo infinito per battere la morte, ma senza la morte si perde anche l’umano. Il desiderio di immortalità, correttamente formulato, dovrebbe essere il seguente: vorrei essere immortale restando tuttavia mortale.
Quali sono stati i tuoi riferimenti poetici o letterari più importanti e come hanno contribuito a modellare il tuo stile e la tua visione della poesia?
Io sono fondamentalmente un proustiano. Diciamo che fu un incontro fatale! Per il resto cerco di non leggere troppa poesia per mantenere il più possibile un tono individuale. Scrivo magari cose imperfette, addirittura, a volte, dilettantesche, purché autentiche nella loro ispirazione. Comunque mi piace molto Giampiero Neri, (Pseudocavallo, Pigmei).
Grazie, Massimo, per aver condiviso con noi il tuo percorso creativo e le riflessioni sul tuo lavoro. “Il Teatro della seduzione” è un invito a rallentare, a riflettere, e a trovare significato nei silenzi tra le parole, una qualità rara che arricchisce profondamente il lettore. Non vediamo l’ora di seguire i tuoi prossimi progetti e di scoprire nuove sfumature della tua poetica.
