Benvenuti a questa nuova intervista per il nostro blog. Oggi abbiamo il piacere di fare una chiacchierata con Luigi Scornaienchi. Siamo certi che questa intervista vi aiuterà a conoscere meglio questo talentuoso scrittore e a capire cosa c’è dietro alla sua ultima opera “La vita non è un film”. Benvenuti, dunque, a questa nuova avventura letteraria!
Qual è stata l’ispirazione dietro la creazione del personaggio di Michael, un appassionato di cinema che si spaccia per critico cinematografico? C’è qualcosa della tua esperienza personale nella sua storia?
Partiamo dal principio: i presupposti per una buona riuscita della storia è che io riuscissi ad incastrare le competenze “Nerd” sulla Settima Arte (essendo un grande divoratore di film) per metterle a disposizione di una sceneggiatura che potesse soddisfare la mia voglia di raccontare una storia il più veritiera possibile. Plasmare diverse fonti che hanno ispirato la mia infanzia sul protagonista affinchè tutto risultasse più credibile non era facile ma è indubbio che Michael Crowley si rifà a grandi personaggi che idolatravo da ragazzino, ad esempio Rocky Balboa con quella sua aurea da perdente in cerca di riscatto… o perfino un ipotetico quanto assurdo Dylan Dog dei poveri, dimenticato dalla società ma mai domo… di certo per fare più presa avevo bisogno di un protagonista che fosse un reietto, mi piace pensare che sia stata la scelta giusta! Michael in qualche modo, come scontato che sia, non è altro che un riflesso diretto della mia persona, del mio modo di pensare, di ironizzare su determinate situazioni ecc. … per cui dire che La vita Non è un Film cela parecchi frame autobiografici non è da considerarsi sbagliato, anzi… ma tutt’intorno ruota una storia inventata di sana pianta che aveva uno scopo ben preciso: 2 finali completamente diversi tra loro!
Il romanzo è diviso in due parti, ognuna con una diversa evoluzione della storia di Michael. Come hai deciso di utilizzare il concetto di “sliding doors” per esplorare le diverse possibilità che la vita può prendere?
Lo “sliding doors” è qualcosa che mi ha sempre affascinato fin da piccolo… quanti bivi nella nostra vita si sono presentati, si presentano e si ripresenteranno e per noi comuni mortali, spiazzati dal momento, indecisi sulla strada da intraprendere, la domanda è stata, è, e sarà sempre: E SE avessi fatto una scelta diversa? E se vado a Destra invece che a Sinistra? E adesso che faccio? Il fascino che cela questa ipotesi è il fulcro del mio libro… dare al lettore la possibilità di scoprire pagina dopo pagina il destino che spetta a Michael per me era fondamentale, quasi terapeutico. Significava liberarmi di un peso… significava donare al lettore la verità… una verità che nella vita di tutti i giorni non sapremo mai, perché tornare indietro è impossibile… con Michael invece no, con lui sapremo e possiamo decidere con la nostra testa se ha fatto bene o male!
La trama del libro fa ampio uso di citazioni di film famosi. Come hai scelto le citazioni e quale ruolo svolgono nel racconto? Pensi che i film siano uno specchio accurato delle molteplici sfaccettature della vita?
Come le dicevo prima, le citazioni dei film sono una parte essenziale del libro… quasi un personaggio a sé… e capisco che ci sia una certa ridondanza e che strizzino l’occhio a chi ha un buon feeling col cinema… ma Michael non poteva non parlare di cinema! Spero sia stato uno stratagemma utile per caratterizzare meglio il personaggio e renderlo ancora più affascinante. D’altronde sono convinto che alcuni concetti di un certo spessore che si nascondono tra le righe del romanzo si sviluppano meglio, fanno più presa e risultano ancora più impattanti se sfrutti una citazione famosa di un film o di un libro. Le citazioni forniscono un assist, il difficile era fare Goal incastrando il tutto senza snaturare la storia… senza perdere la strada maestra, senza uscire fuori tema! Di sicuro per me è stato molto divertente riuscire in questa impresa. Era la cosa più naturale che potessi fare, se invece Michael fosse stato un medico, avvocato o chicchessia lo avrei perso dopo poche pagine!
La storia presenta l’incontro di Michael con Susy, un evento che cambia il corso della sua vita. Quali temi volevi esplorare attraverso questo incontro e come hai sviluppato il loro rapporto nel romanzo?
Da grandissimo fan dei film drammatici volevo che almeno uno dei due “finali” del romanzo avesse quel tocco romantico, con venature fortemente drammatiche! E cosa c’era di meglio se non il classico Cliché: un incontro casuale tra un uomo e una donna!?! Diciamo che la storia d’amore era al servizio dell’intero progetto, mi serviva per inquadrare meglio Michael, per dargli la possibilità di dare il meglio di sé… di renderlo umano, per dargli la sua meritata chance… e far sì che il lettore empatizzasse con la sua disperata causa. La prima parte serviva per dare forza alla seconda e viceversa!!! Prese singolarmente le 2 parti non sortiscono lo stesso effetto, si sorreggono l’una con l’altra… e non è tanto una questione di tema trattato ma le sfumature in cui possiamo rivederci o immedesimarci sia in Michael sia in Susy, le loro fragilità che diventano più sicure stando insieme! Semplicemente la forza dell’amore…
“La vita non è solo una questione di fortuna” è un tema centrale del tuo romanzo. Quali messaggi o insegnamenti speravi di trasmettere ai lettori attraverso la storia di Michael e le sue scelte?
Eccoci al punto: l’essenza suprema di tutto questo ambaradan letterario… la Fortuna! Credo che al di là se il libro sia originale o meno, prevedibile, scorrevole, piacevole ecc. … nasconda un solo grande insegnamento: nella vita non è tanto una questione di Fortuna, ma come andiamo incontro ad essa. Si d’accordo il destino è nelle nostre mani, e ce lo creiamo con le nostre azioni, ok, ma per la mia filosofia di vita non sottovaluterei la dea bendata… però se ogni volta le voltiamo le spalle non riusciremo mai ad usufruire dei vantaggi che possono nascondersi dietro una piccola dose di fortuna, Michael ne sa qualcosa, o forse no! Per restare in tema con le citazioni, e qui concludo, mi piace rispolverare la famigerata storiella che capita a Rocky quando Apollo lo sceglie come sfidante… uno sconosciuto di Philadelphia che ha la possibilità di battersi per il titolo contro il campione del mondo! Fortunato, vero? E se avesse deciso di non combattere, facendosela sotto, rifiutando questa clamorosa chance per tornare alla vita di tutti i giorni? Come sarebbe andata a finire?
Ringraziamo Luigi Scornaienchi per averci concesso questa intervista. Speriamo che il suo libro “La vita non è un film” possa raggiungere un ampio pubblico e che possa ispirare e coinvolgere i lettori. Buona lettura e a presto con la prossima intervista!
