Benvenuti sul blog del Gruppo Albatros! Oggi abbiamo l’onore di intervistare Angela De Lorenzo, autrice del libro “Egmat non deve morire”. Questo romanzo ci offre una prospettiva unica attraverso gli occhi di Jahfar, un migrante costretto a lasciare il suo amato Afghanistan. Attraverso la sua storia, Angela ci guida tra le vicissitudini, gli orrori e i disagi affrontati da coloro che sono costretti a lasciare il proprio paese. Con un taglio giornalistico, l’autrice ci immerge nelle complesse dinamiche politiche internazionali, permettendoci di conoscere più a fondo la storia e i desideri del popolo afghano.
Angela, cosa ti ha ispirato a scrivere “Egmat non deve morire” e come sei riuscita a immedesimarti così profondamente nella vita di un migrante afghano come Jahfar?
Sono una giornalista, ho conosciuto Jahfar nella redazione del giornale per il quale lavoro da 20 anni, occupandomi tanto di immigrazione. Crotone è una terra di approdo e con i miei occhi e la mia macchina fotografica ho assistito a numerosissimi sbarchi, al disagio di chi scappa, al dolore e alla morte purtroppo, sulle banchine del porto, sulle spiagge, nel Cara di Sant’Anna che è uno dei più grandi d’Europa. Quella di Jahfar è una storia tra tante, certo, ma emblematica per raccontare le motivazioni che spingono all’esodo verso l’Europa, molto spesso incomprese da chi quotidianamente con l’immigrazione ci convive come i Crotonesi e gli italiani più in generale. Jahfar ha bussato alla porta del nostro giornale per fare quello che solitamente fa: rappresentare il suo popolo in fuga. È venuto a chiedere aiuto, una risposta al disagio che per strada vivevano tanti Afghani come lui. Mi ha raccontato la sua storia, ma anche la sua bella avventura di integrazione a mio avviso riuscita. Nel suo riscatto umano ho colto la possibilità di lanciare un messaggio di speranza anche ai tanti giovani della mia città, che troppo spesso sono costretti ad emigrare lontano. Jahfar ci racconta che qui al Sud è possibile costruire, diversamente da quanto si è portati a credere, che c’è tanto da poter fare, senza arrendersi. È un bell’esempio di coraggio che va oltre i confini nazionali, religiosi… è un esempio umano. Questa storia iniziai a scriverla oltre tre anni fa, tra tante incertezze e difficoltà. La tragedia di Steccato di Cutro mi ha messa da giornalista davanti ad un dovere morale: la storia degli Afghani va conosciuta, il mondo deve sapere e capire, non può accontentarsi del pietismo, dell’idea che è sempre andata così perché, se popoli come quello afghano oggi sono ancora in fuga ci sono delle ragioni che chiamano alla responsabilità.
Il tuo libro affronta tematiche molto complesse e dolorose. Qual è stata la sfida più grande nel documentarti e riportare fedelmente la realtà delle esperienze di migrazione?
La mia difficoltà più grande è stata entrare in maniera autentica nel dolore del protagonista, accompagnarlo mentre riapriva delle ferite profonde. Per farlo bisogna liberarsi del germe del pregiudizio nei confronti dello straniero e di ogni forma di diversità, anche quello che pensi non ti appartenga, per sentirsi parte di un’unica umanità. Un viaggio complesso e faticoso a volte, che però vale la pena fare, perché ti ripaga, ne esci certamente migliore.
In “Egmat non deve morire” emerge una profonda conoscenza della storia e della cultura afghana. Puoi raccontarci come hai sviluppato questa conoscenza e quanto è stato importante per la narrazione?
Conoscere l’Afghanistan è stato il più bel regalo di questa esperienza. Non è un paese povero e violento, ma ricco di grandi potenzialità e straordinaria cultura. Un posto in cui le donne hanno una forza straordinaria che può essere risorsa per il mondo, come dimostra il personaggio della mamma di Jahfar. Conoscere l’Afghanistan ha richiesto studio e ricerca, non solo ascolto e la scoperta che ne è risultata mi ha insegnato che il destino di questo popolo è inevitabilmente legato al nostro di uomini e donne occidentali. Non possiamo pensare al nostro futuro prescindendo da queste realtà, perché faranno la differenza.
La tua formazione giornalistica ha avuto un ruolo nel modo in cui hai strutturato il libro e nel tuo approccio alla narrazione? Se sì, in che modo?
Inevitabilmente. La narrazione ha un evidente taglio giornalistico, oltre che nel fornire dati e un’inquadratura storica e geo-politica, nel raccontare i fatti basandosi sulle testimonianze, verificandole e analizzandole.
Qual è il messaggio principale che speri che i lettori colgano leggendo la storia di Jahfar e del suo viaggio dall’Afghanistan?
Innanzitutto, che dobbiamo fare pace con l’idea che i flussi migratori continueranno, sono inevitabili, è sempre stato così da quando esiste l’umanità. Non serve illudersi che i fenomeni migratori possano essere fermati con blocchi in mare o pagando paesi che non sanno fare altro se non violare i diritti umani e sfruttare il dolore, uccidendo chi scappa senza pietà. L’immigrazione non va a mio avviso demonizzata, ma gestita in modo costruttivo per farne un’occasione per tutti. Mentre c’è chi scappa dalla morte in posti difficili, altrove come in Calabria ci sono paesi che si svuotano ogni giorno di più e rischiano di scomparire per sempre. Quello che serve però non è integrare, ma interagire, tenendo salde le identità, rispettandole. Ognuno può mettere del buono nel costruire un mondo più vivibile. Vorrei che la storia di Jahfar spingesse a pensare con maggiore impegno ai corridoi umanitari, il vissuto della sua famiglia racconta che ci sono casi in cui non si ha alternativa alla fuga. Se gli afghani salgono su un barcone, spendendo tutto dopo aver venduto ogni bene, con i loro bambini al seguito, non è perché sono degli irresponsabili, ma solo perché il rischio di incontrare la morte in mare fa addirittura meno paura della morte certa nel loro Paese. La fuga è inevitabile e se è inevitabile perché continuare allora a farli morire in mare, continueranno comunque ad arrivare sulle nostre coste, vivi o morti. Possiamo scegliere di far finta di non sapere o contribuire a gestire in maniera dignitosa e umana il fenomeno. La nostra terra non ce la porteremo dietro con noi quando non ci saremo più, ma possiamo scegliere di renderla un posto migliore, accogliente, un posto di pace in cui tutte le potenzialità umane trovano il loro spazio per esprimersi. Sarebbe un’eredità significativa da lasciare ai nostri figli, questo sì.
Grazie mille, Angela, per aver condiviso con noi il dietro le quinte della creazione di “Egmat non deve morire”. La tua capacità di raccontare storie complesse con tale profondità e sensibilità è davvero ammirevole. Invitiamo tutti i nostri lettori a scoprire questo toccante romanzo che non solo narra una storia personale, ma ci offre anche una visione più chiara e umana delle sfide affrontate dai migranti di tutto il mondo. Continuate a seguirci sul blog del Gruppo Albatros per altre interviste esclusive e approfondimenti letterari.
