In un futuro non troppo lontano, dove l’umanità ha spinto i suoi confini ben oltre la Terra, Gilgamesh ci conduce in un viaggio affascinante e disturbante, alla scoperta di un mondo dove niente è come sembra. Christian Marrocco, giovane autore e docente di materie umanistiche, ci offre un romanzo denso di riflessioni filosofiche, azione e suspense, in cui i protagonisti, in lotta con se stessi e con l’ignoto, affrontano le pieghe più oscure della condizione umana. Oggi lo incontriamo per scoprire qualcosa di più sulla genesi di quest’opera e sul suo universo narrativo.
Come nasce l’idea di ambientare la tua storia su un pianeta chiamato Gilgamesh? C’è un legame con l’antico poema epico?
L’Epopea è la chiave di lettura del romanzo. Essa è anche la testimonianza più antica dell’umanità, un ponte immaginario che unisce il passato e il nostro presente. L’idea di identificare il pianeta con il nome di Gilgamesh nasce dal bisogno di raccontare non proprio la nostra storia, bensì la nostra esistenza. Tutti i miti antichi parlavano di noi e, ancora oggi, continuano a farlo, nonostante la distanza che ci separa dagli antenati. Il mondo attuale è dominato da intelligenze artificiali, minacciato da guerre atomiche, ottenebrato da odio reciproco, inasprito dal vivere a ritmi consumistici, tanto da farci dimenticare da dove veniamo, chi siamo e dove andiamo. Dimenticare il passato ci impedisce di vivere il presente e immaginare il futuro, che è stabilmente e inesorabilmente davanti a noi. Ignorare la natura delle cose, ci rende ciechi. Da qui a pensare che qualcuno viva in un’altra galassia, senza sapere di noi, il passo è breve. Sbagliando, cerchiamo l’eternità, erriamo nell’oscurità, discendiamo cupi baratri, come il semidio Gilgamesh, che millenni fa giunse a una verità inderogabile.
Il tuo romanzo affronta in modo originale il concetto di Bene e Male: qual è stata la riflessione di partenza che ti ha guidato in questa esplorazione?
Si tratta di una dualità insita in ogni uomo. Homo homini lupus, dicevano i latini. Ma il Bene trionfa sempre, in fondo. Da parte mia non ritengo l’essere umano un angelo né un demone, perché agisce in base a stimoli interni ed esterni, desideri e passioni, bisogni e voluttà, spesso disinteressandosi degli altri. Chi pensa di applicare giustizia e saggezza per salvare il mondo, non le applica. In medio stat virtus, dicevano ancora i latini, e il superare certi limiti imposti dalla natura (e dalla nostra stessa, quella umana) ci fa piombare in un abisso di incertezze, paure, incomprensioni, angosce, ovvero nel regno del Male. Dunque, cosa siamo? Perché perseguiamo il Bene? E perché il Male? Rispondere non è semplice e l’unico modo per farlo è ricorrere alla filosofia o alla teologia. È l’eterno contrasto fra scienza e fede, le quali offrono due prospettive diverse per osservare la realtà e comprenderla. Inoltre, esplorare il Bene e il Male si ripercuote sull’esperienza dei protagonisti, non più solamente fisica, ma anche etica e morale.
Nei tuoi personaggi si percepisce una forte componente esistenziale. Ti sei ispirato a figure o esperienze personali per costruirli?
La componente esistenziale è presente in quanto imprescindibile. Dinanzi a una volta stellata, nelle limpide sere d’estate, alziamo gli occhi e proviamo a contare le luci che brillano sulle nostre teste, oppure indaghiamo gli spazi oscuri tra esse e, chiedendoci cosa possa esserci nelle profondità del cosmo, interroghiamo noi stessi. Dalla morte scaturiscono domande universali, le stesse dell’eroe Gilgamesh dell’Epopea. Il semidio sumero, così, assurge a simbolo della ricerca ultima dell’uomo, della sete di superare i propri limiti, per trovare finalmente le risposte. Sicuramente, l’approccio alla materia rispecchia le mie letture, potrei addurre ad esempio l’inarrivabile Stanislaw Lem e Solaris. Nel suo romanzo vi è una profonda analisi psicologica che arriva all’esplorazione dell’inconscio. Anche in Gilgamesh, dunque, l’incontro con l’alieno (nel senso di ‘altro’, ‘diverso’) scatena uno scontro con i propri demoni interiori. Secondo l’antropologo inglese Herbert Spencer, sia la religione che la scienza non possono spiegare l’origine delle cose, né dare un nome al principio che governa l’esistenza, perché esiste un baratro indagabile chiamato Inconoscibile. Come Solaris non è altro che lo specchio dell’inconscio, allo stesso modo il pianeta Gilgamesh cattura le menti e catapulta i protagonisti in un incubo cosmico, svelando infine i progetti della SpaceIng. Ognuno dei miei personaggi, infatti, incarna un’inclinazione umana, credo che Angela Martinez sia di fondamentale importanza, dal momento che il relativismo culturale permette di comprendere l’altro senza entrarci in conflitto. Sotto certi aspetti, è una critica all’antropocentrismo, perché l’universo non è necessariamente a nostra immagine e somiglianza, e ci sono limiti alla conoscenza che è bene non superare.
La suspense e il ritmo incalzante sono tratti distintivi della tua narrazione: quanto è stato importante per te mantenere un equilibrio tra azione e introspezione?
Non ho lavorato solo sullo stile, ma anche sulla profondità narrativa, volta al coinvolgimento del lettore. Il fatto puramente narrativo è semplice: per motivi di studio dei terrestri solcano l’oscurità diretti al pianeta Gilgamesh, sono dei cosmonauti, non propriamente degli astronauti. Ciò mi ha permesso di approfondire l’analisi psichica dei personaggi, i quali cambiano alla fine della storia. Ciascuno intraprende un proprio cammino, perché camminare è comprendere, comprendere è conoscere e conoscere è cambiare. La conoscenza comporta un cambiamento radicale e chi si ostina a non aprire gli occhi è destinato al fallimento. L’equilibrio tra azione e introspezione, d’altronde, è mantenuto dalla struttura narrativa, frammentata come tante immagini di un caleidoscopio. I fili dell’intera trama si avvicinano, si annodano, si allontanano e, infine, tornano a ricongiungersi, conferendo suspense. Il susseguirsi delle vicende è rapido, le pulsazioni aumentano e i caschi dei cosmonauti si appannano, dal momento che la suspense è il battito cardiaco di una storia.
Cosa speri che il lettore porti con sé una volta conclusa la lettura di Gilgamesh?
Ogni lettura ha il dovere di lasciare qualcosa, un concetto o uno spunto di riflessione. Nella vita non bisogna mai dare nulla per scontato, può accaderci di tutto, come ad esempio ritrovarsi su un’astronave diretta chissà dove. La vita stessa è un’astronave, che il più delle volte ci porta in luoghi inimmaginabili. Comprendere il Bene e il Male suscita un senso profondo di inquietudine e riflessione riguardo alla loro natura ambigua e può riportarci alla fragilità dell’esistenza. Vorrei spingere il lettore a interrogarsi sulla relatività dei valori, tramite una riflessione critica sulle proprie convinzioni. Vorrei che comprendesse quanto siamo complessi e quanto lo siano le nostre sfide psicologiche, che restano tali anche su un pianeta lontano. Vorrei che si lasciasse abbracciare dal fascino dell’ignoto, per questo motivo ho scelto un’ambientazione surreale, per alimentare il desiderio di esplorare ulteriormente i confini della mente e dell’universo, perché la fantascienza è la strada verso quesiti esistenziali. Come sosteneva Jules Verne, scienza e progresso non sono da temere, semmai bisogna aver paura di chi se ne appropria per compiere il male. Infine, vorrei che il lettore facesse propri alcuni valori e cercasse di darsi delle risposte, trovandone una anche al finale inaspettato e, sostanzialmente, aperto. Solo accettando la nostra natura potremo vivere in un mondo migliore.
Ringraziamo Christian Marrocco per averci guidati alla scoperta di un universo complesso, dove ogni certezza viene messa in discussione e dove la fantascienza si fa strumento per interrogare le grandi domande dell’uomo. Gilgamesh è un viaggio interiore tanto quanto cosmico, un romanzo che resta impresso e invita a guardare il nostro presente con occhi nuovi.
