Benvenuti nel nostro blog, oggi abbiamo il piacere di presentarvi un’intervista con Emilio Diedo, l’autore del libro “Nonna marciana“. Speriamo che questa intervista vi aiuti a conoscere meglio l’autore e il suo lavoro, e vi invitiamo a lasciare i vostri commenti qui sotto.
Qual è stata la principale motivazione che l’ha spinta a scrivere questo libro, “Nonna Marciana”? Cosa significa per lei rievocare e rivivere i ricordi della sua infanzia e adolescenza?
È stata un’esigenza interiore a farmi scrivere il romanzo. Un’idea che avevo in mente da sempre. Se lo sprone di questa scrittura rievocativa possa provenire da una spinta essenzialmente sentimentale, che mi abbia dato modo di crearmi un entusiasmante, rigenerante ulteriore rapporto di vita tra me e nonna Milia (nel libro detta appunto Marciana, insieme a me protagonista della narrazione), ciò che mi ha motivato in primis è stato, al di là di detto inevitabile spettro affettivo, un senso di gratitudine che mi ha dato opportunità di sdebitarmi parzialmente per quanto abbia da lei ricevuto in termini di crescita, fisica ed educativa, pedagogica, umana, civica, crescita nell’apprendimento. Il rievocare vicendevoli eventi tra me e la nonna m’ha messo in circolazione un sano ripasso mnemonico, liberatorio, rimuovendo esattamente quel senso di riconoscenza che sentivo dovutole. Poi, nel prosieguo della stesura, ho assistito, con mia sorpresa e d’altronde con enorme soddisfazione, allo spalancarsi di squarci d’una visiva memoria che credevo ormai scesi nel buio baratro della dimenticanza. Tant’è che a lavoro finito, col libro ormai irrimediabilmente dato alle stampe, mi sono accorto che altri ricordi ancora, altri particolari, s’erano venuti ad assommare a quelli narrati. E dirò di più: tuttora, a un anno dalla pubblicazione del libro, è un tourbillon di spezzoni di memorie, un continuo, sano ripescaggio. Per completezza aggiungo che questo libro lo vedrei come parte perfettamente confluente d’un primo romanzo scritto nell’immediatezza della dipartita di mia nonna, Lettera dal paradiso, del 1997. Quando lo scrissi nel cuore e nella mente un abissale dolore m’impose d’esordire proprio da lì, da quell’evento fatalmente traumatizzante, anziché dalle vicissitudini della coesistenza narrata in quest’ultima pubblicazione. L’idea sarebbe d’arrivare a una domestica trilogia della Marciana, inclusiva della breve esistenza del nonno, suo marito, caduto nel secondo conflitto mondiale e dal quale io, per ferma volontà della nonna, ho ereditato il nome. Ma questa è altra materia!
La relazione tra lei e la nonna Milia è stata molto intensa e profonda. Potrebbe condividere con noi un aneddoto o un momento speciale che rappresenti particolarmente l’amore e questo legame che aveva con sua nonna?
Come descritto nel romanzo, nonna Marciana, probabilmente per la sua timidezza, chiusura dovuta a una cosciente inferiorità culturale, in quanto analfabeta, era caratterialmente una persona schiva, rigida, abbastanza fredda nei rapporti col prossimo. E nei miei confronti non era molto diversa. Ma risulta pure che in una maniera o nell’altra sapesse farsi voler bene, soprattutto da me. Diciamo che io sono stato fortunatamente succube di questa sua amabilità materna sui generis che, come dice lei, è indice d’un legame speciale. Un amore che mi ha forgiato proprio nel periodo formativo in cui in un bambino si stampa nella testa l’a-b-c che dà input a quella crescita definitiva caratterizzante. Se parlo di ‘amore materno’ è perché il nostro rapporto l’ho sentito molto più convincente di come avrebbe dovuto essere tra nonna e nipote. Considerato il chiuso carattere della nonna, è difficile coglierne un esempio. Purtuttavia non posso dimenticare l’aneddotica che m’ha dato chiara conferma, oltre ogni altra concreta esternazione, dell’affetto che la Marciana nutriva per me. Ebbene, io, proprio per sua richiesta, fui a lei affidato dai miei genitori, alla tenera età di tre anni e mezzo e vi rimasi sino all’età scolare. Quando mio padre venne per riprendermi e riportarmi alla vita di quello che sarebbe stato il mio primario vissuto casalingo, cioè tra i genitori e i due fratelli, la nonna s’oppose con veemenza, con tale insistenza e determinazione tanto che mio padre dovette tornare da lei una seconda volta per portarmi via. Ed anche quella volta, nonostante la volontà di mio padre alla fine abbia prevalso, dovetti prendere atto che la nonna gli dette del filo da torcere. Non cedette facilmente. Altro particolare: mio padre venne per riportarmi a casa qualche giorno prima che incominciassi a frequentare le elementari. E la nonna non solo aveva pensato bene d’iscrivermi alla scuola del paese di sua residenza (cosa che aveva simmetricamente fatto mio padre in altra frazione dello stesso comune) ma oltretutto m’aveva già procurato la cartella con tutto il necessario. Da tale sua determinazione capii ancora meglio quanto la mia presenza potesse significare per lei. È appunto questa la vicenda rimastami indelebile, scolpita nella mente. Dal libro spero si possa percepire chiaramente il senso di tale ricordo. E con quest’ultima mia preoccupazione mi sono reso conto d’essermi inoltrato nella successiva domanda.
La sua scrittura è evocativa ed emotivamente coinvolgente, soprattutto nella parte conclusiva del libro. Cosa spera che i lettori possano provare attraverso la lettura delle sue parole?
L’insieme dei flashback che ho voluto inserire nella trama avrei speranza che contenesse qualche stimolo utile a far riflettere sul fatto che ne sia valsa la pena che io li abbia vissuti. Umanamente parlando, il rimarcare le esperienze emotive che ricostruisco mi fa riacquistare originari sorrisi e talora persino il pianto, specie nel capitolo finale, come lei ben osserva. Sì, ho tentato di rendere una scrittura la più accessibile all’eventuale fruitore proprio per cercare d’indurlo a godere le medesime mie emozioni, tutte quelle che m’hanno toccato nel profondo, belle o brutte che siano state, cercando di fargliele, per così dire, ‘assaporare’. Per rendere ciò ho fatto affidamento alle mie capacità narrative, richiamando ogni risorsa intellettiva, anzi cercando d’andare anche oltre, profondendomi in un’inesauribile revisione del testo. Quasi quasi non avrei voluto cederlo definitivamente alle stampe. Ho cercato inoltre d’abbellire le esperienze descritte con amene cornici di fantasia, spesso massimizzandole con tocchi ridanciani e talora, specie circa le esperienze più tristi, escogitando climax o altri pertinenti parossismi. Da questi scritti, dapprima bozza e poi libro, non sono mai riuscito a staccarmene senza avere sorriso laddove il ricordo lo permettesse. Ma è stato più il tempo che ho consumato a piangerci sopra per l’ennesima volta, rivedendo con esatta puntualità, condizioni, situazioni, circostanze che, sotto sotto, per il gran dolore e le pene causatemi in illo tempore (parlo di pluridecennali memorie), avrei voluto dimenticare. Queste sì le avrei dimenticate volentieri! Almeno per quel che mi concerne, il narrato è una vitale rivisitazione che mi ridà, ogni volta che mi rileggo, consapevolezza sulla reciprocità dei fortissimi sentimenti vissuti e condivisi con la nonna. Senza false illusioni, mi piacerebbe tanto che il potenziale utente del romanzo potesse avvertire anche solo la minima parte di quanto ho provato io nel rievocare le esperienze ivi descritte. E se così dovesse essere, Dio volendo, credo che non si possa, a fine lettura, innamorarsi se non del libro almeno della sua eroina: nonna Marciana. Mi varrebbe già tanto.
Nel libro viene descritta la personalità di nonna Milia come una donna temprata dal duro lavoro dei campi e dalle sfide della vita, ma anche amorevole e affettuosa. Quali lezioni e valori ha appreso da sua nonna che hanno avuto un impatto significativo sulla sua vita?
Purtroppo se da una parte il destino della Marciana fu beffardamente segnato, fin dalla nascita, dalla morte della bisnonna, sua madre (mia nonna neppure seppe che volto avesse), ruolo che fu subito demandato alla sorella più vecchia; d’altra parte dovendo sopperire al fatto che, non essendoci altri uomini in famiglia che il padre, fu costretta a fare lei da maschio aiutando il capofamiglia a lavorare la terra. Quella era la primaria attività che permetteva loro un minimo ma sufficiente sostentamento. In seguito, nonna si sposò in giovane età, già madre di due figli, avuti dallo stesso uomo, mio nonno, che morì in terra straniera a seguito del secondo conflitto mondiale. Per forza di cose la Marciana dovette cercare di far quadrare i conti, allevando tre figli (a matrimonio avvenuto nacque una terza bimba), garantendo alla famiglia il necessario sostentamento e in più pagando le cambiali per la costruzione della casa di proprietà che s’era intestardita d’avere. E ciò grazie a una miserrima pensione di guerra, goduta in reversibilità per la morte del nonno, ma soprattutto grazie alla sua tenace attività di contadina, per sé e per terzi. Aggiungendosi disgrazia a disgrazia, un ventennio dopo la morte del marito perse la figlia ventiseienne, l’ultima nata. Mia nonna come poteva essersi forgiato il carattere se non all’insegna d’una temprata, inossidabile caparbietà, suo malgrado!? Quale altra soluzione poteva darsi? La nonna, nonostante questa sua sfortuna, era ciecamente credente. Praticava la chiesa. Andava a messa tutti i giorni festivi, potendo. Era rispettosa nei confronti del prossimo, gentile e, alla sua maniera, educata. Unica pecca, se così la si può interpretare: odiava i Tedeschi. Non ne voleva sapere. D’altronde il nonno gli era mancato proprio a causa del conflitto provocato dalla Germania di allora. Io che ho potuto sperimentare direttamente pure la sua vocazione di madre, anche se il rapporto avrebbe dovuto essere tra nonna e nipote, posso pacificamente affermare che i suoi affetti, incluso il più autentico amore che una madre può dare ad un figlio, non mi sono mancati. Di là dall’aspetto fisico, completamente opposto per sesso e struttura, io mi ritrovo in lei in tutte le azioni della mia esistenza. Ragiono come lei e non c’è verso che mia moglie o le mie due figlie possano eliminare dal mio modo d’essere quei particolari che magari potevano andar bene nelle contingenze della nonna ma forse non più nelle mie, odierne, familiari esperienze. Dico solo che, avendo sempre fulgide in me le sue lezioni di vita, sono fiero dei valori acquisiti, molto lontani dalle dissipazioni morali che sovente avverto nell’odierna società. Spesso mi dico: “Se lei, nonostante la sua interiore bellezza, era analfabeta (e non fu certamente colpa sua), io mi sento in obbligo di fare il possibile per riscattare questo suo deficit cognitivo!”. E, a riconferma della risposta data alla prima domanda, in cui dicevo che col libro in questione intendo esprimere alla nonna tutta la mia gratitudine, aggiungo d’essere convinto che anche in quest’ultimo pensiero e desiderio intravedo uno dei massimi contributi per ripagare la nonna del bene che mi ha dato.
Scrivere “Nonna Marciana” è stato un processo emotivamente intenso? Come ha affrontato l’elaborazione dei ricordi e delle emozioni legate a sua nonna durante la stesura del libro?
Altroché se è stato un processo emotivamente intenso. Vede, questo è un libro che, a differenza di altre mie pubblicazioni di fantasia mera e pura, è nato, pur accasando ugualmente la fantasia, a dosi molto più centellinate, con la consapevolezza di scrivere un’autobiografia e nel frattempo, come dissi più su, d’imbastire un elogio, un ringraziamento alla persona tra le più care della mia esistenza. Qui ho sigillato una quota della mia vita, marginale dal punto di vista temporale ma fondamentale dal lato più umanamente affettivo. Mi verrebbe quasi la tentazione di pontificare, mettendola nel metaforico, azzardando l’ipotesi che questo romanzo l’abbia scritto col sangue, come si suole sottoscrivere taluni patti indissolubili. Grande emotività scaturiva il più delle volte durante la compilazione della bozza, portandomi a rimeditare i momenti rievocati e andava regolarmente a finire che mi scendessero le lacrime, già lo dissi. Penso che quest’annotazione possa indicare la giusta intensità dell’emozione che mi catturava. Data la scaletta che m’ero posto a priori, che coincide pure con il sommario del libro, le memorie rese nero su bianco possono sembrare alquanto frastagliate, probabilmente anche disconnesse. Se è normale che da un verso abbia cercato di raccogliere volta per volta il materiale mnemonico che mi veniva a pressare in coincidenza dell’istante scritturale; d’altro canto, poiché si sa bene come la scrittura creativa, specialmente oggigiorno, grazie al supporto del computer, possa essere agevolmente riveduta a più riprese, ho apportato generosi dislocamenti di porzioni del narrato da una pagina all’altra e altrettanti slittamenti da paragrafo a paragrafo, in maniera di rendere al meglio un senso a volte meramente logico e talora più convenientemente temporale, nel rispetto cioè dell’ordine realistico della successione degli accadimenti. Piuttosto, l’impronta distonica rispetto alla progressiva storicità dell’accaduto sta nel fatto che, per ponderata scelta, ho voluto scindere i capitoli in base ai due protagonisti (io e la nonna) anziché basarmi su una progressione latamente storica. Tuttavia laddove ci siano inevitabili repliche della narrazione ho cercato di renderle il più possibile diversificate. Come? Variandone il format: dando, per esempio, un variegato smalto ai medesimi brani; inserendo i reiterati ricordi in contesti più ampi; rivedendone la scrittura con altri consoni espedienti tali da marginalizzare il singolo episodio rievocato; eccetera. Mentre, nel contesto generale, al di là d’una fantasia in filigrana, che pervade l’intero narrato, ho apportato due fondamentali innesti. Il primo nell’immediato, a fungere da capitolo-incipit. E si tratta d’un sogno che richiama tutta l’attenzione dei film pirateschi. Il secondo, molto più ampio, verso i tre quarti del libro, che addirittura assurge a far Storia nella storia (la ‘esse’ grande a dar più ampio significato), riscrive le principali vicissitudini della vita di Marco Polo. Ero e sono convinto che l’inserto di questo personaggio aumenti il livello d’attenzione della lettura. Insomma, spererei soltanto che Nonna Marciana possa incuriosire. Tra l’altro credo che anche la copertina, che dà la resa estetica al visivo impatto d’ogni libro, ne giochi a favore. E, da un’osservazione a posteriori, posso dire che la targa che ho conseguito proprio in questi giorni (vedasi 4^ edizione del Premio Kerasion), in base alla motivazione del merito ascrittomi, ne dia piena conferma.
Concludiamo questa intervista ringraziando Emilio Diedo per il suo tempo e per aver condiviso con noi alcuni spunti interessanti sulla sua “Nonna marciana”. Speriamo che i nostri lettori abbiano trovato utile questo scambio di idee e che decideranno di leggere il libro di cui abbiamo parlato oggi.
