Beneventi amici del blog. In un’epoca in cui la tecnologia sembra sovrapporsi sempre più ai rapporti interpersonali, Michele Ganz ci invita a ritornare al cuore della medicina: l’ascolto e la relazione umana. Nel suo libro “Anamnesis. L’Arte dell’Ascolto Attivo ed Empatico”, Ganz esplora l’importanza dell’empatia e dell’ascolto attivo come strumenti fondamentali per il benessere fisico e mentale, offrendo una visione coraggiosa che sfida il dominio della virtualità. Con un percorso di studi in medicina e esperienze internazionali di ricerca alle spalle, Ganz riesce a trasmettere al lettore il potere trasformativo di un approccio umanistico alla cura, ricordandoci che la vera guarigione si basa sul valore insostituibile del contatto umano.
Michele, nel tuo libro introduci il concetto greco di “Anamnesis” come riscoperta di sé e pratica empatica. Come hai deciso di applicarlo alla medicina e, nello specifico, alla relazione medico-paziente?
Anamnesi, dal greco “reminiscenza,” è un concetto di derivazione platonica. Nel Menone, Socrate spiega il Teorema di Pitagora a uno schiavo servendosi proprio della reminiscenza. Secondo la filosofia platonica, la reminiscenza è il mezzo per riscoprire la conoscenza, la propria intelligenza interiore. Ripensando a questo concetto in Anamnesis, il mio libro, vedo come la capacità di ricordare sé stessi e di riconnettersi con il proprio animo rappresenti un percorso fondamentale. In virtù di questo concetto, si scopre il modo più autentico di relazionarsi con gli altri, portando rispetto e sviluppando un rapporto che rispecchia la nostra vera essenza. Tale consapevolezza, in particolare, arricchisce il rapporto medico-paziente, migliorando la connessione umana, sia per chi è paziente sia per chi è medico, e permettendo una comprensione reciproca più profonda.
Hai alle spalle un percorso di studi e ricerca tra Italia e Stati Uniti. Quanto hanno influito queste esperienze internazionali sulla tua visione della medicina e sull’approccio che proponi nel libro?
Sono cresciuto negli Stati Uniti, dove il lavoro è valorizzato, e i sacrifici sono il prezzo per il raggiungimento di risultati concreti. Qui ho appreso il significato profondo delle relazioni umane e riscoperto un approccio alla cura che è insieme olistico, personale e altamente specializzato. A questo percorso devo molto: ai rapporti instaurati con medici e professori incontrati alla Thomas Jefferson University e alla Yale University. In questi luoghi di virtù e sapere, il medico non è solo uno scienziato, ma anche un profondo conoscitore dell’essere umano, un sociologo dell’animo. Qui ho trovato la mia strada, e compreso il valore dell’obbligo morale di compiere atti di grandezza, assumendomi con responsabilità le conseguenze di tali azioni.
Parli del valore dell’ascolto attivo come strumento diagnostico e terapeutico. Credi che la formazione medica attuale dia sufficiente importanza all’empatia e alla comunicazione nel rapporto con il paziente?
Ogni medico aspira a essere empatico, un desiderio che ho potuto constatare nel tempo e che ho esplorato anche nel mio libro, Anamnesis. Tuttavia, la burocrazia — quel complesso universo macchina — ha spesso creato barriere che impediscono la costruzione di rapporti di fiducia autentici e duraturi, indispensabili tanto per i pazienti quanto per i medici. I pazienti desiderano cure più umane e personalizzate, mentre i medici ambiscono a ridurre lo stress e i rischi di contenziosi, soprattutto in ambito chirurgico. Oggi, più che mai, la medicina sembra muoversi in un contesto di aspettative elevatissime. Eppure, dovremmo ricordare che la medicina non è una scienza esatta, ma una pratica, come si dice in America, “to practice medicine”: un’arte che richiede costante affinamento, sensibilità, e un approccio che riconosca l’unicità di ogni essere umano.
Come fondatore di “We Still Alive (WESA)” e di una start-up in sviluppo, “Anamnesis.life”, hai portato avanti iniziative umanitarie in vari Paesi. Quali sono state le esperienze più significative di questi progetti che hanno influenzato il tuo libro?
Il periodo in Kenya, all’ospedale Wema Maternity Hospital di Kawangware, ha segnato uno dei capitoli più ispiranti e impattanti della mia vita, come studente di medicina ma anche come persona. È un’esperienza che sto raccontando nel mio nuovo libro, poiché ha rappresentato una riscoperta della vocazione medica, spingendomi a interrogarmi sulle ragioni per cui questa stessa vocazione si è trasformata nel tempo. È una trasformazione che ha finito per influire profondamente anche sui rapporti sociali, spesso diventati superficiali, sia dentro che fuori le mura dell’ospedale. Al Wema Maternity Hospital ho appreso che un sorriso lungo i corridoi, un tocco di mano, un momento di ascolto genuino sono elementi fondamentali della cura, tanto quanto i medicinali o le terapie. La medicina qui funziona diversamente, ma questa differenza non è un limite o un segno di disuguaglianza. È, piuttosto, un’opportunità unica di crescita e apprendimento, un invito a superare i propri confini e a riscoprire la dimensione più autentica del curare.
“Anamnesis” è rivolto sia ai giovani medici in formazione che al grande pubblico. Quali speranze nutri riguardo all’impatto del tuo libro sulla società e sulla pratica medica?
Conversando con la Dr. Lisa Sanders — scrittrice, dottoressa e professoressa alla Yale University — mi sono interrogato profondamente sull’importanza della connessione umana, in particolare nel rapporto tra medico e paziente. Abbiamo entrambi riconosciuto che sensibilizzare su questo tema, prendendolo davvero a cuore, parlandone a riguardo, rappresenta il primo passo verso un cambiamento significativo. Più che un semplice cambiamento, è un miglioramento, un’evoluzione che potrebbe arricchire la medicina stessa, riscoprendone un lato più umano e autentico.
Grazie, Michele, per aver condiviso con noi la tua visione ispiratrice e per averci guidato in un mondo in cui la medicina abbraccia l’umanità come strumento terapeutico. “Anamnesis” è più di un libro: è un invito a riscoprire la bellezza e la forza del dialogo e della comprensione. Ci auguriamo che la tua opera possa diffondersi ampiamente, portando nuove prospettive e valorizzando l’empatia nel campo medico.
