GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Malfidano – Raffaele Murru

Benvenuti sul blog del Gruppo Albatros, dove diamo voce agli autori che con le loro opere arricchiscono il panorama letterario contemporaneo. Oggi abbiamo il piacere di ospitare Raffaele Murru, autore di “Malfidano”, un romanzo che ci porta indietro nel tempo, al cuore delle miniere di Buggerru. Un’opera che, con grande sensibilità e attenzione storica, ci racconta le difficili condizioni di vita e lavoro dei minatori e delle loro famiglie, intrecciando storie di dolore, lotta e speranza. “Malfidano” è un racconto di ribellione e resistenza, dove le voci delle donne emergono sottovoce, ma con una forza travolgente, nel desiderio di libertà e giustizia.

Cosa l’ha ispirata a scrivere “Malfidano” e come ha preso forma l’idea di raccontare un episodio storico così importante come lo sciopero di Buggerru del 1904?

Sono stato ispirato dall’amore per la mia terra, ricca di storia, tradizioni e cultura, ma molto spesso trascurata e considerata solo meta per vacanzieri estivi. Io sono originario della zona del sud-ovest della Sardegna, ossia del Sulcis-Iglesiente, un territorio non solo ricco di storia, ma anche di miniere. Oggi a causa della chiusura dell’attività estrattiva mineraria e le politiche industriali errate, hanno reso il territorio e la provincia più povera d’Italia. L’intero Sulcis-Iglesiente è stato interessato dall’estrazione mineraria a partire dalla preistoria fino agli anni ’90, quindi ognuno di noi in famiglia ha avuto almeno un parente che ha lavorato in miniera, io non solo avevo i miei nonni e i miei zii minatori, ma più recentemente anche mio padre e mio zio hanno lavorato nelle miniere. Malfidano nasce dalla necessità di divulgare alla Nazione intera un pezzo di storia che ha fatto l’Unità d’Italia prima delle due guerre mondiali, una storia fatta di lavoro, lotte sindacali e scioperi, che ancora oggi noi commemoriamo e sentiamo vicine, grazie anche alle memorie e alle celebrazioni degli eventi ogni anno. E l’ispirazione nasce proprio dalle storie di miniera che ci vengono raccontate in casa fin dalla tenera età e con le quali noi cresciamo consapevoli del sacrificio dei nostri antenati, e da chi ha abitato il territorio prima di noi.

Le donne nel suo romanzo, come Angela, Nora, Fella, Silvia e la piccola Anna, hanno un ruolo fondamentale. Come ha lavorato per dare loro voce e per raccontare le loro storie di lotta in un contesto dominato dagli uomini?

Per raccontare le donne mi sono dovuto immergere in un mondo poco narrato e poco documentato anche nei libri; infatti, esistono poche testimonianze e pochi documenti storici che ci raccontano il mondo femminile in un contesto lavorativo prettamente maschile e patriarcale. Ma con l’aiuto delle memorie storiche e dei pochi testi e documenti che raccontano il lavoro delle cernitrici, sono riuscito a ricostruire un filo narrativo verosimile dell’epoca. Nonostante ciò, la mia ricerca è stata molto approfondita proprio per regalare al testo un punto di vista diverso da quello dei semplici minatori uomini, dove le storie sono meglio documentate e le testimonianze assai più numerose.

Nel libro si parla non solo delle condizioni disumane di lavoro, ma anche della povertà e dell’oppressione straniera. In che modo ritiene che questi temi storici possano essere rilevanti per i lettori di oggi?

Possono essere rilevanti oggi come temi se si visualizza l’oppressione straniera dal punto di vista del profitto. La Sardegna nel corso dell’ultimo secolo e mezzo è stata interessata dalle grandi multinazionali e da grandi famiglie imprenditoriali legate esclusivamente al profitto, lo si evince gettando un occhio e facendo luce sulla famiglia dei Modigliani, sudditi del granduca di Toscana, che nella seconda metà del XIX sec. hanno ricevuto la trattativa privata per alcune porzioni di territorio in Sardegna sotto il beneplacito di Cavour. La famiglia ha investito significativi capitali per avviare le proprie attività e i propri affari che hanno, di fatto, solo distrutto e devastato il territorio. Lo stesso discorso possiamo farlo se guardiamo alle grandi multinazionali dell’industria che hanno ottenuto le concessioni per cavare o lavorare il minerale sardo e che sono andare via quando i costi di produzione non erano più favorevoli, lasciando ai sardi, già poveri e con i salari più bassi d’Europa, un pugno di mosche con un territorio inquinato, senza che lo Stato, a posteriori, abbia mai pressato le multinazionali per avviare le bonifiche. I valori della povertà erano quelli a cui si legava la classe operaia, privata della propria libertà e costretta a servire e lavorare per una classe borghese che si arricchiva senza concedere pari diritti. Abusi e soprusi erano all’ordine del giorno in miniera, miscelati con l’arroganza della bramosia di avere e senza mai restituire alcunché da parte dei dirigenti delle miniere. Tutto questo, nel sud-ovest della Sardegna, ancora oggi succede nel settore industriale e delle rinnovabili. All’epoca come oggi ignoti affaristi, imprenditori, procuratori e faccendieri arrivavano dal continente per impossessarsi di porzioni di territorio sardo con contratti al limite della legalità per avviare dei business vantaggiosi solo a coloro capaci di investire grossi capitali (es. i rivenditori di concessioni minerarie: ignoti affaristi, imprenditori, faccendieri e speculatori che si impossessavano dei terreni privando i proprietari terrieri e le famiglie dei diritti sui terreni interessati alla coltivazione mineraria, attraverso contratti in lingue straniere, svantaggiosi per i firmatari che svendevano per pochi soldi le loro terre. L’obiettivo ultimo di questi speculatori non era quello di cavare grosse quantità di minerale, ma era quello di battere sul tempo, con la burocrazia e le conoscenze acquisite nell’ambiente degli ingegneri minerari, i concorrenti. Avviavano così rapidamente le pratiche della concessione per la coltivazione e mettevano in evidenza i filoni più importanti per poi rivenderli a caro prezzo a terzi, investire in tal modo il ricavato per avere una posizione egemonica nella comunità rurale di residenza, come fece l’imprenditore forestale e azionista di varie miniere Giuseppe Belgrano, procuratore dei Modigliani). L’esproprio dei terreni a danno dei cittadini sardi, senza la tutela dello Stato, dall’800 a oggi, non è mai cessato. È successo per le basi militari NATO a partire dalla fine della WWII e succede ancora oggi con le rinnovabili. Le grosse multinazionali mettono gli occhi sul territorio sardo e attraverso società fittizie aperte da prestanomi, acquisiscono i terreni con la complicità degli affaristi e, lo Stato e i governi, anziché tutelare il paesaggio e i cittadini, è complice di questi espropri in nome della “Transizione Green”, al punto da favorire le multinazionali per mantenere salda la propria posizione politica. Alla vostra domanda rispondo con un’affermazione fatta dal personaggio di Jean nella SCENA 43 a pag.184; Jean: “Noi amministriamo la miniera.”. Adesso vi domando, fino a dove l’avidità degli uomini può spingersi in nome del profitto?

Quanto ha influito la ricerca storica sulla costruzione del suo romanzo e quanto spazio ha lasciato invece alla finzione narrativa?

La ricerca storica è stata fondamentale per scrivere questo testo, sia per il tipo di vita quotidiana che ho voluto raccontare dei minatori, sia per tutta l’edificazione del III Atto, nel quale ricostruisco gli eventi così come si sono presentati. La finzione narrativa è un escamotage del quale mi sono avvalso per rendere più diretto, fruibile e comprensibile il testo anche a chi non conosce affatto la miniera e il mondo minerario. I dialoghi sono totalmente inventati da me, a partire da quelli dei minatori, passando per quelli tra i membri della Federazione e l’Amministrazione Mineraria, che sono anche quelli che hanno richiesto più ricerca storica, soprattutto del territorio. Ho tagliato la vita della fede e della chiesa dal testo, oltreché tutto quello che non fosse funzionale ad un’esclusiva rappresentazione della vita nei cantieri minerari, era in realtà un mondo molto più vasto e complesso di come l’ho descritto io in Malfidano. Uno dei tanti escamotage al quale sono dovuto ricorrere sta nella paga giornaliera che veniva data ai minatori all’interno del testo: mentre nel testo i lavoratori sono pagati a fine turno, realmente accadeva che le paghe per i minatori e le cernitrici venissero erogate ogni 15 giorni, che poi effettivi diventavano anche 18/20 e questo come conseguenza creava il “debito del minatore” nei confronti della miniera, perché i generi di prima necessità, come anche gli attrezzi per la miniera, venivano acquistati nelle “cantine” (una sorta di spacci che vendevano un po’ di tutto); le cantine che permettevano di acquistare questi beni senza doverli subito pagare erano in mano alle amministrazioni minerarie e i soldi venivano recuperati direttamente dalla trattenuta sulla paga del minatore ogni mezzo mese, in questo modo si veniva a creare un circuito di truck-system. Nei primi del ‘900 si contavano 48 cantine delle quali 34 erano in mano alle amministrazioni minerarie. Pertanto, per modificare in modo comprensibile alcuni meccanismi e per rendere verosimile e fruibile la finzione narrativa, la ricerca storica è stata fondamentale.

Il tema della ribellione è centrale in “Malfidano”. Secondo lei, oggi c’è ancora lo stesso spirito di lotta per i diritti dei lavoratori, oppure è cambiato qualcosa nel modo in cui affrontiamo queste sfide?

Oggi abbiamo i sindacati a tutela dei lavoratori che per primi fanno sentire la propria voce e indicono gli scioperi, scioperi che comunque si ripetono per i medesimi problemi, come i salari bassi, le condizioni di lavoro ancora proibitive dal punto di vista della sicurezza nei cantieri e precariato. Inoltre, non manca in alcuni casi l’uso della violenza come strumento di repressione da parte delle forze dell’ordine per sedare scioperi di cui si teme sfugga il controllo. Si veda, in questi ultimi anni di esasperazione, gli scioperi scoppiati per qualsiasi motivo e dove le forze dell’ordine hanno spesso usato i manganelli per evitare disordini, peggiorando la situazione e creando loro stessi il caos (gli scioperi studenteschi pro-Palestina ne sono un esempio). Nei tempi recenti ad essere cambiato radicalmente dal punto di vista lavorativo è l’uso della tecnologia in tutti i settori; infatti, se anticamente ad essere costose erano le macchine nelle fabbriche e ad essere economici erano i lavoratori, oggi si è invertita la situazione ossia macchinari economici e costi del lavoro elevati. Questo cambio di contesto attualmente va senza dubbio in favore del prestigio dei lavoratori perché gli si riconosce l’impegno e lo sforzo lavorativo come individui circoscritto all’interno di un quadro temporale preciso. In Italia si potrebbe obbiettare a riguardo, visto quanto ancora siamo indietro dal punto di vista della messa in sicurezza dei cantieri, l’irregolarità nei contratti e il lavoro in nero, purtroppo ancora troppo tollerato dalla nostra classe dirigente. La sostanza di fondo non è cambiata, perché leggendo l’inchiesta parlamentare del 1906 indetta dal III Governo Giolitti e analizzando i punti sui quali i lavoratori si soffermarono per richiedere dei diritti sacrosanti sia per gli uomini che per le donne, assistiamo oggi come allora ad un adeguamento dei salari per il carovita, la messa in sicurezza sui posti di lavoro, pari dignità, una garanzia contrattuale etc, che possiamo riassumere con un termine contemporaneo molto in voga presso i comizi, ossia “dignità lavorativa”, purtroppo ancora grande assente nel mondo del lavoro in Italia.

Grazie, Raffaele Murru, per aver condiviso con noi le sue riflessioni e per averci regalato attraverso “Malfidano” un’opera così intensa e significativa. La sua capacità di intrecciare storia e narrazione ci permette di riflettere non solo su un passato che non dobbiamo dimenticare, ma anche su tematiche che continuano a essere attuali. Invitiamo i nostri lettori a scoprire il suo libro, un viaggio nel tempo che, attraverso la voce delle donne e degli uomini di Buggerru, ci parla ancora oggi di diritti, libertà e dignità.

Lascia un commento