Benvenuti al blog del Gruppo Albatros! Oggi siamo entusiasti di presentarvi un’intervista con gli autori del toccante romanzo “La baia delle capre”, Stefania e Stefano Biscotti. Questo libro affronta temi profondi legati alle sfide della vita, alle rinunce e alle speranze, offrendo al lettore un viaggio emozionante attraverso il percorso di Nicola, il protagonista, e le sue lotte per trovare la felicità e il successo.
Il vostro romanzo, “La baia delle capre”, racconta la storia di Nicola, un uomo che affronta grandi difficoltà nel cercare una vita migliore al di fuori del suo piccolo paesino nel Sud Italia. Cosa vi ha ispirato a scrivere questa storia?
“La baia delle capre” narra della vita di nostro padre Nicola in chiave romanzata; l’idea di raccontarla ci è venuta dopo lunghissime chiacchierate pomeridiane nel nostro giardino, all’ombra di un albero di susine, durante un’estate caldissima, l’ultima sua estate; aveva 76 anni quando l’enfisema polmonare, che gli ha ostruito i polmoni a causa dello smodato fumo di sigarette fin da giovanissimo, ce lo ha portato via. Sapevamo già che la sua vita era stata avventurosa, intensa e ricca di aneddoti, ma i dettagli, e le dovizie di particolari che ci ha rivelato durante quelle ultime chiacchierate intrise di dolci quanto amari ricordi, ci hanno portato a promettergli che un giorno avremmo scritto un romanzo. A questa promessa lui sorrise e disse: “allora se dovrà essere un romanzo mi raccomando…coloratelo!”. Solo dopo circa cinque anni dalla sua morte abbiamo sentito che era giunto il momento di mantenere quella promessa anche per mantenere vivo il suo ricordo.
Nel libro, Nicola si trasferisce al Nord per cercare opportunità migliori, ma si trova ad affrontare pregiudizi e sfide ancora più grandi. Qual è il messaggio principale che volete trasmettere attraverso la sua esperienza?
I pregiudizi che ha dovuto sopportare sono stati tanti, era un ragazzo del Sud emigrato in Piemonte per trovare fortuna, in un periodo storico (la fine degli anni ’40), in cui sui portoni delle case vi erano affissi cartelli con la scritta: “Non si affitta ai meridionali”. Per farsi accettare ha imparato il dialetto e l’accento piemontese come fosse stata una lingua straniera e forse perché portato per le lingue, ci è riuscito perfettamente. Ha svolto svariati lavori, quando si presentava a casa dei committenti era sempre ben vestito; la sua bella presenza, i bei vestiti e l’accento meridionale camuffato gli hanno permesso col tempo di non essere più bistrattato. Nei suoi racconti, tuttavia, mai è trapelato risentimento, anzi gratitudine per quella terra straniera che gli ha dato la possibilità di migliorarsi e di guadagnare il necessario a tirarsi fuori dalla miseria nera che ha sempre attanagliato lui e la sua famiglia. Ci ha insegnato a rispettare e non allontanare il “diverso” da noi, anzi considerarlo sempre una risorsa per arricchirci interiormente; ci ha insegnato a prenderci sempre cura di noi, della nostra persona, nella forma ma ancor più nella sostanza, nutrire soprattutto l’anima e la mente alimentando la curiosità a conoscere ed approfondire, solo la cultura e la conoscenza scevra da preconcetti e pregiudizi può portare alla libertà ci diceva.
La forza di volontà di Nicola nel superare le avversità è uno dei temi centrali del vostro romanzo. Cosa vi ha spinto a esplorare questo aspetto della determinazione umana?
Anche noi due, come nostro padre, per continuare gli studi ed iscriverci all’università, ci siamo dovuti necessariamente allontanare dal paesino di Peschici; abbiamo studiato a Perugia per poi conseguire una la laurea in giurisprudenza e l’altro in geologia. Sebbene i tempi fossero cambiati, le avversità ed anche i pregiudizi non sono mancati; la nostalgia del mare e di casa ha sempre permeato i nostri anni universitari, anche se alle feste comandate come tutti gli studenti fuori sede, rientravamo a casa: i sapori e gli odori che ritrovavamo erano talmente intensi e rafforzati dalla lontananza sofferta da portarci a commuoverci ogni volta. I momenti difficili e gli ostacoli ci sono stati, qualche esame difficile da superare, delusioni a livello umano e cadute inevitabili da cui ci siamo sempre saputi rialzare con forza e coraggio come ci ha insegnato nostro padre. Forse questo ci ha spinto ad esplorare l’aspetto della determinazione, autodeterminazione e resilienza umana, anche per trasmettere un messaggio ai lettori che nella vita non bisogna mai arrendersi alle inevitabili difficoltà della vita e coltivare dei sogni la cui realizzazione dopo i necessari sacrifici sarà ancora più appagante.
“La baia delle capre” è anche una storia di legame familiare e di fratellanza. In che modo il vostro legame fraterno ha influenzato la creazione di questo libro?
Siamo sempre stati legati da un legame molto forte, anche se da bambini, come fanno quasi tutti gli infanti con qualche anno di differenza, ci picchiavamo di brutto; Stefano quasi sempre soccombeva…ma quei litigi, paradossalmente, hanno accresciuto il nostro legame e affinato la nostra empatia. Abbiamo altri due fratelli, siamo tutti molto uniti, ma tra noi due vi è un’affinità elettiva rara. Un giorno ho chiamato mio fratello dicendogli: sai ho iniziato a scrivere il romanzo sulla vita di papà, solo poche pagine, ma non so se il mio tipo di scrittura possa risultare avvincente, ti posso inviare via mail quello che ho scritto fin qui? Gli è piaciuto molto, non solo, ci è venuto naturale continuare a scrivere qualche altra pagina rispedendocela e così abbiamo continuato, sorprendendoci a vicenda per la fluidità ed identità di stile. Ogni volta ricevere la mail con l’oggetto: “romanzo” ci incuriosiva, eravamo curiosi di sapere cosa avesse scritto l’altro, raccontavamo della vita di nostro padre che conoscevamo bene, le nostre rispettive esperienze, la conoscenza profonda dell’animo e della sensibilità di nostro padre ci hanno portato a “colorare” la nostra opera.
Senza svelare troppo, il vostro romanzo presenta colpi di scena inaspettati che mettono in discussione tutto ciò che Nicola ha costruito. Come avete affrontato il processo di creazione di questi momenti cruciali nella trama?
Abbiamo ripercorso le fasi a noi note della sua vita, anche se in modo breve e sintetico (effettivamente abbiamo entrambi il difetto o pregio di essere molto concisi nell’esprimere un pensiero), abbiamo pensato di non “diluire” il racconto mantenendo il nostro stile asciutto, ottenendo un romanzo sì ristretto ma, crediamo, anche molto intenso. Nicola era davvero un personaggio, aveva frequentato solo la terza elementare ma l’incontro che ha avuto da bambino con alcuni archeologi l’hanno portato a studiare da autodidatta archeologia diventando un appassionato molto esperto e apprezzato dagli addetti ai lavori. Si professava ateo, ma quotidianamente metteva in pratica tutti i comandamenti cristiani, non perché gli sono stati impartiti alla catechesi, ma perché era mosso dalla morale, rispettava il prossimo, adorava la natura e salutava il sole come se in fondo al suo cuore sapesse che cotanta bellezza non poteva che essere l’espressione di un essere Supremo che si manifesta in ogni elemento del Creato. Le avversità della vita lo hanno plasmato, la morte della sua primogenita gli ha pietrificato una parte di cuore, indurito come la selce. La nostalgia, il rientro nella sua terra d’origine ed il riscatto dalla miseria faranno da cornice alla sua esistenza, che poi è quella di tanti meridionali emigrati al nord e all’estero.
Ringraziamo di cuore Stefania e Stefano Biscotti per aver condiviso con noi i loro pensieri e le loro esperienze riguardo a “La baia delle capre”. Questo romanzo ci ricorda la potenza della resilienza umana di fronte alle avversità e l’importanza dei legami familiari nel superare le sfide della vita. Non vediamo l’ora di vedere cosa ci riserveranno i futuri progetti di questi talentuosi autori. Continuate a seguire il Gruppo Albatros per rimanere aggiornati sulle ultime opere e molto altro ancora. Grazie per essere stati con noi oggi!
