GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Spoiler. Quello che la scuola non ti spiega – Mirko Mazzon

La scuola italiana è spesso al centro di dibattiti e critiche, tra fondi insufficienti, strutture fatiscenti e un sistema che sembra lasciare indietro sia gli studenti che i docenti. In questo contesto, “Spoiler. Quello che la scuola non ti spiega” di Mirko Mazzon si presenta come un manuale illuminante, capace di offrire agli studenti una chiave di lettura alternativa per affrontare il percorso scolastico. Più che un libro di denuncia, è un invito a sviluppare una mentalità resiliente e consapevole, andando oltre il mero obiettivo del voto finale. Abbiamo avuto il piacere di intervistare l’autore per approfondire i temi del suo libro e capire cosa significa, oggi, essere studenti in un sistema che spesso non li prepara alla vita reale.

“Spoiler” affronta il tema della scuola da un punto di vista inedito. Cosa ti ha spinto a scrivere questo libro e quale messaggio vuoi trasmettere agli studenti?

Ciao, e grazie per questa intervista! Cosa mi ha spinto a scrivere questo libro, mi chiedete. Come spesso accade, a causa di un problema! Sono fondatore di un’agenzia di comunicazione, “HOUSTON if you have a problem”, e questo è il dodicesimo anno di attività da imprenditore. Una piccola realtà: siamo in nove, ed è toccato sempre a me occuparmi di recruiting, perché nella mia lunga esperienza in un call center, ho sempre gestito persone e spesso me le sono dovute anche scegliere. Ora, finché si trattava di colloqui per selezionare personale in un pollaio con dei telefoni per vendere un’ADSL potevo limitarmi a individuare candidati pazienti con dignitose competenze verbali. Ma quando fondai HOUSTON, compresi subito che mi ero appena iscritto ad un altro campionato. Io e il mio socio Daniele desideravamo un team coeso di giovani professionisti appassionati, creativi ed efficienti, perché questo sarebbe stato il punto di forza per il quale le aziende ci avrebbero scelto, in un panorama dove le agenzie sono considerate luoghi di perdizione e inefficienza creativa. Ecco, da una parte i nostri desideri, dall’altra parte la vita vera. Mi rendevo conto che, seppur bravissimi nelle proprie materie, la quasi totalità dei neo-laureati che accoglievo in agenzia, presentavano lacune enormi su decine di competenze laterali: lavoro di squadra, time management, critica costruttiva, comunicazione. O più banalmente impostavano una mail cominciando con “Egregio” come se lavorassero in uno studio notarile, ma non conoscevano la differenza tra copia conoscenza e copia nascosta. Rivedevo in loro le stesse dinamiche mentali che da ragazzo ho dovuto assorbire nel tempo, e ho pensato che nell’era dell’abbondanza informativa digitale, tutto questo fosse preoccupante. Qui, ho maturato l’idea che, se la scuola era rimasta davvero ferma all’anno del mio diploma, a poco serviva puntare il dito e lamentarsene. Complice la pandemia del 2020, decido di creare un account su TikTok e, senza troppi stratagemmi, comincio a spoilerare tutto quello che sapevo sul mondo del lavoro, giorno dopo giorno. Stavo mettendo un cerottino su una gamba amputata, ma almeno era qualcosa. Non da ultimo, una personale rivincita di ex studente disorientato e accademicamente fallimentare. Dopo due anni e oltre 700 video con i quali riesco a sviluppare una community davvero partecipe, mi convinco che avrebbe avuto senso raccogliere in modo organico quello che avevo disordinatamente raccontato sul mondo del lavoro e della comunicazione efficace. Ecco come è nato “SPOILER, quello che la scuola non ti spiega”, dapprima in modalità self publisher, poi con Albatros Il Filo, per una riedizione 2024.

Nel libro parli delle “materie ninja”, competenze fondamentali che non vengono insegnate sui banchi di scuola. Puoi farci qualche esempio e spiegarci perché sono così importanti?

Sono ninja perché invisibili. Sono abilità universalmente apprezzate nel presente, probabilmente la nostra salvezza per il futuro. Perché avremo sempre più robot e automazioni che lavoreranno sulle aree tecniche meglio di quanto potremo fare noi. Sono competenze che ci renderanno autentici in un mondo sempre più abituato all’alta qualità dove il professionista mediocre rischierà di venir sostituito piuttosto in fretta. Impropriamente definite “soft”, basta fermarsi alle prime tre per capire che queste skill sono “super”, in realtà: comunicazione efficace, lavoro di squadra, leadership, adattabilità, problem solving, gestione del tempo, empatia, pensiero critico, creatività, stress management, negoziazione, sviluppo delle relazioni, curiosità. La narrativa familiare e scolastica ci dice da sempre che s’imparano con l’esperienza, ma chi le sa insegnare davvero, può vedere già dei risultati nei bambini che giocano, fanno sport, lavorano in gruppo, studiano, suonano. Da adulti le metabolizziamo quando ormai abbiamo fatto danni, e nel tempo capiamo che si tratta di temi enormi sui quali sono stati scritte centinaia di riflessioni che tentiamo di recuperare con qualche lettura o corso di formazione da 3k. A scuola – eccetto che per qualche insegnante illuminato – queste abilità non hanno tempo di indicarcele. Lo vedo bene quando le racconto nei miei corsi di orientamento alle scuole superiori. Quando chiedo ai ragazzi se qualcuno conosce il significato di teamworking, spesso la risposta è “Andare d’accordo”, “Fare un lavoro dividendosi equamente i compiti”. E garantisco che poi in azienda restano interpretazioni simili, appena un po’ più mature nella teoria. Quando va bene, hai la persona più incline su un certo tema o che ha vissuto un’esperienza dove ha avuto tempo di sbagliare e imparare, e lì gode un vantaggio “ereditato”. Ma se ad esempio hai una forma mentis votata all’individuazione di problemi con reazione a braccia conserte, è poi dura scardinare questo bias cognitivo a 27 anni. Nel mio libro, presento le materie che io ritengo più potenti per la propria carriera, da quelle più mentali alle più pratiche.

L’orientamento scolastico è spesso percepito come un percorso obbligato verso scelte prestabilite. Qual è, secondo te, l’errore più grande che commettono studenti e istituzioni in questo ambito?

Siamo tra i Paesi europei che investe meno nell’istruzione. Vorrei pertanto chiedere alle Istituzioni dove finiscono quei soldi che farebbero la differenza, ma sarebbe come chiedere a mio figlio con la bocca sporca dove è finita la cioccolata. Più budget significherebbe strutture all’avanguardia, strumenti migliori, insegnanti più preparati a insegnare e meglio pagati. A ruota, maggiore efficienza sui percorsi di orientamento, stage mirati, esperienze all’estero, coinvolgimento dei ragazzi sin dalle prime classi. Noi possiamo intervenire su questo? Domanda retorica: no. E allora avanti un altro. Le istituzioni non ci aiuteranno. Chi mi avete menzionato nella domanda? Istituzioni e studenti. Ok. No, non credo che spetti agli studenti la responsabilità di questo. Noi eravamo migliori di loro? Sono studenti: stanno ancora cercando di capire da che parte stanno girati. È ovvio che sbagliano. Devono sbagliare. Se non sbagli a 16 anni, quando? Avanti un altro. Mi permetto di aggiungere il terzo incomodo: genitori, i primi leader dei loro figli. Nella scuola elementare del mio c’è un gruppetto di bambini che fa parecchie storie sui piatti della mensa. È una storiella che va avanti da quasi tre anni e proprio lo scorso mese, su Whatsapp, esplode la chat interna di classe. Un genitore posta una foto di un polpettone di lenticchie goffamente spiattellato e si scatena l’indignazione generale. “Non è presentabile un piatto del genere, ci credo che poi non mangiano”. “Io non ho visto uno schifo del genere nemmeno in carcere”, aggiunge un genitore poliziotto. Qualcuno stimava perfino che era chiaramente freddo. Wow. Che analisi sensoriale. Insomma, una sequenza di infantili sparate che a portarle sul palco avrebbero ispirato Eleazaro Rossi. A nessuno importava che due terzi dei bambini della classe trovavano il cibo della mensa buonissimo: a testa bassa, questo manipolo di rivoluzionari in ciabatte sono riusciti a creare un caso di quartiere. E quali erano i genitori di questo polverone? Gli stessi dei bambini che si lamentavano in mensa. Eccola qua la leadership di mamma e papà. Eccoli qua i nuovi professionisti che popoleranno le organizzazioni per lamentarsi che il capo è brutto e cattivo, i clienti non li pagano e i colleghi non li aiutano.

Il tuo libro nasce da una lunga esperienza sui social, dove condividi video e spunti di riflessione con i ragazzi. In che modo TikTok e i nuovi media possono diventare strumenti utili per la formazione?

Per come la vedo io, i social sono solo un altro strumento che l’umanità può usare per i propri scopi. E quello di un aspirante professionista dovrebbe essere il senso della creazione di un personal brand, ovvero la strategica proiezione online della propria persona offline. Pertanto, con tutta la polemica che gira intorno ai social cominciata da Umberto Eco e portata avanti da molti detrattori del mondo digital, dovremmo semplicemente considerare queste piattaforme come un mezzo per far arrivare il proprio messaggio a molte più persone di quanto potremmo fare bussando alle porte come un venditore di aspirapolvere. È chiaro che si deve fare slalom tra svariati pericoli: irritante democrazia del commento libero, fake news, fuffaguru, dipendenza da smartphone, cyberbullismo, troll, hater, sindrome dell’algoritmo. A scuola parlo di web reputation, e nel farlo, indico sempre che un social è un luogo pubblico dove scegliamo di mostrare chi siamo. E se nella nostra storyline ci dimentichiamo la foto con lo spinello o di quella volta che ci hanno sorpreso a vomitare nella tazza in discoteca, dobbiamo considerare che qualsiasi recruiter potrebbe serenamente osservare i nostri piccoli vizi capitali. Per gli amici una risata di gusto, per un’azienda un autogol. E il bravo recruiter non giudicherà quante birre ci siamo scolati ad una festa, valuterà l’incapacità strategica di non essere stati capaci di selezionare i nostri contenuti destinati ad uno spazio pubblico. Ecco perché qualsiasi ragazzo che stia intraprendendo un percorso professionale dovrebbe seguire pagine ufficiali di professionisti del settore di interesse, prendere esempio da questi, incrociare i dati e individuare la propria area di sviluppo (che poi dovrebbe essere la propria passione). A seguire, scegliere il proprio campo di divulgazione per fare un minimo di cultura sulla propria materia. Non parlo di carriera da influencer, naturalmente, ma di coerenza professionale offline-online. È così che quel grigio curriculum senza personalità (specialmente l’ingiudicabile Europass) si arricchirà di una personalità autentica, viva, attiva, che magari – io imprenditore – sarò invogliato di contattare dopo averla intercettata su un onesto post su LinkedIn.

Se potessi introdurre un cambiamento concreto nel sistema scolastico italiano, quale sarebbe la tua priorità assoluta?

Dovessi rispondere con una parola: orientamento (perché comprenderebbe tutte le altre). Ma effettivamente abbiamo un programma scolastico che pare Windows XP ai tempi dell’iPhone. Un ragazzo medio non conosce Winston Churchill in quinta superiore, l’ho testato personalmente. Bisognerebbe fare dei test su istituti tecnici, licei, scuole professionali. Non si potrebbero trattare tutte allo stesso modo. Comincerei a togliere l’imbarazzante ora di Religione, lasciando alla Storia il compito di indicare ai ragazzi il valore di tutte le religioni del mondo invece che il Cristianesimo eletto dai nostri manager del Vaticano. Ma risparmieremmo pochino, invero. Si dovrebbe operare chirurgicamente sulla compressione intelligente di alcune materie per lasciare spazio a discipline ormai indispensabili come gestione finanziariaeducazione digitale, intelligenza artificiale e orientamento al lavoro tenuto da una selezione di professionisti esterni: imprenditori, manager, specialisti, persone che ogni giorno mettono le mani in pasta alle dinamiche del lavoro. Perché purtroppo, diversi docenti non hanno mai lavorato in vita loro. Qui, io immagino un intervento millimetrico su tutti i temi che tratto nel mio libro, perché sono davvero basi formative che aiuterebbero i ragazzi a trovare la propria strada. Nessuno ha mai spiegato loro che dovrebbero individuare prima possibile la propria passione e le proprie abilità per tracciare un percorso di carriera coerente con loro stessi; che un giorno potrebbero essere liberi professionisti, imprenditrici o dipendenti (e non solo l’ultimo tag); che la scuola pubblica è messa male, ma è anche il più comodo campo di addestramento che hanno adesso per sviluppare la propria identità attraverso le relazioni con i propri compagni che un domani saranno colleghi, con gli insegnanti che un giorno saranno i loro responsabili o i loro clienti. Nel mio infinitamente piccolo, sto facendo questo attraverso Tik Tok, LinkedIn, un podcast e il mio libro. Molti genitori mi stanno ringraziando, gli insegnanti mi supportano, e diversi ragazzi mi hanno scritto che per quella mia frase di un video hanno capito che non devono abbandonare la scuola. Ricevo molto affetto, questo va detto. Però è proprio pochino. Mio nonno toscano avrebbe detto con cinica goliardia: “Una scoreggina nella tempesta”. E diamogli torto. SPOILER dovrete essere un concetto di partenza, non un punto di arrivo.

“Spoiler. Quello che la scuola non ti spiega” è più di un libro: è un invito a guardare oltre, a sfidare i propri limiti e a trovare nelle difficoltà un’opportunità di crescita. Con il suo stile diretto e senza filtri, Mirko Mazzon offre agli studenti strumenti pratici per affrontare il mondo con una mentalità aperta e consapevole. Un libro che ogni student* dovrebbe leggere almeno una volta nella vita. E, forse, anche qualche insegnante.

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