GRUPPO ALBATROS IL FILO PRESENTA: Quando d’inverno c’era il ghiaccio sulle finestre – Caterina Ciscato

Bentrovati lettori del Gruppo Albatros. Oggi è con noi Caterina Ciscato, autrice del libro “Quando d’inverno c’era il ghiaccio sulle finestre”. Caterina ci condurrà in un viaggio straordinario attraverso i primi cinquant’anni del ‘900, un periodo di transizione, di conflitti e di trasformazioni epocali. La sua scrittura rivive quel tempo di passaggio tra la società contadina e l’era industriale, tra i racconti dell’infanzia e la distanza imponente dalle tecnologie iperattuali.

Il suo libro è un ponte tra passato e presente. Come è nata l’idea di raccontare questo specifico periodo storico e cosa l’ha ispirata maggiormente nel narrare questa storia?

Nell’estate del 2019 ho ritrovato casualmente un manoscritto incompiuto di mio padre sulla sua infanzia e adolescenza. Ho sentito l’esigenza di portare a termine il suo lavoro. Dato che mia madre mi raccontava spesso del suo passato, perché non mettere insieme i loro ricordi? Così ho iniziato a scrivere senza preoccuparmi troppo di quale sarebbe stato l’esito finale. A mano a mano che scrivevo, mi rendevo conto dell’importanza   di dare voce a quel passato. Ho cercato di raccontare com’era la vita allora, così diversa da quella odierna. Risultato: un’opera narrativa di fantasia basata su vicende reali, animata da personaggi ispirati, per la maggior parte, a persone realmente esistite. Il libro è ambientato in Veneto, in un piccolo paese in provincia di Vicenza, sul versante meridionale dell’Altopiano dei Sette Comuni, noto come l’Altopiano di Asiago e, in parte, a Padova. La narrazione si svolge dagli anni Trenta agli anni Cinquanta con alcuni flashback sui primi anni del Novecento e sulla Grande Guerra. In chiesa si parlava latino, in casa dialetto. Le filastrocche rallegravano i giochi dei bambini. I canti popolari e quelli della Grande Guerra accompagnavano il lavoro dei grandi.  Le preghiere erano di conforto. Durante i mesi freddi, gli unici luoghi caldi della casa erano la cucina, riscaldata dalla stufa o dal caminetto, e la stalla, riscaldata dalle mucche. In stalla le famiglie si riunivano per il filò: la secolare veglia che i contadini facevano nelle sere d’inverno. Là si scambiavano notizie, chiacchieravano, raccontavano storie e antiche leggende   mentre intrecciavano la paglia, ricamavano, rammendavano, realizzavano ceste, giocavano a carte. L’idea di raccontare questo periodo storico è nata per motivi personali. In seguito, la consapevolezza di scrivere per mantenere viva la memoria ha preso il sopravvento. I testimoni di quell’epoca stanno scomparendo e con loro se ne vanno i ricordi. 

La narrazione offre una visione ampia della società in transizione, dalla campagna alle città, dalla lingua dialettale all’italiano. Come ha gestito questa complessità nella ricostruzione delle dinamiche sociali dell’epoca?

Per quanto riguarda il fenomeno dell’abbandono della terra e dell’emigrazione, ho preso in considerazione il punto di vista interno. Con la consapevolezza dei limiti di chi non ha vissuto là e allora, ho cercato di calarmi nei panni di quelle donne, di quegli uomini senza lavoro. Non avevano scelta: abbandonare quel mondo rurale per emigrare verso la pianura e le città (Bassano del Grappa, Marostica, Vicenza, Padova ecc.) o verso altre regioni (Piemonte e Lombardia in primis) e, soprattutto, all’estero. Già verso la fine dell’Ottocento, aveva preso il via il primo flusso migratorio. (Quest’anno si celebrano i 150 anni dalla prima emigrazione italiana in Brasile: il 21 febbraio 1874 approda la prima nave con quasi 400 migranti a bordo, in gran parte veneti.)  Fino al 1915 le destinazioni erano soprattutto America Meridionale o   Austria e Germania; dopo il primo dopoguerra, Belgio e Francia; alla fine della Seconda Guerra Mondiale, la meta era l’Australia. In riferimento alla questione della lingua, in casa si parlava dialetto. Per questo motivo ho inserito alcuni termini dialettali, facilmente comprensibili dal contesto.  Diverse sono le varietà dialettali presenti in Veneto (dovute a confini geografici, motivi storici, infiltrazioni linguistiche ecc.)  che mutano da paese a paese, da zone urbane a zone rurali, dal centro storico delle città alla periferia. Ricordo che all’epoca dell’Unità d’Italia, nel 1861, l’analfabetismo era diffusissimo. Il passaggio dal dialetto alla lingua italiana è stato determinato da diversi fattori: la scolarizzazione, l’emigrazione, l’industrializzazione, l’urbanesimo e le migrazioni interne, il servizio militare, la TV ecc… In Veneto, il dialetto   è tuttora una lingua viva ed è considerato “patrimonio linguistico”, tutelato e valorizzato da una Legge Regionale del 2007. 

Quali sono stati gli aspetti più emozionanti o sorprendenti che ha scoperto durante la ricerca e la scrittura di questo libro?

L’inizio di questa avventura è stato emozionante: leggere le pagine di mio padre, sfogliare gli album di famiglia, documentarmi sulla Grande Guerra (in particolare tre Pubblicazioni del Gazzettino: La nostra guerra, 1987; La nostra guerra, 1988 e L’ultima guerra, 1989), ascoltare i ricordi di mia madre, a volte commoventi, a volte drammatici, a volte divertenti, a volte sorprendenti. Anche la scrittura, con la   creazione dei personaggi, dell’ambientazione e dell’evoluzione della narrazione, è stata molto coinvolgente.  Sono entrata e ho rovistato nel passato di famigliari e di persone conosciute, direttamente e indirettamente, in punta di piedi per poter raccontare frammenti di vita reale. Mi ha commosso il ricordo di mia nonna materna intenta a intrecciare gli steli di paglia con tutte e dieci le dita. Tutti in famiglia erano impegnati nel lavoro della treccia: donne e uomini, vecchi e bambini; in cucina, in cortile, in stalla durante il filò e perfino camminando lungo la strada. Mi ha incantato il mondo magico delle leggende e dei racconti popolari del Veneto, abitato da streghe, folletti, fate e orchi. Tra tutti questi esseri fantastici, mi hanno affascinato le anguane, misteriose creature che vivevano nei pressi di sorgenti, cascate o corsi d’acqua. In questo appassionante viaggio nel tempo, molte sono state le notizie sorprendenti emerse durante le conversazioni con mia madre: alcune tanto sensazionali quanto personali, altre che alludono a dolorosi segreti.

Il libro offre uno sguardo intimo sulla vita di un piccolo paese delle montagne venete. Quali elementi ha utilizzato per rendere così vivido e autentico questo ritratto della vita quotidiana in quel contesto storico?

Ho avuto la fortuna di attingere direttamente dalle fonti: le testimonianze dirette dei miei genitori. Ho iniziato con la lettura e la selezione delle pagine scritte di mio padre. In un secondo momento, ho intervistato mia madre. Avevo molte domande su come si viveva allora senza le comodità odierne (corrente elettrica, acqua corrente, acqua calda, elettrodomestici, televisione, internet, computer, cellulari…), in un’epoca duramente segnata dal fascismo e dalla guerra. Ho guardato le vecchie foto di famiglia con lei: ogni foto, tante storie.  Ho letto molto per documentarmi su quei luoghi (l’Altopiano di Asiago e, in particolare, la zona di Conco): la storia, la geografia, la toponomastica, i Cimbri, le tradizioni, le leggende e i racconti popolari. Più leggevo, più la curiosità aumentava. Mentre osservavo mobili, soprammobili e oggetti dell’epoca, affioravano i miei stessi ricordi di quando, bambina o ragazzina, ascoltavo i racconti di mia nonna paterna sull’aurora boreale, quelli degli zii di Padova sui bombardamenti aerei, o di quando osservavo il nonno materno mentre tagliava il fieno con la falce. Volevo mostrare o, meglio, suggerire, la dura quotidianità, lasciando   sullo sfondo la Storia senza pesanti interventi esplicativi. Volevo raccontare un mondo scomparso, intessuto di religione, tradizioni popolari, proverbi; una realtà fatta di fatica, segnata da malattie, epidemie ed una elevata mortalità infantile. Ho scritto animata dalla curiosità, sempre con il pensiero rivolto alle persone che ho incontrato e a quelle conosciute indirettamente con rispetto e gratitudine.

Se potesse condensare il messaggio principale del libro in poche parole per i lettori, cosa vorrebbe che essi traggano da questa esperienza di lettura?

Vorrei che il libro suscitasse in loro un genuino interesse per quegli anni perché, come pensa la protagonista femminile, “dentro di noi…c’è un pezzettino dei nostri genitori, dei nostri nonni, bisnonni, trisnonni, di tutti i nostri avi.” Abbiamo il dovere morale di mantenere viva la memoria e trasmettere ai giovani il testimone del passato. Il libro ha toccato il cuore di lettori di tutte le età, ma principalmente quelli di età matura. Mi piacerebbe coinvolgere i giovani nelle scuole. Penso alla lettura in classe con la ricerca degli eventi storici nascosti tra le righe. Mi auguro che i giovani leggano il libro con la curiosità di conoscere come si viveva in quel periodo storico, di leggere i racconti e le leggende popolari, di ascoltare le canzoni e le filastrocche.

Il libro di Caterina Ciscato, “Quando d’inverno c’era il ghiaccio sulle finestre”, si presenta come un’opera che cattura e restituisce con maestria un pezzo di storia e di vita, dipingendo un quadro vibrante e multisfaccettato di un’epoca in transizione. Un viaggio affascinante attraverso i decenni che ha saputo incantare e trasportare i lettori in un mondo ormai lontano, ma intriso di profonde e tangibili emozioni. Buona lettura!

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